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richard sennett Archives - Sharazad

Quattro rituali utili per un management innovativo

Insieme di Richard SennettIl management richiede rituali. Far collaborare e coinvolgere le persone non è facile. Può sembrare una questione di strumenti, ma come sempre non è così. Per rompere schemi e pratiche orientate all’efficienza individuale serve toccare aspetti delicati.

Ce l’ha insegnato il solito Richard Sennett in Insieme. Che a un certo punto ci ha parlato di rituali come grimaldello giusto per attivare la collaborazione.

In questo post provo a collegare alcuni approcci manageriali che fanno leva sui riti. Penso che senza la consapevolezza di questi aspetti sia difficile intraprendere un percorso di innovazione sia organizzativa che di modello di business.

Gli scambi tra le persone

Sennett ci ha spiegato come esista un numero limitato di scambi tra le persone. In particolare fa riferimento a cinque. Due di essi poi li mette subito fuori. Dice che non hanno a che vedere con le pratiche aziendali. Nessun bisogno di troppa ritualità in queste situazioni…

Gli scambi che possiamo trascurare…

Il primo scambio da scartare è quello in cui un soggetto annienta l’altro (asso piglia tutto). Evidentemente così si scatena una dinamica che non permette lo sviluppo di regole comuni. Nemmeno quelle più basilari del business. L’avversario deve invece potenzialmente sopravvivere all’interno di un’arena competitiva condivisa.

Qui vietate le armi!

Il secondo è al contrario lo scambio in cui si regala all’altro. L’altruismo puro è dall’altra parte della scala rispetto al precedente scambio. Anche questo non si inserisce nelle dinamiche di confronto tra soggetti economici, se non in particolarissimi casi.

Regali altruistici

…e quelli di nostro interesse

Ricordo ancora un progetto di cambio dell’ERP di un’azienda in cui ero coinvolto come giovane manager. Il confronto tra l’ICT manager e la software house è stato di questo tipo:

Azienda – Siamo una bella azienda ed è un onore per voi lavorare con noi…
Fornitore – E infatti è un piacere iniziare questa collaborazione…
Azienda – Quindi ci regalerete le licenze software!
Fornitore – Non se ne parla nemmeno… Le dovete pagare interamente…
Azienda – Ok finisce qui!
Fornitore – Anche per noi!

Capirete la mia costrizione… Dopo qualche mese di lavoro per portare i due al tavolo e una selezione di soluzioni molto onerosa, questo epilogo un po’ precipitoso mi aveva lasciato a dir poco perplesso.

Probabilmente i due hanno adottato una strategia di confronto aggressiva, ma altrettanto probabilmente questo atteggiamento era del tutto inutile.

Ci sono voluti poi tre mesi per riportarli al tavolo e per arrivare alla conclusione esattamente intermedia tra le due richieste. Tre mesi che potevano essere risparmiati così come le innumerevoli telefonate di mediazione.

Eppure lo scambio era profittevole e ideale da subito. L’avevo preparato con ogni cura. Cosa avevo sbagliato? Tecnicamente tutto sembrava portare verso una soluzione rapida e profittevole, ma non avevo ancora capito la potenza dei rituali…

Rituali

L’importante è capirsi…

Eccoci quindi al terzo tipo di scambio. Quello differenziante. Molto importante per l’invero. È il confronto in cui ci si studia. È quello in cui i soggetti si conoscono. Servono a definire aspettative e regole del confronto.

È un passaggio fondamentale perché l’alternativa è un blocco delle negoziazioni. Uno stallo dettato da una diffidenza verso lo sconosciuto e l’ignoto.

Spesso è propedeutico alle altre due forme e permette di arrivare a quella del win-win e di quello a somma zero. Facilitare questi confronti iniziali è di fondamentale importanza. A questo si dedicano molte delle energie commerciali delle aziende. La negoziazione è qualcosa che avviene in una fase finale del percorso di conoscenza. Prima il contatto va coltivato e alimentato con occasioni di scambio.

