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futuro artigiano Archives - Sharazad

11

Mag
2016

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Futuro
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By stefanoschiavo

Le cinque regole per non fare “craftwashing” con il nostro artigianato

On 11, Mag 2016 | In cool, Futuro, News, Non categorizzato, projects, report | By stefanoschiavo

Qualche anno fa, ce lo ricordiamo, si era in piena moda ecologica, tra “sostenibilità ambientale” e “impronta ecologica”. Mi ricordo che consumavo due pianeti e mezzo con il mio sobrio (davvero) stile di vita… Fioccavano progetti di design sistemico, life cycle assessment e così via. Oggi questo spirito ci sembra si dia un po’ per scontato e appartenga oramai al DNA di chi fa impresa in modo corretto.

In quel contesto molti ci mettevano in guardia rispetto al rischio di “greenwashing”. Operazioni apparentemente nobili che cercavano di sensibilizzare e posizionare l’azienda sulla questione ambientale, ma che poi mostravano di essere solo una patina su processi industriali tutt’altro che equilibrati negli impatti sull’ecosistema.

La questione sembrava lana caprina, ma in realtà scopriva un certo atteggiamento verso il tema del momento. Ne sono passati altri poi e sempre più ne nascono. La Social Enterprise, la Corporate Social Responsibility, Design Thinking e così via. Ognuno di questi con una propria forza straordinaria, capaci di ridare valore e senso alle attività economiche, ma allo stesso tempo ognuno a rischio appunto di essere sfruttato per un puro e superficiale imbellettamento che non tocca nel profondo l’agire quotidiano delle aziende.

Sapete che Sharazad ha seguito e segue un filone che amiamo. Quello che pone nel settore manifatturiero un’attenzione particolare. Ci riferiamo al Futuro Artigiano, al New Craft raccontato da Stefano Micelli quest’anno a La Triennale di Milano. Siamo cresciuti in medie imprese creative capaci di cambiare le regole del gioco incrociando istanze di innovazione con la pratica della trasformazione materiale. Tutto quanto raccontano Richard Sennett e Stefano Micelli ci appartiene. Eppure esiste il concreto rischio di utilizzare queste coordinate per far accadere quanto successo con il green. Avremmo voglia di chiamarlo “craftwashing”.

Non ci lanciamo in lunghe lamentazioni su questo fenomeno. Preferiamo prendere invece un caso opposto, in cui la questione è affrontata nella maniera corretta, per delineare alcune regole, quasi un manifesto che spiega cosa fare per creare vero valore e non solo un racconto superficiale e sterile. Prendiamo un’iniziativa che vuole tradurre i contenuti del Futuro Artigiano in azioni che abbiano impatto nell’economia reale. Pensiamo a “Fare Impresa Futuro” di Banca IFIS e a Botteghe Digitali che ne è la più bella concretizzazione.

Una banca che pensa alle necessità dei piccoli (piccolissimi a volte) artigiani per capire meglio le loro necessità, per studiare il tipo di supporto di cui hanno bisogno, per portarne alcuni a ripensarsi e a iniziare un percorso di crescita. Dietro c’è un’idea di servizio per il mercato che la banca deve ripensare. Quasi un laboratorio aperto di ricerca e sviluppo che studia gli equilibri e i limiti di un target di PMI alla ricerca di un nuovo modello.

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Marketing Arena e Banca IFIS stanno raccontando al meglio i contenuti del progetto e qua potete leggere la cronaca di quanto ogni giorno accade. A noi, partendo da questa straordinaria esperienza, piace riassumere i punti che denotano un progetto con un concreto impatto:

  1. Il punto di partenza non sono gli artigiani e quel che sanno fare. Il punto di partenza sono i clienti degli artigiani. La rilettura della visione e del ruolo di una piccola azienda manifatturiera non si fa partendo dai contenuti storici di queste aziende, ma dal nuovo mercato che essi affrontano. Spesso il problema è infatti il gap che si è creato tra un’azienda che è invecchiata guardando solo a ripetere se stessa e un mercato che ha preso nuove logiche mosse da tante innovazioni non solo digitali.
  2. Smarcarsi da nostalgie e ricordi, uscire dal continuo riferimento ai fasti passati, alle cose che funzionavano e oggi non lo fanno più, dalla narrazione dei pionieri che in qualche modo si pongono su un altare implicitamente accusando le nuove generazioni di inettitudine. Trovare il giusto ruolo per i figli e i nuovi collaboratori. Insegnare e apprendere a qualsiasi età, rimanendo sempre curiosi e attenti a ciò che ci circonda.
  3. Non pensare che il cambiamento avvenga grazie a una bacchetta magica. Una certa retorica proveniente dalle startup digitali della Silicon Valley ha trasformato l’attività imprenditoriale in una sorta di lotteria. Un’exit da raggiungere in poco tempo per brindare alla fortuna che arride gli audaci. Ma sarebbe come stimolare un’economia da “gratta e vinci”. Il lavoro normalmente si ripaga nel medio lungo termine. Il successo si suda e si conquista provando, sbagliando, riprovando e sbagliando di nuovo.
  4. Non affrontare lo sviluppo attraverso complessi ed esaustivi Business Plan. Servono, ma non a trovare il proprio modello di business. Altrimenti fanno l’effetto del piano quinquennale sovietico. L’atteggiamento corretto è quello di ipotizzare e testare. È un approccio scientifico, sperimentale, iterativo, progressivo. Esistono metodi per far questo. E se non si conoscono si chiede ad Andrea De Muri 🙂
  5. Lo sviluppo del prodotto viene dopo. Prima ci sta la verifica del valore che si crea, l’efficacia di ciò che si promette al mercato. Nella fase di esplorazione è più importante verificare che qualcuno apprezzi il nostro prodotto, non perseguire efficienza e crescita. Sennò si sprecano soldi e tempo per fare qualcosa che nessuno poi vuole. Le aziende sono Mister Wolf, risolvono problemi. E devono conoscere chi ha questo problema. Dopo, solo dopo, si fa crescere il business. La comunicazione (e le app, i siti, l’ecommerce, …) , i canali per veicolare i propri messaggi, sono uno spreco di risorse (soldi) se non seguono il carattere sperimentale che caratterizza l’innovazione (anche artigiana).

La cosa bella è che tutto questo si può fare con metodo. Senza limitarsi alla superficie, ma entrando nella concreta azione quotidiana degli artigiani e delle PMI italiane. Creando link e relazioni virtuose con soggetti istituzionali (banche, professionisti, pubblico) e con partner utili (agenzie, freelance, …), superando un temibile salto generazionale che non tutti sono capaci di affrontare nel modo giusto.

