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Didattica Archives - Sharazad - Lean Business Innovation

Quattro modi per uscire dal proprio guscio. “Get out of the building!” e la virtù di non chiudersi in sé stessi

On 11, Feb 2019 | In Design Thinking, Didattica, Innovazione, Lean Startup, Management, News, Strumenti | By stefanoschiavo

L’altro giorno Camilla, un’eccellente professionista che si muove tra CSR e “sustainability strategy”, mi ha detto la verità. Nonostante gli alti e i bassi dell’applicazione del modello, le regole base del Lean Startup l’hanno illuminata. Steve Blank e il suo “get out of the building!” si sono stampati nella sua testa.

Senza strutturare precisi MVP o rigorosi test scientifici, ha preso l’abitudine di “alzare la cornetta” e chiamare chi ha la risposta ogniqualvolta si presenti un dubbio su qualcosa. Un’attitudine al connettersi e al muoversi che non appartiene a tanti pianificatori innamorati di progettazione e strategia. Avere tutto sotto controllo prima di esporsi sembra una virtù. Frequentemente è un alibi.

Cosa vuol dire nella pratica?

Andare a verificare subito. Imparare costantemente. Non trovarsi mai il giorno dopo a reiterare quanto si faceva ieri. Sono indicazioni di metodo molto utili. Qualche resistenza è dettata da una bassa propensione al rischio. O dal timore di esporsi a figuracce. Come fare la domanda stupida in una riunione. Ci vuole molta sicurezza. Oppure serve essere affetti da una buona sindrome di Dunning Kruger.

Una volta superata questa ritrosia, però, ci si può chiedere come procedere. L’attitudine all’esplorazione può essere strutturata? O è solo l’esito di un generico istinto alla verifica sul campo? Ci sono tecniche? Metodi? Procedure?

Provo a mostrare, cogliendo dalla mia recente esperienza, alcuni modi per tradurre il “Get out of the building!” in pratica.

1. Un’intervista a prova di mamma

Il primo modo per confrontarsi con il mercato senza attendere che tutto sia pronto è quello di farsi due chiacchiere con i clienti. Più facile a dirsi che a farsi. In molte aziende ho provato a introdurre questa pratica, ma i blocchi sono tanti.

Se parlo con il cliente, questo cercherà subito di negoziare. Anziché sentire delle risposte autentiche, avrò delle opinioni interessate. Dovrei camuffarmi… Ma poi quanto scientifico può diventare questo metodo? E come posso evitare che i miei colleghi commerciali non trasformino l’intervista in una vendita? Dovrebbe farla qualcun altro? Chi? Il marketing? La ricerca e sviluppo?

Sono solo alcuni dei dubbi su come organizzare le “customer conversation”. L’intervista aperta che non faccia mentire l’intervistato è un’arte. Ben raccontata da Rob Fitzpatrick in The Mom Test, ma non basta.

Serve molta pratica per imparare a chiedere informazioni in modo corretto. Serve pensare a ciò che si sta cercando prima. Serve costruirsi uno script di poche domande. Serve saper tradire lo script quando le risposte ci porteranno su una strada imprevista.

The Mom Test
The Mom Test – Rob Fitzpatrick

Bisogna poi saper gioire di un’intervista che ci ha dato risposte insoddisfacenti. L’unica informazione interessante infatti è quella che smentisce la nostra ipotesi. Su questo punto dedico tanti momenti dei miei interventi in azienda per evidenziare, con giochi e simulazioni, la rilevanza del feedback spiazzante.

C’è un sacco di altra roba da sapere su questo approccio all’incontro con i clienti. È fatto di tecnica e di psicologia e può diventare una prassi continuativa di ogni azienda. Una prassi capace di costruire un database di informazioni destrutturate da cui fare emergere sorprendenti pattern utili a far evolvere il nostro business.

2. I test e i Minimum Viable Product

Parlo di esperimenti. Tanto si è detto su questa attitudine progressiva e iterativa al mercato. È un argomento a cavallo tra Lean Startup, Sprint dell’Agile e Design Thinking.

Schema Design Thinking

L’ottimo Piergiorgio Lovato mi ha suggerito anche di leggere un post dell’autore di una delle più fortunate immagini che spiegano questo approccio. Qua il link.