Ricorda un po’ la visione che proviene dal marketing quando si parla di lead management. Il nostro intento deve essere quello di accompagnare il nostro prospect in un viaggio. Un percorso che va da un’iniziale fase di consapevolezza a quelle successive di considerazione e decisione. Ne parleremo in altre occasioni, ma le connessioni con i riti relazionali che descrivo qui sono importanti.

funnel del marketing

Somma zero e win-win

Eccoci agli scambi che invece concludono un confronto di business.

Lo scambio a somma zero non è altro che la classica situazione in cui una parte vince e una perde, ma con un equilibrio finale che non annienta i soggetti in gioco. Garantire di non annientare la controparte serve a far continuare il gioco. Lo si sa bene quando si pensa al fornitore come a un partner e non come a un avversario da battere.

Ovviamente la soluzione win-win presenta infine caratteri interessanti e di sicuro vantaggio grazie anche all’energia che riesce a infondere in tutte le persone coinvolte.

La funzione dei rituali

Alla luce di questa lettura, ci si può chiedere come si possa facilitare un confronto che porti a degli scambi virtuosi. Come raggiungere il giusto grado di collaborazione, tra partner, tra colleghi, tra clienti e fornitori? Come ingaggiare le persone che hanno influenza nella nostra avventura professionale?

Sennett ci aiuta ancora suggerendoci che la collaborazione è attivabile grazie ai rituali. Sono momenti di relazione tra le persone caratterizzate da tre aspetti:

  1. ripetitività
  2. elemento simbolico
  3. messa in scena

Solo avendo predisposto questi aspetti, possiamo pensare di costruire il contesto giusto per la collaborazione. Li racconto un po’ meglio e poi arrivo a elencare alcuni casi applicativi concreti.

Ripetizione

1. Ripetitività

Perché si configuri un rituale serve che il confronto sia ripetuto secondo regole condivise con una temporalità periodica. Come la messa o la partita di calcio, la pausa caffè o il calcetto tra amici.

La ripetizione periodica aiuta a costruire un confronto secondo regole precise e a interiorizzare l’abitudine allo scambio. Paradossalmente, ma non troppo, proprio i progetti più innovativi e lontani dalle abitudini aziendali hanno bisogno di una cadenza standardizzata.

2. Aspetto simbolico

Per dare il giusto approccio ai confronti rituali serve aggiungere un elemento che faccia da simbolo. La tazzina del caffè è simbolo di condivisione e convivialità. Allinea rispetto a un terreno quotidiano di scambio perché richiama la pausa che permette di ragionare al di fuori degli obblighi dettati dalle procedure aziendali.

Non a caso è proprio nella pausa caffè che spesso emergono le posizioni “vere” delle risorse aziendali. Una specie di confessionale in cui ci si sente liberi di esprimere le proprie opinioni. Con maggior leggerezza e tranquillità che in un meeting ufficiale.

3. Messa in scena

Il terzo elemento del rituale è la messa in scena. Si tratta del contesto, dello scenario in cui si svolge il rito. L’ambiente esterno determina il modo in cui le persone si confrontano. Ne detta l’atmosfera, seria o rilassata, formale o informale e così via.

Uscire dagli abituali spazi in cui si svolge il lavoro quotidiano. Fuori dagli uffici, ma spesso anche dalle sale meeting, per sviluppare in spazi di eccezione un ambito di maggior libertà espressiva.

Quattro esempi di rituale adatti all’innovazione

Eccomi quindi, come promesso, a proporre in chiave rituale, quattro pratiche di management virtuose.

Possono servire

  • a rimuovere blocchi organizzativi,
  • a individuare nuove strade non ancora battute,
  • a costruire un contesto positivo rispetto a un progetto.

Aiutano anche a creare relazioni più evolute con clienti e fornitori.

In altri post parleremo di ognuno di questi approcci. Qui cercherò solo di evidenziarne i caratteri di ritualità rispetto ai tre elementi di cui ho appena parlato.

1. Visual management

visual management

Il visual management permette di affrontare la gestione di processi in maniera visuale attraverso tabelloni, foto, post-it.