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Dietro l’angolo c’è quell’effetto “craftwashing” di cui si parlava prima, ma pensiamo che sia a disposizione l’antidoto, come dimostra questo progetto cui Sharazad si è davvero appassionata.

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30

Ott
2015

In Futuro
News

By stefanoschiavo

Quella strana tipicità tutta italiana…

On 30, Ott 2015 | In Futuro, News | By stefanoschiavo

Poi ci si chiede cosa sarà questa tipicità manifatturiera italiana… Lavorano l’acciaio, sono in quindici, con il loro capannone in una classica area di pianificazione urbanistica, cioè in mezzo a un bosco vicino a una bella zona residenziale.

E lavorano bene. Grandi clienti che li chiamano per prodotti personalizzati, quelli difficili, dove competenza e innovatività vanno in simbiosi. Quando serve, e recentemente capita spesso, cercano qualche altro ragazzo da far lavorare, ma lì attorno studiano tutti social media marketing e non è facile… 🙂

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Le cose vanno bene, ma non sono soddisfatti. Seguire le specifiche delle grandi aziende funziona, ma quando sai lavorare bene, meglio degli altri, ti vien voglia di creare, inventare… Ecco allora che cominciano a sfornare macchine professionali per farsi la birra in casa, estrattori per erbe officinali per agriturismi e così via. Perché vendere a chi utilizzerà le tue macchine ti permette di scriverle le specifiche, di parlare coi tuoi clienti, di metterci fantasia e creatività.

Chiamano anche il Fab Lab appena aperto lì vicino per esplorare qualche nuova tecnologia. Dopo aver visto la Maker Faire ci si rende conto che i Maker stanno anche nelle piccole aziende manifatturiere che di Fab Lab ne dovrebbero aprire uno ciascuna. A volte solo cambiando il nome al reparto prototipi, perché poi tutto il resto c’è già!

Che poi torna bene anche ai tuoi clienti grandi, quelli delle specifiche, che cercano te perché non sei un mero esecutore, ci metti del tuo e aiuti il tuo cliente a far bene le cose.

Ecco c’è questa cosa nei nostri artigiani, nelle nostre piccole aziende, questa cosa che non sapremmo definire, ma che ha a che fare con il design, l’arte e schemi mentali strani che ti vengono solo quando passi tutto il giorno in officina… Sono le cose evidenziate da Italiani di Frontiera e Futuro Artigiano. Perché l’innovazione nasce dal fare, lo sappiamo, ma è bello riscoprirlo ogni giorno nelle imprese che incontriamo.

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29

Apr
2014

In Futuro
News
Non categorizzato

By stefanoschiavo

Milldue, un’esperienza di lean design in salsa artigiana

On 29, Apr 2014 | In Futuro, News, Non categorizzato | By stefanoschiavo

Parliamo tanto di artigianato, di makers, di piccoli produttori eroici che sembrano sfidare il mercato con un afflato romantico che conquista e affascina tutti noi.

Ci piace però pensare che questo movimento nasconda una prospettiva economica virtuosa che coglie il meglio della piccola e media industria italiana. L’innovazione rapida e creativa, la reattività, la customizzazione e la personalizzazione, la competenza tecnica, il gusto e lo stile.

Molti pongono nella grande dimensione la capacità di investire in nuove soluzioni, ma forse è vero il contrario. Contro lo spreco e l’utilizzo inefficiente delle risorse, la piccola azienda (al suo meglio) riesce a sviluppare un’efficienza e una determinazione per tentare soluzioni nuove anche in presenza di risorse limitate. Sa anche farsi carico di soluzioni coraggiose che non possono rientrare nei piani ingessati della grande azienda. Costituiscono, spesso a proprio danno, il vero terreno di sperimentazione delle idee più innovative.

Un caso che ci piace raccontare e che Sharazad da ormai un po’ di tempo segue da vicino è quello di Milldue, un’azienda del Design che riesce ad esprimere al meglio tutto ciò che sta sotto etichetta di “futuro artigiano”. Lo fa perseguendo allo stesso tempo una solidità internazionale con razionalità economica e visione strategica. Milldue progetta, produce e distribuisce soluzioni di Arredo Bagno. Al Salone Milldue ha fatto qualcosa di eccezionale, ma ve lo raccontiamo fra poco…

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Caso tipico delle migliori aziende del design italiano, sa sposare stile e bellezza con soluzioni tecniche eccezionali. I bagni non sono normali pezzi d’arredo perché devono contemplare singolari problematiche tecniche come l’integrazione con gli impianti, la presenza di acqua e l’utilizzo di materiali adeguati, l’ambito contemporaneo del design, del benessere e della cura del corpo, l’integrazione con altri settori come la rubinetteria e l’oggettistica.

Milldue è appieno nell’ambito del Futuro Artigiano si diceva. La presenza nell’esperienza newyorkese del nostro amico Diego di Design-Apart lo attesta. Ha tutte le caratteristiche per proporre un design originale, ma capace di adattarsi alle esigenze specifiche dei mercati che va a toccare, che siano le fredde lande russe o il continente americano, l’Africa, l’India o l’Europa. La competenza tecnica, il design modulare e il modo snello di progettare fondano la capacità di customizzare i prodotti e ne fanno un operatore adeguato al mercato globale senza però perdere la profonda relazione con il territorio in cui nasce.

Stefano e Giorgio sono imprenditori giovani che continuano un’esperienza familiare in un classico dell’economia veneta, ma il passaggio generazionale è stato capace di innovare l’organizzazione e la filosofia aziendale in senso lean e design-driven.

milldue5Nell’ultimo Salone del Mobile abbiamo parlato molto di Fuorisalone e di tutte le straordinarie esperienze di Zona Tortona, Lambrate, Brera e così via. Non abbiamo invece fin qui parlato abbastanza del Salone vero e proprio. E quindi parlare di quel che lì ha fatto Milldue ci permette di evidenziare un’espressione chiara della capacità inventiva e creativa del settore.

Senza probabilmente concepirlo in maniera strutturata sono stati protagonisti di un progetto tipico della cultura lean in salsa PMI. In questa occasione infatti le scelte di sviluppo prodotto e di innovazione avevano portato a una forte pressione sui tempi di sviluppo delle nuove collezioni.