Ci sono diverse tecniche per sviluppare un esperimento. Dal Concierge al Mago di Oz, passando attraverso Landing Page e Crowdfunding. Anche qui ci vuole pratica e comprensione del mercato. Darei solo un suggerimento. Non partire con alcuna attività di questo tipo se non si è predisposto un modo per misurare i risultati. E di confrontarli con l’obiettivo che ci si era dati.

Un esperimento senza aver dichiarato gli esiti previsti e le loro conseguenze non è un esperimento. Naturale verrà infatti razionalizzarne gli esiti per conformarli al nostro comportamento. Come il famoso tiratore scelto del Texas che prima sparava vari colpi al muro e poi disegnava il bersaglio dove la densità di fori era maggiore.

3. Un’esplorazione di esperienze simili

Un terzo modo per uscire dal proprio contesto è quello di incontrare persone diverse. Esplorare spazi che apparentemente non sono così simili al nostro contesto di lavoro. Spazi che hanno però affrontato problemi di natura simile. Come direbbe Ash Maurya “Love the Problem”, innamorati del problema che stai risolvendo, non della soluzione che hai in mente. E quindi andiamo a vedere chi ha affrontato problemi simili.

Recentemente ho avuto l’occasione di portare, con Mylia, alcuni manager in visita presso lo straordinario Polifactory di Stefano Maffei. Erano risorse di grande esperienza che avevano la necessità di aprire i propri collaboratori verso spazi di innovazione meno strutturati. Anziché un convegno di “Change management” o “Innovation management”, un confronto diretto con chi ogni giorno tenta strade nuove per sperimentare con tecnologie e approcci innovativi può essere più utile. Come fa FiordiRisorse nel suo Muster. Come dovrebbe fare ogni manager che voglia aprire la mente dei propri collaboratori.

Polifactory, makerspace del Politecnico di Milano
Polifactory, makerspace del Politecnico di Milano

4. Giocare

Il quarto modo che propongo per uscire dal proprio contesto quotidiano è il gioco. Non bisogna essere appassionati di Herbert Marcuse per capire come l’attività ludica possa rimuovere blocchi e vincoli di cui siamo pervasi nella nostra professione. Il successo di Lego Serious Game e di tante esperienze simili ne è una prova.

Ma organizzare attività ludica progettandola in funzione delle esigenze specifiche di un’azienda non è facile. Serve cercare di non replicare esperienze orientate al puro team building o alla consapevolezza sulla complessità del change management. Serve partire dalle sfide dell’azienda e costruire attorno un’esperienza che possa dare nuovi spunti attorno a quei temi.

gioco

Servono progettisti di giochi e simulazioni che applichino delle regole di fondo per esplorare esigenze sempre diverse. La mera replica di format ludici rischia di essere poco efficace, per quanto di grande effetto.

Conclusioni

Parlare, sperimentare, esplorare e giocare. Sono quattro modi che rientrano in un’attitudine del management all’uscita dal proprio contesto. Sono attività più o meno semplici, più o meno ritualizzabili, per costruire un’attitudine all’ascolto del mercato troppo spesso più dichiarata che realmente vissuta. Sono modi per trasformare il tradizionale percorso di sviluppo di un’idea di business nella costruzione di un mercato durevole e sostenibile.

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Quattro regole per la didattica ai tempi della Retromania. La formazione manageriale tra Youtube e Udemy

On 31, Gen 2019 | In Action Learning, Didattica, Innovazione, La Trappola del Business Plan, Strumenti | By stefanoschiavo

Gli ultimi mesi mi hanno portato come docente davanti a numerosi esperti, manager e innovatori. Argomenti diversi, ma complementari. Lean Thinking e Change management. Design di spazi e contesti adatti all’innovazione. Agile management e Design Thinking. Lean Startup e rituali organizzativi. E molto altro.

Devo ammettere che La Trappola del Business Plan, libro appena pubblicato, mi ha aiutato a diffondere una certa visione dell’impresa e delle sue dinamiche di mercato e organizzative. Una visione che ho sviluppato in anni di esperienze e studi.

Qualcosa però non mi tornava. Mi sono interrogato a lungo sul significato della didattica generando più domande che risposte. In questo post provo a fornire qualche spunto di riflessione per chi costruisce momenti di formazione ai tempi di Youtube.