Tipicamente si tratta di soluzioni che aiutano a far collaborare team di lavoro eterogenei. Questo principalmente attraverso l’allineamento dato dalla condivisione di una lettura comune. Si trovano metodi che si rifanno a questo approccio sia nel Lean Management che nel Design Thinking che nell’Agile Management.

La periodicità dei meeting di allineamento è un elemento comune. Permette di creare un contesto adatto a discutere quanto emerso tra un incontro e l’altro. Questo senza perdere focalizzazione e allineamento dei partecipanti.

post it colorati

Il post-it ovviamente rappresenta il simbolo principe di questo approccio. Significa che tutto ciò che si dice potrà essere modificato. Siamo in una fase di ricerca e niente è scritto col fuoco. Anzi, l’errore è previsto e può essere un elemento di crescita. Infine la possibilità di tradurre concetti astratti in un post-it consente anche di rendere più materico qualcosa di non percepibile.

La messa in scena prevede tabelloni e lay-out ad hoc, ma esistono diverse schematizzazioni standard.

  • Processi stage & gate con diverse colonne e passaggi da uno stadio all’altro
  • Funnel in cui si vede la progressione di un processo finalizzato a filtrare informazioni
  • Gantt in cui i post-it sostituiscono i task e consentono di appiattire la gerarchia organizzativa

2. Gli spazi del retail

Le esperienze di consumo tipiche degli scorsi decenni si sono modificate non solo per l’irrompere di Internet e dell’e-commerce, ma anche per un profondo cambiamento del rapporto dei consumatori con l’acquisto. Gli studi di Stefano Gnasso sono illuminanti a proposito.

Existential marketingÈ vero che, a partire dal mantra del UGC (user-generated content), si è cercato di far fare al cliente di tutto. Caricare nei nostri siti foto, testi, video. Commentare, partecipare a workshop, concorsi, competizioni. Anche farlo partecipare a flashmob finalizzati al marketing. Paolo Iabichino ha buon gioco a ironizzare su queste pratiche nel bel libro Existential marketing. I consumatori comprano, gli individui scelgono scritto a quattro mani con Gnasso.

Il coinvolgimento dei clienti nel processo di vendita non deve però ridursi a un’esperienza fine a se stessa. Deve avere un carattere trasformativo. Deve essere un passaggio da uno stato a un altro in cui il nostro cliente fa un percorso personale. Questo però richiede che esso si metta direttamente in gioco e non sia inibito nell’azione.

Il consumatore postmoderno

Stefano Gnasso ci dice che il consumatore postmoderno vive in una sorta di eterno presente. Il percorso di sviluppo temporale per la persona era tipico di società di massa in qualche modo superate. La scalata sociale o la costruzione di uno stile di vita condiviso con altri gruppi sociali dettavano un percorso in cui era chiaro il passaggio da passato a futuro. Oggi invece manca la costruzione condivisa di un futuro.

Come reagiscono i brand in questa condizione? Accompagnando il cliente in un percorso rituale. Nel libro più volte emerge questo aspetto del rito. Sempre più gli spazi di retail hanno rimosso quel carattere patinato e quel rapporto unidirezionale con il cliente. La lezione degli spazi incompiuti, dell’estetica relazionale, provenienti dal mondo dell’arte hanno lasciato spazio a esperimenti innovativi come l’atelier 3×1 di New York.

Il caso 3×1

Il cliente che entra nello spazio di Mercer street ha la possibilità di esplorare i servizi del negozio partendo da una proposta di jeans già pronta (ready). Può anche personalizzarla (custom) con vari accessori o inoltrarsi fino alla sartoria in fondo al negozio dove può avere una soluzione su misura (bespoke). Questa progressiva scoperta dello spazio vendita e delle sue proposte rappresenta un percorso che allo stesso tempo determina un rito e una trasformazione nel rapporto del cliente con il consumo del prodotto.