Invece di arrendersi alla necessità di presentare al mercato i prodotti senza il corretto insieme di materiali di comunicazione, l’idea è stata quella di utilizzare la Fiera per forzare i tempi e comprimere tutta la tradizionale filiera di produzione. Per far questo l’azienda ha adottato una strategia di riduzione di spazi e tempi. Gruppi di lavoro con sprint quotidiani per lo sviluppo e la produzione dei prototipi con un eccezionale sforzo produttivo che spiega la forza di un’azienda che mantiene la produzione in casa. Utilizzo dello spazio di esposizione presso la Fiera per riunire fotografo, grafico, designer, marketing e tipografia con un contatto diretto e continuativo. Ne è risultata la produzione di un catalogo di grande pregio.

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La compressione di tempi e spazi, tipici della Kaizen Week, se da una parte nasce dall’esigenza di rispondere nei tempi necessari, dall’altra crea le condizioni ideali per uno scambio mai così efficiente di feedback e informazioni tra gli attori della filiera. I professionisti potevano dialogare direttamente sul prototipo, in un approccio da Design Thinking.

I processi strutturati a volte aggiungono transazioni informative talmente inefficienti da compensare, in progetti veloci e complessi, il miglioramento dell’efficienza locale. Il risultato è stato un fantastico stand e una documentazione di supporto alla vendita arrivata in tempi rapidissimi nonché un successo commerciale come poche volte in passato. Complimenti all’intera squadra che ha fatto tesoro di un esercizio di coordinamento leggero come quello messo in atto attraverso i metodi Lean.

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14

Apr
2014

In cool
events
News
report

By stefanoschiavo

Cinque idee dal Fuorisalone di Milano tra Artigianato e Cibo

On 14, Apr 2014 | In cool, events, News, report | By stefanoschiavo

Grande spolvero per gli artigiani italiani al Fuorisalone milanese. Chi si è mosso tra Lambrate, Tortona, Brera e le altre zone del Design ha sicuramente visto come il taglio artigiano sia stato forte quanto quello gastronomico.

Per quest’ultimo c’era un incombente Expo a tema Cibo a tirare gli sforzi dei brand. Si vedevano aziende di interni con in serbo improbabili progetti cross tra design e food…

Invece il tema del ritorno alla manifattura era figlio di un’urgenza meno “vincolata”. Il cambio di sensibilità è manifesto e costituisce forse un cambio di paradigma economico. Un rientro dai capannoni romeni si mischia ai sottoscala zeppi di stampanti 3D. Resta, come dice Stefano, il problema della scalabilità, dell’uscita dalla fase sperimentale, dell’adeguamento della scuola e della formazione in generale, del confronto con la comunicazione digitale e delle politiche di internazionalizzazione.

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Ciò detto e ricordando il successo di un’edizione del Festival Città Impresa che ha affrontato proprio questi temi con Nicola, Stefano, Marco e tanti altri amici, proviamo a fare la nostra selezione di idee che ci hanno appassionato nelle giornate trascorse in una davvero magnifica Milano.

Sicuramente impressa nella memoria resta la terrazza di Onwards dove ogni giorno si sono sviluppati i confronti tra designer, produttori, giornalisti e intellettuali che partivano da esperienze concrete per parlare degli sviluppi del mondo del design. Ricordiamo Filippo Berto, Diego Paccagnella, Fabio Ciciani immersi nel verde di un roof che non aveva niente da invidiare a Manhattan!

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La seconda citazione è per due esposizioni di collezioni davvero belle. Nello spazio Nonostantemarras Segno Italiano ha mostrato i suoi prodotti in “un volo a planare” davvero emozionante. Ad ASAP invece era Internoitaliano a esporre soluzioni di una qualità straordinaria. In entrambi i casi la precedenza è andata ai prodotti e la maestria artigiana è stata capace di farli parlar da soli. Non sempre è così, ma la cultura dell’autentico porta proprio a questo tipo di risultati che dovrebbero essere la costante di un design ben fatto.

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Infine L’eco bookshop Valcucine ha dato il meglio di sé con una fucina creativa ospitata nel piano inferiore dove l’energia produttiva dell’azienda nordestina ha incrociato un flusso di idee e braccia.

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Tanto altro è avvenuto in queste giornate milanesi. Impossibile dimenticare la mostra Mondopasta a Subalterno1 dove Tecnificio è riuscito a coinvolgere una serie di designer nell’hackeraggio del mondo della pasta. Stampanti 3D e Lasercut, grilli e tatuaggi per ripensare uno dei nostri prodotti più tabù…

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Infine complimenti a Sara e Youcangroup che ha organizzato con Alce Nera uno speed hacking innovativo nel format e nelle idee sul mondo del food…

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Queste due ultime segnalazioni toccavano il tema Food e sono davvero la base per pensare all’Expo in maniera innovativa e dirompente. Sarebbe bello vedere queste iniziative incrociarsi perché quell’idea di diventare scalabili e sostenibili è fatta anche di strade da percorrere insieme dove le energie possono permettersi di puntare a diversi e più estesi pubblici… Le condizioni ci sono tutte. Mettiamoci all’opera.

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07

Gen
2014

In Futuro
News
report
the fab

By stefanoschiavo

Tre spazi di futuro artigiano in Giappone

On 07, Gen 2014 | In Futuro, News, report, the fab | By stefanoschiavo

Il Giappone, come l’Italia, possiede una cultura manifatturiera fondata su radici antiche, ma in grado di sviluppare una dimensione contemporanea integrando innovazione e tradizione. Ecco perché abbiamo approfittato delle quasi tre settimane nel Paese del Sol Levante per andare a cercare alcune delle esperienze più interessanti per Sharazad e The Fab.

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Il Giappone può esser letto sotto diverse prospettive. Una culturale che chiaramente ci mostra notevoli differenze rispetto alla nostra sensibilità occidentale. Una ritualità esasperata insieme ad un’ansia di rinnovamento continuo che sfocia in un inseguimento senza fine di novità tecnologiche e architettoniche. Non ci soffermiamo ovviamente qui su questioni complesse che hanno prodotto nell’ultimo secolo luci e ombre della storia nipponica e che recentemente sembrano far rivivere qualche incubo che sembrava passato. Ma non possiamo dimenticare, nel leggere le peculiarità dei casi che citiamo, questa nota per noi sorprendente di continua palingenesi che trova radici nella storia più antica di un Paese che ha avuto una continuità politica e sociale di lunghissima durata e che ha trovato in fattori endogeni lo stimolo all’innovazione. Terremoti, tsunami, guerre e incendi hanno costellato una terra comunque orientata a cambiare sempre senza forse farlo realmente. Per chi è cresciuto tra i cartoni animati degli anni ottanta e la Lean Production dei novanta, tante conferme e qualche sorpresa.