Lezioni inutili?

Le prime domande sono in qualche modo scontate.

Che senso può avere un’esperienza d’aula con un docente che spiega dei concetti che possono essere trovati comodamente online? Che valore viene da un professionista in cattedra quando l’autore dei contenuti veicolati a lezione è disponibile in Rete con un bel video di Youtube? Quale utilità ha oggi un corso in una business school o una formazione in qualche contesto progettato appositamente?

Le risposte mi sono venute considerano l’dea di Retromania e, come spesso avviene, leggendo Richard Sennett. Andiamo per ordine.

Vietare Wikipedia

Viviamo in un contesto che ci permette un accesso rapido al passato. I rapporti con gli avvenimenti storici si sono modificati. Posso vedere comodamente un video di qualcosa avvenuto nel passato recente. Tornando indietro trovo rapidamente informazioni su fatti trascorsi da tempo. Fotografie, testi, libri, video.

Recentemente, in un weekend con amici, abbiamo deciso di vietare fino al lunedì successivo l’utilizzo di Wikipedia. Nessuno avrebbe potuto verificare informazioni o opinioni emerse durante il viaggio. Una versione particolare di Digital Detox che impediva la risoluzione di dubbi e discussioni troppo immediata. Il risultato è stato quello di aver acceso un confronto molto più profondo. E dall’altro di aver lasciato i diversi dubbi alla Lindy’s Law ben descritta da Nassim Taleb in Skin in the Game. In effetti al lunedì la maggior parte si è persa nell’oblio.

Skin in the Game - Nassim Taleb
Skin in the Game – Nassim Taleb

Youtube e la Retromania

L’accesso troppo facile al passato ci rende leggeri e superficiali. La Retromania nasce da questo.

YouTube è, al tempo stesso, un attore e un simbolo di un drastico cambiamento: attesta l’espansione delle capacità mnemoniche dell’umanità”. Ma si tratta di una memoria estrinseca all’individuo. Una memoria collettiva e condivisa, che si aggiorna in tempo reale. L’effetto collaterale è che “abbiamo a disposizione, sia in quanto individui che civiltà, una quantità innumerevole di ‘spazio’ da riempire per mezzo di memorabilia, documentazione, registrazioni… Ogni aspetto della nostra esistenza diventa potenzialmente archiviabile.

Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato – Simon Reynolds

Le biciclette a scatto fisso, il vinile, Stampomatica, le Gutemberg, The Impossible Project e tanti altri progetti e mode che hanno caratterizzato gli scorsi anni derivano da questo rapporto nuovo con il passato. Si compensa un accesso banalizzato e semplice con una lentezza dettata da tecnologie ancorate al passato.

Retromania - Simon Reynolds
Retromania – Simon Reynolds

E la didattica?

Tutto questo può essere pensato, cambiando alcune cose, per il contesto formativo. In effetti Youtube (e Wikipedia, ma anche i MOOC e tanti altri strumenti online) agisce sull’informazione come sulla musica. L’accesso al passato è facile, ma lo è anche quello al dato e all’analisi. Gli autori sono a portata di clic. Le lezioni sono online.

Ma se l’accesso al passato ha prodotto tante mode legate a tecnologie lente, cosa succede alla didattica?

Contro lo user-friedly

E qui arriva Richard Sennett che spiega alcune cose riguardanti la collaborazione. L’idea di user-friendly, l’assenza di frizioni, la rimozione degli ostacoli non facilitano la costruzione di un’organizzazione collaborativa e creativa. Gli algoritmi e le metodologie prescrittive riducono lo spazio dell’innovazione.

Le resistenze e gli ostacoli sono spunti creativi. Come le biciclette a scattofisso. Come il vinile. Le resistenze ci incitano a pensare. Gli stimoli che provocano arrivano spontaneamente, dall’esterno, invadendo il settore del lavoro ben pianificato, per poi dover essere affrontati.

Senza tensioni interne ci sarebbe una corsa ininterrotta verso un obiettivo immediato; nulla potrebbe essere chiamato evoluzione o realizzazione. La presenza di una resistenza definisce il ruolo dell’intelligenza nella produzione di un oggetto di arte.