Atelier 3x1

Il cliente deve essere attore diretto della costruzione della propria soluzione. Come nel mondo virtuale del web le persone hanno rotto quello schermo che li separava da brand lontani e irreali, anche nella fisicità del retail ci si aspetta un rapporto nuovo.

Il rituale è entrato in maniera importante in questi contesti. Tutto ciò richiede un’apertura delle organizzazioni al confronto con il cliente. Il coinvolgimento dell’intera organizzazione e non solo dell’interfaccia marketing. Sfide che negli ultimi anni sono state vinte da molte aziende all’avanguardia, ma che ancora non sono giunte a coinvolgere molta parte del nostro tessuto economico.

3. Lo storytelling del marketing

Legandomi al punto precedente, mi viene facile citare i video di Monocle ed esperienze come Kakimori o Aroma-zone. Un retail evoluto che legge in forme rituali l’engagement dei consumatori ha bisogno di racconti adeguati dell’esperienza liminale che viene costruita.

Riprendo quanto detto nel punto precedente circa la necessità di costruire esperienze trasformative per il cliente. Lo storytelling aiuta in questa ricostruzione di una prospettiva temporale e di cambiamento apparentemente perduta.

Un esempio è quello di Uncomag che ha interpretato al meglio queste esigenze. Una rete che cresce costantemente in un racconto collettivo di un mondo professionale in profondo mutamento. Le letture rituali regalateci da Alessio Sartore ci aiutano a ritrovarci in un contesto sociale meno confuso e in un percorso identitario comune. Rispecchiano infine anche quel carattere archetipico di ogni racconto che richiama riti di passaggio tipici della narrazione.

4. Bootcamp e spazi di innovazione

Tornando su rituali forse più comuni, parlo dei bootcamp. Un evento che aiuta le aziende a studiare in maniera più aperta e condivisa temi di interesse che hanno bisogno di un confronto allargato.

Recentemente ho partecipato a quello organizzato da Marketing Arena per SAS Italia. Tutti i momenti della giornata avevano le caratteristiche di un rito fatto di elementi ripetuti, di simboli e di messe in scena evocative.

Un ingrediente interessante in questo ambito è stato quello del Visual Scribing, di una visualizzazione di quanto detto che allinea i partecipanti. Ancora una volta l’elemento visuale diventa centrale in un rito organizzativo confermando l’importanza di dominare questi strumenti.

Più in generale la simbologia degli eventi legati all’innovazione (bootcamp, hackathon, startup weekend, lean startup machine, …) richiama caratteri rituali. Le soluzioni di visual management per le fasi di idea generation o di selezione, le slide e i canvas, i pitch e gli interventi di persone autorevoli nel mezzo dell’evento. Si tratta di un insieme ben codificato di elementi utili a costruire un rito che costruisce un’esperienza coinvolgente e anche in questo caso trasformativa per i partecipanti.

Conclusioni

I rituali hanno la capacità di creare contesti collaborativi virtuosi.

Per costruirli però serve tenere in considerazione diversi aspetti. Serve anche saper contestualizzare le linee guida che ho introdotto nel post in ambiti diversi.

Che si tratti di organizzazione, di innovazione o di marketing, la consapevolezza del potere di cambiamento implicito nel rito è elemento di partenza per governare pienamente l’elemento relazionale che sta alla base di ogni momento di collaborazione.

In Sharazad abbiamo spesso avuto l’occasione di mettere in pratica queste indicazioni e sono nate iniziative come Lino’s & Co e le Fab Sessions.

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26

Jun
2013

In News
the fab

By stefanoschiavo

Siamo designer o artigiani? Ovvero l’unico modo per comprendere questa rivoluzione è farne parte

On 26, Jun 2013 | In News, the fab | By stefanoschiavo

Per noi che ci siamo inebriati delle idee di Roberto Verganti, che abbiamo vissuto una stagione di emozionanti scoperte circondati da designer provenienti da tutto il mondo, che abbiamo frequentato straordinari creativi con uno sguardo visionario sulla società e sulle cose, per noi ciò che oggi sta avvenendo apre questioni importanti e difficili.