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Ci piace quindi citare in questo post alcune delle situazioni più illuminanti legate all’artigianato ed all’innovazione, alla cultura del fare, all’arte ed al design, con un occhio di riguardo allo spazio fisico di interazione tra pubblico ed espositore. Restiamo a Tokyo anche se la nostra visita si è spinta nelle regioni più a ovest.

Per gli amanti dell’arte e dell’architettura che si recano in Giappone è quasi impossibile resistere alla tentazione di una visita all’isola di Naoshima tra i Monet e Turrell esposti all’interno delle architetture di Tadao Ando. Inseguire poi a Tokyo le opere di Le Corbusier e Kenzo Tange diventa quasi una caccia al tesoro all’interno di tessuti urbani che oscillano tra Manhattan e Honk Hong. Le innumerevoli gallerie e collezioni artistiche, i musei e i teatri consentono di immergersi in un affascinante connubio di riscoperta dell’antico e di esplorazione del futuro. Mettendo da parte quindi i capolavori del MOT e del cinquantatreesimo piano del Mori Museum, il teatro e la storia di Edo, ci soffermiamo su tre spazi che, sommandosi alle esperienze statunitensi ed europee di cui abbiamo parlato negli ultimi mesi, ci faranno da guida nei nuovi progetti che si presentano eccitanti per il 2014.

1. Kakimori Stationery
Li avevamo visti in On the paper trail, il bel video che Monocle ha loro dedicato a settembre. Dentro c’era tutto quello che ci piace fare con Lino’s Type, Benfatto e i progetti che si ispirano alle idee di Futuro Artigiano. Visto che è sempre fare e mostrare che raccontare, siamo andati a vedere la cartoleria (ma il termine italiano non rende) a Tokyo. Ci hanno accolto spiegandoci subito un po’ di cose sul negozio. La possibilità di farsi un notebook scegliendo copertina, carta, rilegatura e così via ricordava molto analoghe proposte come 3×1 a Manhattan e i negozi Converse.
Dopo un bel po’ di indecisione, vista la bellezza di tutte le varianti di tessuto, pelle, stampa, carta e rilegature, abbiamo scelto e ottenuto in dieci minuti il notebook finito e confezionato. Bello è stato vederlo nascere davanti ai nostri occhi e a quelli di tutti i passanti nella strada di fronte alla vetrina dove il piccolo laboratorio si affaccia. Intanto l’esplorazione di penne, inchiostri, astucci, carte e quanto di meglio lo scrivere possa richiedere ci ha permesso di scoprire artigiani e produttori accuratamente scelti da Kakimori e che spesso partecipano ad eventi organizzati dallo stationery shop.

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2. 2k540 Aki-Oka Artisan
Un progetto di ristrutturazione di uno spazio un po’ insolito, ma così frequente a Tokyo. E’ ben raccontato qua. Si tratta dell’area sotto i binari del treno metropolitano, il famoso JR che consente di arrivare quasi ovunque alla velocità di 400-600 km/h, ma in città va più lento… :). La soluzione architettonica è piaciuta e ha vinto premi e riconoscimenti. I contenuti ospitati dall’area sono costituiti da una serie di negozi di artigiani giapponesi. Made in China rigorosamente abolito. Un’atmosfera piacevole accoglie i visitatori che possono entrare in decine di negozi che presentano belle produzioni locali. Prodotti di 3D printing e di cartoleria raffinata. Workshop ed eventi. Ci ha affascinato il contrasto con i department store di Electric City che a pochi isolati splendeva tra neon e suoni e che tra pachinko e negozi di elettronica inseguiva una prospettiva ben diversa e forse, ma è solo una nostra idea, un po’ più triste.

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3. Design Festa Gallery
Un terzo spazio tra i tanti visitati va ancora in una tendenza controcorrente, ma probabilmente più interessante rispetto al fulgente luccichio di luoghi patinati che pur costellano la proposta artistica e di design della capitale. Si tratta di una galleria artistica in uno dei quartieri più orientati al design di Tokyo. Lo spazio sembra accogliere fisicamente il modello Etsy e nella nostra visita si rivelava come un mercatino di artisti, artigiani e designer che portavano all’interno delle sale di Design Festa tutte le loro opere centrate sui… gattini. Come dicono alcuni, il novantacinque percento del web e di Facebook in uno spazio fisico insomma… 🙂
La ristrutturazione della galleria va in una direzione volutamente partecipativa. Le stesse modalità di candidatura degli artisti sono costruite in modo da rendere il più possibile aperto lo spazio. Murales, caffè, vendita sono tutti all’insegna di un’accoglienza molto diversa da quanto ci si aspetta di questo tipo di spazi.

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Tre luoghi diversi, ma che raccolgono una stessa tendenza alla partecipazione orientata al fare manifatturiero. E’ ciò che perseguiamo con The Fab e con i nuovi progetti in via di definizione che avranno una dimensione internazionale, ma che non tradiranno i princìpi che vediamo confermati quando giriamo in altri Paesi.

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18

Ott
2013

In benfatto
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Futuro
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By stefanoschiavo

Sul Corriere la nostra guida per Venezie Post. I dieci esercizi per attivare nuove imprese.

On 18, Ott 2013 | In benfatto, cool, Futuro, News, Non categorizzato, report, the fab | By stefanoschiavo

L’occasione è stata davvero straordinaria. Una Guida turistica per Nuovi Artigiani. L’uscita del nuovo numero di VeneziePost, ci ha dato la possibilità di tracciare, a nostro modo, una specie di guida turistica dei territori del nuovo artigianato. E oggi ne parla anche il Corriere della Sera, con un’intervista a Nicola che delinea gli aspetti chiave di questa ricerca, tra gli spazi di The Fab e le proposte di Benfatto.

Nati per Fare

Il titolo dello speciale della rivista, Mappe, dal tema Nati per Fare, si lega straordinariamente a questa nostra esplorazione. Vi si parla di Hi-tech, prodotti unici e web: a Nordest l’«artigiano 2.0». Una mappa delle relazioni e delle emozioni che intercorrono nel mondo del fare. Insieme a noi Stefano Micelli, Eleonora Vallin, Marco Bettiol, Antonio Calabrò, Francesco Jori, Alessia Cerantola, Roberta Voltan, Daniele Capra e tanti altri amici che tracciano un percorso ideale nel nuovo Nordest, cresciuto all’ombra dei capannoni e delle mostre d’arte, del design e della globalizzazione.