Richard Sennett, Costruire e abitare: Etica per la città

Se l’esperienza è facile e scorrevole, essa provoca l’abbassamento dei “generation effects”. È un termine che si riferisce allo sforzo di analizzare informazioni incomplete, contraddittorie o difficili – informazioni di tipo aperto. Fare sforzi permette di conservare meglio e più a lungo l’informazione di quanto non avvenga quando i dati sono completi, chiari e accessibili.

Il GooglePlex, per Sennett esempio di spazio userfriendly
Il GooglePlex, per Sennett esempio di spazio userfriendly

Le quattro regole di Sennett

Sennett conclude suggerendo quattro regole per affrontare questa condizione. Penso ci possano fare da guida nella costruzione di contesti di apprendimento ai tempi di Youtube.

1. Conoscenza incarnata

La prima riguarda la conoscenza incarnata. Si tratta del risultato di un processo di interiorizzazione della conoscenza. Posso concentrarmi realmente sull’esplorazione del nuovo solo se assorbo il metodo. I giapponesi inseriscono questo approccio nello Shu ha ri. Ci sono tre fasi per giungere alla condizione di poter modificare la conoscenza acquisita. Prima bisogna progressivamente imparare a fare quello che il maestro insegna. Poi si ottiene un’autonomia di esecuzione senza modificare le regole. Poi si giunge alla condizione di conoscenza incarnata su cui possono essere proposte modifiche.

Shu ha ri
Shu Ha Ri

2. Conoscenza itinerante

La seconda si riferisce alla conoscenza itinerante. Bisogna imparare a muoversi in spazi non conosciuti. Orientarsi in luoghi non familiari. Non si tratta solo di comfort zone da superare. C’è anche un aspetto di individuazione di schemi non ipotizzati. Superare il bias cognitivo che ci porta a cercare conferme delle nostre idee e a non riconoscere, ma nemmeno ricercare, loro confutazioni. Non ci mettiamo nella condizione di veder negati i nostri pregiudizi. Andiamo costantemente a confermarli attraverso una (anche inconscia) selezione accurata di esperienze costruite a questo fine.

3. Pratiche dialogiche

La terza regola parla di pratiche dialogiche. Costruire contesti di dialogo e meeting di natura non dialettica, ma dialogica. Non perseguire il compromesso tra le diverse posizioni mediando e convergendo. Più importante è mantenere le posizioni estreme e comprendere le motivazioni per sommare i punti di vista. Evitare il Frankenstein risultato della sintesi tra tesi e antitesi e invece elaborare un risultato valorizzando le differenze.

4. Gestione della rottura

Infine la quarta regola si riferisce alla gestione della rottura. Dare spazio a occasioni di infrazione rispetto alle regole. Mantenere ambiguità nei compiti assegnati agli altri. Dare spazi per la sorpresa. Costruire un ambito di “Choice engineering” anziche di “Policing”, come ben raccontato da Lev Virine e Michael Trumper.

Project Think – Lev Virine e Michael Trumper

Come tradurre tutto questo nella didattica

Parlavo dei mesi trascorsi insieme a persone da coinvolgere in un’esperienza didattica. Si è trattato in fondo di un grande esperimento. Quello di applicare le regole di Sennett alla lezione.

L’ho fatto invertendo l’ordine tra esperienza e teorizzazione. Far accadere le cose. Porre prima di tutto i partecipanti davanti all’azione e rispondere con la teoria a comportamenti attivati.

Far sempre interagire le persone tra loro più che con il docente. Costruire contesti didattici più che contenuti. Improvvisare in reazione a quel che avviene. Che poi è sempre diverso perché diverse sono le persone.

Dotare la classe di tanti strumenti da non usare sempre. L’abilità è quella di saper scegliere il tool giusto in funzione della particolare situazione. Non di conoscere perfettamente un solo strumento per una situazione predefinita. Questa capacità di essere eclettici in combinazione con lo sviluppo di un know-how profondo permette di costruire professionisti T-shaped.

Conclusioni

La strada è battuta e penso che un ulteriore passo sia quello di estendere un’attitudine pensata per il momento formativo in un approccio da inserire nel momento lavorativo.

Le regole di Sennett e i concetti della Retromania sono adatti anche per hackerare i processi aziendali e i progetti di innovazione. Questa l’attuale sfida che sto affrontando con molte aziende e partner.

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