Mi riferisco a quanto accade nel mondo della produzione e dell’economia manifatturiera, a Futuro Artigiano e a quanto gira attorno ai concetti che da un po’ esploriamo in prima persona. I problemi si riferiscono al rapporto con i designer, alla funzione di questi in questo nuovo paradigma, alla sintesi tra le nuove professionalità emergenti. La citata design-driven innovation ha rappresentato una visione affascinante che ha dato un senso nuovo alla creatività italiana superando quel complesso nei confronti dello sviluppo formalmente manageriale dell’universo aziendale.

Essa poneva l’accento su un designer in grado di sviluppare un’innovazione radicale di senso e significato partendo da una forte sensibilità nei confronti di quanto emerge nella società, anticipando e mediando tra un proprio approccio personale e i segnali meno espliciti del mercato. 

La centralità del designer, la sua cultura aperta, la sua empatia con lo scorrere delle cose si sviluppavano in una ricerca virtuosa fatta di creatività, perizia e intuizione. Una figura titanica e romantica che forse oggi scricchiola.

Scricchiola perché sta emergendo una nuova figura chiamata in tanti modi diversi, maker, crafter o più sobriamente artigiano. Essa ha un carattere meno eroico, si fonda su una profonda conoscenza materiale, su ore di duro lavoro necessario ad accumulare un saper fare che non può essere studiato a tavolino o imparato sui libri.

La centralità della cultura materiale dell’artigiano sembra un arretramento rispetto alla capacità di lettura dei bisogni latenti della società che caratterizzava il designer. Sembra quasi che l’aspetto tecnico, l’innamoramento per il proprio prodotto, al di là e quasi contro il resto del mondo, prevalga.

Ma così non è. E questa è la grande novità.

L’artigiano di oggi non è chiuso nella sua bottega a provare e riprovare gli stessi schemi, dimentico degli altri e restio ad ogni contaminazione. Al contrario il protagonista di questa sorta di craft-driven innovation apre il suo laboratorio alle persone curiose di sperimentare e recuperare un rapporto con la produzione (spesso autoproduzione), confonde la propria competenza con nuovi stimoli tecnologici più o meno digitali (la stampa 3D, Arduino e tutto l’armamentario dei Fab Lab), viaggia, si arricchisce di esperienze, è aperto alla collaborazione, alla rete, alla trasparenza e a tutto il meglio della cultura “social” dell’ultimo decennio e infine fa il designer e anche qualcosa di più. Si sporca le mani e, parafrasando, sta sopra il suo tempo senza starne fuori.

La figura che ne esce è quanto di più lontano dal vecchio e stantio paradigma dell’artigiano in autoesilio, ma anche da quell’improbabile entità salvifica del designer capace di trasformare in oro ogni suggestione che la società gli offra.

Questa strada battuta da Stefano Micelli sul percorso tracciato da Richard Sennett, che trova echi nelle più recenti evoluzioni californiane (abbiamo ancora in mente la bella serata del Galileo Innovactors’ Festival), mostra già esempi eccellenti, un’economia in sviluppo e un oceano di altri casi che un po’ alla volta stiamo scoprendo e catalogando. Li stiamo conoscendo questi artigiani e parlar con loro non è facile. Stiamo noi stessi assimilando la loro cultura, ci scontriamo con gli stessi problemi e in qualche modo stiamo evolvendo. Fino ciò che abbiamo capito è che l’unico modo per comprendere questa rivoluzione è farne parte.

Il nuovo trend del design, che cambia radicalmente il ruolo dei designer, degli stilisti, degli intermediari culturali tra idea e prodotto, sta sviluppandosi nei centri delle nostre città, in spazi industriali aperti nelle zone più vitali del nostro Paese. La città è fondamentale in questo nuovo Rinascimento che torna alle radici della cultura materiale proiettandola in una nuova estetica di incompiuto e relazioni. Un’estetica in altre parole aperta e partecipativa. The Fab a Verona è un primo esempio virtuoso, con la sua tipografia letterpress Lino’s Type, coworking artigiano, spazio d’eccezione che continuamente esplora questa nuova estetica e in questo modo un nuovo concetto di design.