L’articolo che si può leggere su Venezie Post, presenta Dieci semplici esercizi per attivare nuove imprese. Un viaggio insolito attraverso le best practice del territorio, mai sotto i riflettori. Sono dinamiche non ancora così visibili, ma già capaci di trascinare una generazione di persone appassionate. E ci piace farne parte per raccontarle, ma anche per viverle.

L'articolo sul Corriere della Sera

 

 

 

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09

Ott
2013

In events
News
projects

By stefanoschiavo

Benfatto.org al via con quattrocento metri quadri di artigiani ed eventi ad Abitare 100% Project

On 09, Ott 2013 | In events, News, projects | By stefanoschiavo

benfattoDopo la straordinaria esperienza della Maker Faire romana, un’altra Fiera ci ospita per lanciare un progetto che Sharazad considera la somma di tante esperienze e collaborazioni nate in questi anni. Si tratta di benfatto.org.

L’idea di Benfatto è quella di mettere a frutto le connessioni, le competenze, le visioni che ogni giorno incontriamo. L’obiettivo è connettere la distribuzione internazionale con artigiani di alta qualità adeguati in termini operativi e di design.

Da una parte la distribuzione, online o fisica, che cerca capacità manifatturiere, ma trova aziende per un motivo o per l’altro inadeguate: product design, stile, capacità gestionali o logistiche, competenze finanziarie e così via. Dall’altro aziende straordinarie che però non sanno fare il salto necessario per aprirsi a nuovi orizzonti di mercato.

Non sempre il problema è di competenze tecniche, quanto relazionali. Anzi il più delle volte si tratta di sapersi aprire al confronto con altre aziende o professionisti (progettisti, designer, makers, manager, …) e proprio questo tipo di progetti sono al centro dell’azione di benfatto.org.

progetti benfatto

Già alcuni casi di progetti avviati all’interno dell’iniziativa sono presenti nella piattaforma e saranno l’oggetto dei quattrocento metri quadri di Abitare 100% Project. Lo spirito è quello di Futuro Artigiano e risponde anche alla recente domanda di Giorgio Soffiato sulla capacità degli artigiani e delle piccole aziende manifatturiere di mettersi in relazione con il mondo dell’innovazione e dei makers, tra diffidenze, inadeguatezze culturali, incapacità gestionali, ma con un patrimonio straordinario di cultura materiale. Ne parleremo presto anche a Pillole di Futuro.

Qui c’è il dettaglio dell’evento che comprende anche due tavole rotonde con i protagonisti dell’innovazione manifatturiera e dello sviluppo del nuovo ecommerce mondiale in ambito design.

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L’occasione è straordinaria per attivare contatti e approfondire il potenziale di Benfatto.org. Speriamo di incontrare tanti di voi domenica pomeriggio a Verona Fiere. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi e sui risultati dei progetti.

 

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13

Set
2013

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Futuro
News
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By stefanoschiavo

MakeTank, il marketplace cucito su misura per i nuovi makers si presenta a Verona

On 13, Set 2013 | In events, Futuro, News, report, the fab | By stefanoschiavo

Un tavolo pensato per degustare dei buoni vini; lampade di cartone; gioielli creati da una stampante 3D; un portachiavi per chi, al posto delle chiavi di casa, usa un chip RFID. L’autore di quest’ultimo, peraltro, si fa ritrarre in posizione yogica: spiritualità ed inventiva, potremmo dire.

Sono, questi, alcuni esempi di creazioni dei nuovi artigiani, che chiameremo “makers” con gratitudine verso l’essenzialità dell’inglese. Tutti questi oggetti – e molti altri – sono acquistabili su MakeTank, un marketplace online cucito su misura per i nuovi makers.

I fondatori, sono stati ospiti di quella fucina creativa che è, in tutti i sensi, The Fab, e ci hanno raccontato con dovizia di particolari il loro modello di business.

Tutto nasce da un’idea: favorire la diffusione del lavoro degli artigiani digitali mettendoli in condizione di vendere e produrre senza dover affrontare investimenti potenzialmente insormontabili. MakeTank di fatto non vende niente, ma mette in contatto artigiani e clienti finali offrendo ad entrambi la piattaforma per concludere l’affare.

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E dunque, qual è la ricetta per il successo? I ragazzi ce l’hanno spiegata così:
– si scelgono attentamente i makers per offrire una vetrina di prodotti di qualità
– si creano un marchio e un logo che, col tempo, trasmettano fiducia
– si attirano, in questo modo, clienti potenziali che cercano qualcosa di speciale, unico – o, comunque, raro – per il quale sono disposti a spendere un po’ di più
– si offre, ai venditori, un servizio gratuito di consulenza e assistenza, condividendo esperienza e competenza sul prezzo, sulle spedizioni, sul rapporto da instaurare con il cliente finale
– infine, si garantisce a quest’ultimo una vetrina online semplice da utilizzare, bella da vedere, ricca di informazioni, umana e personale.

Tutto questo è MakeTank. La presentazione di Laura, come è immaginabile, ha suscitato una sessione di domande e risposte appassionata ed appassionante, grazie al pubblico coinvolto a più livelli. C’era chi, con un occhio al marketing, si informava sul profilo del vendor e sul perché, tra tanti siti che offrono servizi analoghi, qualcuno dovesse proprio rivolgersi a loro; c’era chi, invece, sondava le opportunità per la propria impresa, o negozio; c’era infine chi si interrogava su questa certamente inconsueta strategia di approccio al mercato che spesso sembra così aliena alle metodologie tipiche del mercato di massa.

Del resto, MakeTank opera, per istinto, passione e assieme razionale consapevolezza, in un ambito di nicchia tecnicamente inteso, che veste magnificamente la filosofia produttiva di chi predilige l’artigianato e la personalizzazione alla produzione industriale massificata. Infatti, molte sono le parole chiave risuonate nel corso dell’ora di dibattito che dovrebbero far rizzare le antenne a chi si intende di niche markets: qualità del prodotto, qualità del servizio, individualità, personalizzazione, manualità, unicità, prezzo superiore a quello del prodotto “generico”, contatto personale tra venditore e cliente, fiducia, innovazione costante, cliente finale selezionato e individuato.

