Linguaggio persuasivo e AI

Un invito urgente con una firma credibile, magari un ‘come l’altra volta’. A volte basta questo per cambiare la risposta di un modello generativo.

Negli ultimi mesi diversi gruppi di ricerca hanno messo sotto stress una fragilità poco intuitiva, con test controllati su modelli generativi in produzione. A parità di richiesta, quindi stesso contenuto e stesso obiettivo, cambia solo la forma. Il risultato è che il modello tende a concedere più spesso quando il messaggio contiene segnali sociali riconoscibili, quelli che nelle conversazioni umane spostano davvero il comportamento.

Il modello non ‘si fida’ come farebbe una persona. Riconosce pattern linguistici che, nei testi di addestramento, spesso sono stati seguiti da una risposta collaborativa. Quando rivede lo stesso schema, tende a proseguirlo.

Come il linguaggio sposta l’esito

Molti testi persuasivi si possono ricondurre a due famiglie.

La prima riguarda il ruolo percepito e la continuità dello scambio. Una richiesta che esibisce credenziali plausibili, anche solo nel registro e nel vocabolario, viene trattata più spesso come legittima. Un richiamo a uno scambio precedente spinge verso la coerenza, perché la conversazione suggerisce che “si sta completando qualcosa” e la risposta tende a fare un passo in più.

La seconda riguarda relazione e pressione. Un tono cordiale abbassa l’attrito nello scambio. Un invito implicito a ricambiare, “mi hai già aiutato, ora serve l’ultimo dettaglio”, può spostare la soglia. L’urgenza comprime lo spazio della cautela, soprattutto quando viene presentata come finestra che si chiude o come aspettativa del gruppo. Quando questi segnali si sommano, cresce la probabilità di ottenere ciò che in una formulazione neutra verrebbe respinto, anche con policy attive.

Il meccanismo è meno magico di quanto sembri. Un modello generativo costruisce la risposta un token alla volta.Non “decide” come una persona e non ha intenzioni. Funziona per associazioni statistiche apprese da grandi quantità di testo. Nei dati di addestramento compaiono scene ricorrenti, per esempio la figura autorevole che chiede un’eccezione o il collega che sollecita di completare un favore, insieme a messaggi ‘urgenti’ che ottengono priorità.Il modello apprende che certi contesti linguistici tendono a essere seguiti da certe risposte e quando rivede un contesto simile tende a riprodurre la traiettoria.

Quando diventa un rischio reale

In laboratorio l’effetto è interessante. In produzione diventa operativo, perché l’attacco coincide con il linguaggio e passa da canali ordinari.

Un caso tipico riguarda la sicurezza interna. Un assistente che supporta un team soc può essere indotto a rivelare dettagli di configurazione o procedure, se chi scrive si presenta come responsabile reperibile e usa il gergo giusto. Un altro caso riguarda la conformità. Un sistema che dovrebbe mantenere una soglia rigida può allentarsi quando l’urgenza viene attribuita al vertice e la richiesta viene descritta come eccezione condivisa. Anche la moderazione può spostarsi passo dopo passo, costruendo affinità messaggio dopo messaggio fino a far sembrare normale un contenuto che, isolato, avrebbe attivato un rifiuto.

Il rischio non riguarda solo il singolo output sbagliato. Un modello inserito in una catena trasforma una risposta permissiva nella porta aperta per il passo successivo.

Cosa cambia in azienda, in pratica

La conversazione va trattata come parte dell’impianto di controllo. Qui entra in gioco un cambio di impostazione.

Primo, separare chat e azioni ad alto impatto. Le funzioni sensibili non appartengono allo scambio libero.Se un sistema può accedere a dati, inviare comunicazioni, modificare configurazioni o avviare workflow, queste azioni vanno esposte tramite comandi dedicati, con controlli espliciti. La chat resta per spiegare e orientare, mentre l’esecuzione passa da un canale diverso, tracciabile.

Secondo, spostare le conferme su un canale distinto. Quando un’azione richiede consenso, il consenso non dovrebbe essere “un sì in chat”. Serve una conferma su un meccanismo separato, con log indipendenti, identità verificabile e tracciabilità. Questo taglia la possibilità di ottenere un’escalation solo con la persuasione linguistica.

Terzo, misurare la tenuta sotto persuasione come metrica di qualità. Oltre a costi e adozione serve un indicatore che dica quanto il sistema resiste a pressioni conversazionali. In pratica si misura quante deroghe emergono quando si simulano autorità finta, urgenza e richiami a favori precedenti.Questa lettura entra nella scorecard del prodotto come requisito, con soglie dichiarate e trend nel tempo.

Quarto, chiarire confini e responsabilità. Il product owner definisce cosa il modello può fare e cosa non può fare, soprattutto quando la richiesta arriva “vestita bene”. La piattaforma garantisce controlli automatici su privacy e sicurezza e mantiene separati conversazione e attuazione. Se tutto passa dallo stesso canale, prima o poi passerà anche ciò che non dovrebbe.

Infine, costruire test di regressione dedicati agli attacchi linguistici. Serve una batteria di casi che imitano i segnali sociali più comuni, autorità finta, urgenza, continuità simulata e costruzione graduale di affinità. Questi casi entrano nei cicli di test e gli audit periodici sulle conversazioni ad alto rischio verificano che la policy regga anche quando il tono spinge nella direzione opposta.

Tenere le azioni sensibili fuori dalla chat

Le parole restano lo strumento di lavoro. Nei sistemi basati su chat diventano anche un vettore di attacco. La regola pratica è che la chat spiega e orienta, mentre le azioni sensibili stanno fuori, richiedono conferme tracciate e passano da controlli che non dipendono dal tono della richiesta. Accanto a questo serve una metrica che misuri la tenuta sotto persuasione, con soglie esplicite e verifiche regolari. Nei contesti critici questa disciplina riduce le deviazioni e rende l’ai più affidabile quando decide, così la conversazione resta utile senza trasformarsi nel punto debole dell’intero sistema.

By Lukas Ferrazzi