Dal nostro punto di vista le due figure che abbiamo di fronte non si escludono, ma nemmeno si integrano come fossero professioni complementari. Sono piuttosto da integrare in maniera nuova, con designer meno patinati che cercano il rapporto con l’esperienza produttiva (ho visto di recente un workshop di Lagostudio in cui i giovani studenti producevano le loro creazioni in totale assenza di supporti digitali, come a dire che la creatività cresce nella relazione fisica con la materia) e artigiani che integrino nella loro cultura una certa imprescindibile visione del mondo e delle persone.

 

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28

Sep
2012

In Futuro
Laboratori
the fab

By stefanoschiavo

The Fab. Ovvero lo stile di un pensiero è il suo movimento.

On 28, Sep 2012 | In Futuro, Laboratori, the fab | By stefanoschiavo

Costruire un laboratorio come The Fab richiede mani operose e volenterose braccia per spostare macchine da stampa e tirare cavi, verniciare muri e asfaltare strade. Come in un garage di un gommista, in una carpenteria, in una bottega di quelle che vediamo frequentemente, dove con grinta si dà da fare chi sta cercando, al di fuori di fini analisi finanziarie e sterili vertenze sindacali, una nuova strada per il lavoro e l’economia.

Grinta. E anche stile. “Lo stile di un pensiero è il suo movimento”, dicevano. Le mani che si intrecciano in questa avventura sono gli elementi fondanti di un incrocio di pensieri non banali. Il contesto determina i comportamenti. Perciò lavoriamo a costruire il luogo, lo spazio in cui le relazioni, perché un’estetica relazionale è ciò che ci ispira, suscitano emozioni, raffigurano idee e infine producono manufatti e vita.

In questa visione prima di tutto economica alcuni autori ci aiutano e ci fanno da bussola. Parliamo tra gli altri di Nicolas Bourriaud e di Richard Sennett. Per noi la fisicità delle azioni si incrocia con un fare, come direbbe Alessio, non eroico, ma partecipato e collaborativo senza svilire le personalità in un anonimo collettivo indefinito e sfibrante. Insieme è la parola chiave che attiva i momenti di improvvisazione, di leggerezza e di esperimento che creano cultura e ricchezza. Che fondano The Fab.

PS Grazie a Paolo per i suggerimenti di lettura 🙂

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16

Jan
2012

In cool

By stefanoschiavo

Oltre l’estro disorganizzato…

On 16, Jan 2012 | In cool | By stefanoschiavo

Sharazad si occupa di strategia. Che è fatta, ce lo dice anche il nostro amico Manuel, di un pensiero originale, di una visione profonda, di obiettivi cui orientarsi, di azioni da compiere e di persone che possono aiutare a raggiungerli. E’ per questo che ci affascinano le idee che aiutano a trovare la propria strada. Una di queste, ormai lo sapete, è quella sviluppata, sull’onda di Richard Sennett, da Stefano Micelli con il libro Futuro Artigiano.

Ne abbiamo già parlato in altri post. Ogni tanto ci piace spiegare meglio cosa intendiamo. E’ forte il rischio di pensare all’Artigiano in termini di piccola struttura naive che, come da titolo, si barcamena tra estri disorganizzati e dimensione locale con un recupero nostalgico se non addirittura regressivo di un passato superato.

Chi pensa alle future dinamiche produttive, al recupero della manualità e del saper fare, si riferisce a fenomeni che legano queste capacità ad una comunicazione innovativa, a dei prodotti nuovi e soprendenti, a collaborazioni internazionali, a una strategia insomma non da “piccolo orticello”, ma di chi sa mettersi in relazione con le idee più virtuose e originali al mondo.

Per farvi un’idea c’è questo bel video suggeritoci da Barbara. Magari guardatelo full screen. Ah! L’audio merita… 🙂

Dusty Signs from Hunter Johnson on Vimeo.

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