Infine, una pizza a tarda sera ha stimolato ulteriori conversazioni su futuro, opportunità e sfide. Effettivamente, è innegabile che MakeTank viva un momento di grande fermento e di conseguenti decisioni da prendere per il futuro; nel contempo, cominciano a delinearsi le opportunità di un business che sta prendendo forma.

Potremmo anzi dire che opportunità e sfide viaggiano assieme: per esempio, l’opportunità di valorizzare sempre più la qualità dei prodotti – e dei produttori! – si accompagna alla sfida di evolvere e chiarire i parametri di selezione dei vendor stessi, a tutto beneficio del cliente finale. Il carattere artigianale del prodotto mostrato su MakeTank, poi, sta già evidenziando l’opportunità di farlo toccare con mano a chiunque sia interessato; contemporaneamente, la sfida è di individuare modalità sempre più creative per avvicinare il prodotto al cliente senza snaturare il modello di business, anzi, rafforzandolo.

Speriamo, dunque, sia valsa la pena di ritardare il lungo viaggio verso Firenze di qualche ora! Da parte mia, va a loro solo un grazie per aver alimentato una chiacchierata così entusiasmante.
Nel frattempo, i ragazzi di MakeTank si stanno dando da fare: potrete trovarli là dove sentirete parlare di “makers”.

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26

Lug
2013

In events
Futuro
News
report

By stefanoschiavo

Una cultura più artigiana per la Ricerca. La lezione di Trieste.

On 26, Lug 2013 | In events, Futuro, News, report | By stefanoschiavo

Pensavamo di aver visto molto con gli esperti di Digital, ma non eravamo pronti, devo ammetterlo, alla psicologia del ricercatore. Lo stupore nel leggere la dinamica della Fab Session all’Area Science Park di Trieste non è stato poco.

Dell’evento si parla qua, con tanto di video e foto di Riccardo Luna. In questo post invece ci piace fare qualche considerazione su quanto avvenuto nel corso dei due workshop su Lean Startup, apprezzati anche dallo stesso Ash Maurya in un tweet che ci ha fatto molto piacere.

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Il gioco è ormai quello iconico, gli snowflakes, i fiocchi di neve di carta in cui sono impegnate alcune squadre. I partecipanti devono portare rapidamente sul mercato qualcosa di vendibile e il mercato ha le sue regole tutte da indagare. Diciamo che vince chi sa fare ricerca e sviluppo in maniera più intelligente. Pensavamo di arrivare ad un pubblico, nel pieno di un parco scientifico, particolarmente adatto a questo compito.

Se nel corso degli incontri con gli esperti digitali abbiamo riscontrato una forte tendenza alla divergenza, all’uscita dagli schemi, ma magari un po’ di difficoltà nel chiudere, nel portare la creatività nella pratica, qui ci aspettavamo magari un po’ di mancanza di pensiero laterale, ma una grande capacità di indagare le priorità e il gusto del mercato.

Niente di più lontano da quanto avvenuto.

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Anzi, il rifiuto del confronto con i clienti, la tendenza a una ricerca slegata dai desideri del mercato, si è fatta luce da subito e si è spinta fino a dichiarazioni di alterità esplicite. Estremizziamo un po’ perché alcuni spunti più market-driven non sono mancati (specie nel secondo gruppo), ma non esitiamo a dire che l’innamoramento per la propria ricerca senza volontà di riscontri nel mercato ha caratterizzato l’intero workshop.

Un punto in particolare ci ha colpiti… nella consegna del materiale iniziale per far delle prove pratiche di realizzazione del fiocco di neve, la tendenza è stata quella di accantonare il foglio di carta e la forbice e di dedicarsi ad una discussione astratta su quanto fare… Tant’è che solo tardissimo si sono visti fiocchi di neve al tavolo del mercato. Anzi mai avevamo atteso tanto (quasi la fine dell’intero tempo disponibile) per vedere manufatti venduti.

Ok è solo un’esperienza che forse sarebbe ingiusto generalizzare, ma la tentazione di richiamare un vecchio articolo del New York Times è forte. In un confronto tra economia statunitense e canadese, vi si diceva che la delocalizzazione delle attività produttive per mantenere la creatività e la ricerca nei ricchi Paesi occidentali non funziona. E non funziona proprio perché la ricerca, quando sia finalizzata alla vendita sul mercato, non può prescindere dalla cultura materiale, dalla dimensione produttiva manifatturiera, dallo spirito artigiano che rugge dentro le nostre fabbriche…

L’Area Science Park sta sviluppando bellissime startup concrete e di successo. Riccardo Luna ce ne ha raccontate un po’ martedì scorso. Le abbiamo apprezzate. A Trieste, nei campus del parco scientifico, ci sono tutti gli elementi, la filosofia e l’entusiasmo per trainare questa rivoluzione manifatturiera. Tutto il mondo della ricerca, compresi gli uffici di ricerca e sviluppo delle piccole imprese che costellano il territorio italiano, dovrebbe avvicinarsi a una cultura che possa coniugare futuro artigiano e lean startup.

Nessuna innovazione senza produzione, senza contatto con i materiali e le lavorazioni. Attraverso il recupero di questa dimensione si può veramente svolgere un’attività di ricerca che sia anche ponte per un’economia ancora di successo.

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08

Lug
2013

In Futuro
Laboratori
News
report

By stefanoschiavo

Che idee sono uscite dalla Fab Session digitale-artigiana?

On 08, Lug 2013 | In Futuro, Laboratori, News, report | By stefanoschiavo

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Questa è la traccia su cui hanno lavorato i tre gruppi di cui abbiamo raccontato qui le vicende. Essa dava una possibile visione sull’attuale difficoltà del mondo artigiano italiano a interagire con istituzioni, imprese, partner e clienti internazionali.

La metodologia proposta era quella dell’esperimento su cui testare le idee che nascevano sui vari temi. L’approccio a rapidi cicli di test e verifica ci sembra il più adatto nel contesto di incertezza e variabilità dell’attuale mercato.

I gruppi hanno lavorato ognuno interpretando la sfida in maniera originale.

Uno ha seguito il metodo delineando una serie di temi e cercando le ipotesi e le proposte più a rischio per poter quindi individuare esperimenti immediati di verifica.

Un secondo ha girato il foglio ed è partito da una mappa mentale. Ci è piaciuto il rifiuto dello schema come base per pensare in maniera più creativa. Il gesto stesso secondo noi rappresentava un consiglio metodologico interessante per aziende spesso troppo supine di fronte al pensiero dominante del settore di appartenenza. Vediamo realmente molte imprese bloccate da una sorta di fedeltà al modello condiviso di un distretto o di una rete di partner.

