Un Nobel che restituisce profondità all’economia

di Catherine Marshall

Il 13 ottobre 2025 il premio in Scienze Economiche è stato assegnato a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt. È un riconoscimento che a prima vista celebra la teoria della crescita fondata sull’innovazione e sulla “distruzione creativa”. Ma dietro la formula schumpeteriana, ormai diventata un cliché accademico, si nasconde un messaggio più profondo.

Questo Nobel non guarda solo all’economia che produce, ma anche a quella che si ricorda. Non si limita a premiare la capacità di costruire modelli, bensì riconosce il valore della memoria storica, delle istituzioni e della politica come ingredienti indispensabili per far prosperare l’innovazione. È, in sostanza, un premio che invita a una riflessione sulla fragilità del progresso.

Il passato entra nel laboratorio della teoria

Che metà del Nobel vada a Joel Mokyr, storico dell’economia e studioso della Rivoluzione Industriale, è una scelta che spiazza. In un contesto dove spesso prevale il linguaggio dei numeri e delle formule, il comitato svedese ha voluto ricordare che ogni crescita nasce in un terreno culturale e istituzionale.

Mokyr ha dimostrato che la Rivoluzione Industriale non fu un incidente tecnico, ma il risultato di un clima intellettuale favorevole alla curiosità e alla sperimentazione. Ha esplorato come la cultura delle idee scientifiche, la fiducia sociale e la tolleranza verso il fallimento abbiano reso possibile l’accumulazione di conoscenze e, di conseguenza, di ricchezza.

È raro che la storia economica venga trattata non come racconto, ma come strumento di diagnosi. In questo senso, il Nobel restituisce alla disciplina un senso di profondità che spesso la statistica tende a cancellare.

La crescita come condizione fragile, non naturale

Per gran parte della storia umana, la stagnazione è stata la norma. La crescita continua, quella che oggi consideriamo scontata, è un fenomeno eccezionale e recente. Il Nobel di quest’anno rimette questa evidenza al centro, ricordando che il progresso non è un diritto acquisito, ma un equilibrio instabile.

Aghion e Howitt, autori di una teoria che lega innovazione e concorrenza, hanno dimostrato che la crescita si alimenta di rinnovamento e di rischio. Ogni nuova tecnologia cancella posti di lavoro e ne crea altri; ogni impresa che innova costringe le altre a reinventarsi. È un processo doloroso, ma necessario.

Il messaggio del comitato è chiaro nella sua sobrietà: la prosperità non si eredita, si costruisce. E per costruirla servono istituzioni flessibili, politiche industriali lungimiranti e una società capace di sopportare la trasformazione senza cedere alla paura.

L’innovazione non basta se la politica resta indietro

Il terzo elemento che rende il Nobel 2025 interessante è il suo tono implicitamente politico. Dietro la celebrazione della “distruzione creativa” c’è una domanda scomoda: chi si assume la responsabilità di gestire ciò che viene distrutto?

Aghion ha richiamato l’attenzione sui rischi del protezionismo e della chiusura economica. Ha avvertito che i “nuvoloni scuri” che si addensano sull’economia mondiale – dalla de-globalizzazione alle guerre commerciali – minacciano proprio quel meccanismo di scambio che rende possibile l’innovazione.
Howitt ha aggiunto che riportare le produzioni all’interno dei confini nazionali può sembrare prudente, ma in realtà restringe lo spazio della competizione e riduce la scala necessaria per innovare davvero.

Il Nobel quindi non è solo un tributo accademico. È un promemoria per i governi che vedono l’innovazione come un fine in sé, dimenticando che senza un contesto istituzionale solido e inclusivo il cambiamento genera fratture, non crescita.

Una lezione per chi crede ancora nei modelli semplici

Questo Nobel parla in modo sommesso, ma incisivo. Riconosce che la crescita economica non è un automatismo tecnico, bensì un fenomeno culturale e politico. Premia chi ha guardato al passato per capire il presente, e lancia un messaggio implicito a chi decide le regole del futuro.

C’è un insegnamento chiaro: l’economia non vive solo nei numeri, ma anche nelle idee che li precedono. Innovare significa cambiare mentalità prima ancora che strumenti. E, come mostra questo premio, la memoria storica può essere la forma più moderna di lungimiranza.

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