Il terzo ha discusso a lungo senza nemmeno seguire le tracce del modello e portando un pensiero originale più centrato sulle relazioni e sui valori artigiani che su un discorso istituzionale e vincolato all’attuale contesto produttivo.

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Possiamo individuare cinque principali aree di intervento che ogni gruppo ha indicato e proviamo di seguito a far emergere i contenuti principali.

1) Formazione e trasmissione del know-how

La formazione nel mondo artigiano ha bisogno di nuovi modelli didattici per la trasmissione della capacità manifatturiera. La delega del ruolo di scuola ad enti esterni alle realtà produttive va contro ogni logica. Il “saper fare” si trasmette nel fare stesso. Nelle aziende e tra gli artigiani deve tornare centrale un ruolo formativo che fa da ruota di trasmissione generazionale e di allargamento dei soggetti detentori delle conoscenze pratiche  C’è una massa critica anche in questo campo e la riduzione degli artigiani a pochi maestri non è che l’anticamera della scomparsa definitiva di queste competenze.

Bisogna finanziare iniziative nei luoghi di lavoro e non enti di formazione esterni che non sono efficaci e, salvo rare eccezioni, sviliscono l’attività e la cultura manifatturiera. C’è un bell’esempio recentemente segnalato da Paolo Gubitta in questo senso. La strada è aperta e le condizioni per sperimentare forme nuove di coinvolgimento sono già alla portata. Una commistione tra iniziative didattiche già in atto e lo spirito di quelle complementari, come l’Oniricalab di Amplificatore Culturale, può essere un primo banco di prova.

All’interno di questa area però non si può dimenticare un fattore fondamentale: l’attrattività di questo tipo di percorso professionale. Il mondo digitale è fondamentale per rendere “cool” la professione artigiana oggi considerata una seconda scelta rispetto alla carriera d’ufficio. Uno dei gruppi in particolare ha sottolineato questo aspetto cruciale. Se non c’è un cambio di percezione da parte dei giovani nei confronti dell’attività manuale, ogni altro sforzo sarà vano. L’esperienza di Oniricalab anche in questo caso risulta d’impatto ed esempio.

E’ l’orientamento scolastico stesso che dovrebbe cambiare prospettiva. Non si può continuare ad indicare la formazione professionale come seconda scelta per chi non sembra avere prospettive scolastiche diverse. Ma per far questo, ripetiamo, deve cambiare insieme anche il tipo di formazione proposta.

2) Marketing e comunicazione

Il mondo digitale ha spesso commesso l’errore di voler spingere le aziende e gli artigiani a seguire la moda web del momento. Blog o app, video o social network prescindendo dall’identità specifica e ponendo lo strumento prima della strategia. Dai gruppi di lavoro è emersa la convinzione della necessità di mantenere il focus sulla cultura manuale e non “far scrivere blog agli artigiani”. Piuttosto usare gli esperti di web e comunicazione per farne emergere e percepire il valore. Questo attraverso un superamento della “vendita del sito” per proporre piuttosto piattaforme più estese e trasversali che comunichino al mondo le specificità della produzione artigiana. Dare una veste che possa essere compresa dalle aree di mercato attualmente impossibilitate a conoscere questa ricchezza è il principale punto di azione del mondo digitale verso quello artigianale. Un’interfaccia alta nel mondo business che faccia dialogare chi non possiede codici omogenei di dialogo.

D’altro canto questo può valere per una fascia generazionale di cinquantenni sessantenni difficilmente integrabili con la nuova cultura digitale, se non in termini di affiancamento. Una volta attivato il meccanismo descritto nel primo punto e create le premesse per un passaggio delle competenze a generazioni più giovani, il ruolo nella comunicazione dell’artigiano stesso può riprendere centralità. Un esempio significativo è Lino’s Type, la tipografia letterpress dove il passaggio di consegne e l’affiancamento tra artigiano di prima generazione e nuovi attori immersi nel mondo digitale consente una maggior consapevolezza su originali modalità di comunicazione.

Approcci che integrano web con workshop, open day, collaborazione con artisti e designer in un’ottica difficilmente attivabile con i vecchi interlocutori. La prospettiva è un cambiamento del ruolo delle agenzie e dei professionisti della comunicazione. Le distinzioni dei ruoli saranno più sfumate e la generazione di contenuti ripartirà dal luogo di produzione del valore distintivo.

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3) Gli intermediari commerciali e la redistribuzione del valore

L’aspetto commerciale però è forse quello che più ha acceso la discussione. Prima di comunicare, formare, coordinare, si deve dimostrare di poter vendere. Uno dei punti più importanti dell’evoluzione digitale degli ultimi anni è stata la disintermediazione. Vale per i giornalisti, i negozi di libri, le guide turistiche e così via. Anche la rete distributiva può essere ripensata con prospettive nuove che partano dalle possibilità date dal web. L’evoluzione del ruolo degli intermediari va da esperti di transazioni economiche (sconti, provvigioni, presidio distribuzione, …) a ripetitori del valore attraverso luoghi (anche virtuali) di connessione tra distribuzione e produzione, piattaforme B2B per collegare artigiani e prodotti con il mercato internazionale senza banalizzare e omologare le storie.

Al centro di tutto questo sta anche una ridistribuzione del valore nella catena. Da un terzismo diffuso al riconoscimento della centralità del luogo di generazione del valore. Il web può attivare un meccanismo virtuoso che avvicina domanda e offerta riducendo i passaggi a non valore aggiunto. E’ qualcosa di simile a quanto emerso per la comunicazione nel punto due, ma più centrato sull’equità dell’aspetto economico.

4) Istituzioni e burocrazia

Inevitabile che i gruppi si concentrassero anche sui temi della semplificazione delle procedure e sul supporto nelle esigenze burocratiche. E’ evidente come il web possa rivoluzionare i meccanismi di espletamento delle necessità fiscali e di compliance normativa.

Non si tratta solo di rendere più immediate le procedure e di virtualizzare processi fisici ridondanti, ma anche di sostituirsi in quei ruoli che l’artigiano non riesce a seguire e per i quali si deve affidare a ulteriori professionisti, commercialisti, notai, avvocati, che vanno ulteriormente a erodere il margine sviluppato con il proprio lavoro.

Le idee emerse in questo senso sembrano più velleitarie nel contesto attuale, ma la proposta di strumenti di semplificazione indipendenti dal percorso istituzionale e legislativo sembra ancora una volta mostrare la diffidenza circa vere svolte nella proposta politica.

5) Identità artigiana e intersettorialità

Un ultimo punto ha toccato lo sviluppo di esperienze intersettoriali in cui il driver sia la cultura materiale e non il singolo skill tecnico. Il mondo digitale è particolarmente adatto a creare corto circuiti virtuosi che sanno mettere insieme con una chiave interpretativa nuova food, design, fashion, intrattenimento, esperienza, … Un esempio che ci è ovviamente caro è quello di The Fab a Verona, ma molti altri casi stanno nascendo e possono essere un modo per leggere in maniera più evoluta le potenzialità della manifattura.

La sensazione è che il carattere di disintermediazione del web prevalga nella visione del supporto che questo mondo può dare a quello manifatturiero. Il mondo digitale può andare oltre il marketing quindi per abbracciare un cambiamento più profondo nell’equilibrio del mercato dal punto di vista economico-transazionale, logistico-distributivo e infine nella formazione e didattica, dove il vero gap è quello dell’attrattività dei ruoli produttivi.

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05

Lug
2013

In events
Laboratori
News

By stefanoschiavo

Ma il digitale offre agli artigiani solo app e stampanti? Quindici esperti digitali a Milano per unire atomi e bit.

On 05, Lug 2013 | In events, Laboratori, News | By stefanoschiavo

Lo premetto. Il tema non è semplice. Avevamo parlato nell’ultimo post del rapporto tra artigiano e designer, ma se c’è una situazione forse ancora più ambigua e delicata nei confronti dei nostri imprenditori manifatturieri è certamente quella del mondo digitale.

Usciamo da dieci anni incredibili. Una rivoluzione tecnologica, ma, lo sappiamo bene, ancor più culturale. Possibilità di scambi e conversazioni continue che hanno aperto la strada ad un ritmo di propagazione dell’innovazione e delle idee mai visto in precedenza. Con tutta una serie di correlati d’impatto: il know-who che diventa quasi più importante del know-how, la serendipity che si trasforma in una prassi manageriale, la trasparenza delle informazioni, la condivisione dei punti di vista, l’apertura verso gli altri, tutti punti che formano un paradigma nuovo della gestione aziendale.

I clienti che progettano con i produttori in continuo rapporto con fornitori e partner, la comunicazione che mostra i segreti anfratti delle retrovie aziendali, l’open innovation e il social business insomma. E in tutto questo la tecnologia, le app, il mobile, Steve Jobs e altri eroi che spopolano sui quotidiani e al cinema. Alcuni sviluppi toccano l’ambito della produzione, tra Arduino e le stampanti 3D, inizio di una rivoluzione auspicata nel design one-to-one e nell’autoproduzione non più solo di stevia sul balcone… Eppure tutto ciò sembra non aver toccato l’animo disilluso del nostro “artigiano di bottega”.

Sembra anzi che le due culture siano in parte impermeabili. Piccole aziende sommerse di fax e burocrazia circondate da giovani entusiasti in riva al Sile o in un coworking di Lambrate. E allora abbiamo provato a capire se la sintesi sia possibile, se i nostri maestri digitali possono realmente integrarsi e forse confondersi con gli artigiani in crisi. Ma non volevamo soluzioni “markettare”, il nuovo sito e il blog, un contest o un po’ di guerrilla…

Abbiamo proposto a quindici esperti più o meno tutti provenienti dall’universo digitale di mettersi a ragionare su aspetti importanti del mondo artigiano. Per predisporli al meglio li abbiamo fatti giocare in una Fab Session ospitata dagli amici di Make a Cube. Hanno fatto i loro giusti errori di tattica nel gioco oramai iconico degli snowflakes e si sono quindi immedesimati nelle condizioni di un artigiano di fronte al mercato.

Poi è stata la volta delle idee, sviluppate in forma di esperimento, in tipico stile Lean Startup. Partendo dalle intuizioni di Stefano con cui avevamo chiacchierato il giorno prima. Ne sono uscite intuizioni interessanti che toccano gli aspetto della formazione e del trasferimenti delle competenze, dell’immagine dell’artigiano come possibile sbocco lavorativo “cool”, delle possibilità di accesso al mercato e dell’evoluzione del ruolo degli intermediari commerciali e così via tra modello economico, impostazione produttiva, comunicazione e psicologia. Tutte idee che per una volta non hanno toccato l’aspetto tecnico o di comunicazione del digitale. Hanno scavato nel profondo del disagio artigiano suggerendo vie pratiche, ma culturalmente elaborate, per superarlo.

Ciò che è emerso è stato un approccio diverso alla questione. Consapevole delle criticità, ma coraggioso al punto giusto. Un’attitudine che non riscontriamo tra i nostri produttori chiusi in qualche capannone della Bassa o in una bottega in periferia. Torniamo da loro con alcune proposte, alcuni possibili partner e la voglia di ripetere l’esperienza mischiando questa volta partecipanti digitali e analogici per vedere cosa ne esce.

I risultati nel dettaglio ve li raccontiamo in quest’altro post.

Qui sotto vi lasciamo la traccia su cui i gruppi hanno lavorato e che consideriamo come uno dei possibili punti di partenza.

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26

Giu
2013

In News
the fab

By stefanoschiavo

Siamo designer o artigiani? Ovvero l’unico modo per comprendere questa rivoluzione è farne parte

On 26, Giu 2013 | In News, the fab | By stefanoschiavo

Per noi che ci siamo inebriati delle idee di Roberto Verganti, che abbiamo vissuto una stagione di emozionanti scoperte circondati da designer provenienti da tutto il mondo, che abbiamo frequentato straordinari creativi con uno sguardo visionario sulla società e sulle cose, per noi ciò che oggi sta avvenendo apre questioni importanti e difficili.

Mi riferisco a quanto accade nel mondo della produzione e dell’economia manifatturiera, a Futuro Artigiano e a quanto gira attorno ai concetti che da un po’ esploriamo in prima persona. I problemi si riferiscono al rapporto con i designer, alla funzione di questi in questo nuovo paradigma, alla sintesi tra le nuove professionalità emergenti. La citata design-driven innovation ha rappresentato una visione affascinante che ha dato un senso nuovo alla creatività italiana superando quel complesso nei confronti dello sviluppo formalmente manageriale dell’universo aziendale.

Essa poneva l’accento su un designer in grado di sviluppare un’innovazione radicale di senso e significato partendo da una forte sensibilità nei confronti di quanto emerge nella società, anticipando e mediando tra un proprio approccio personale e i segnali meno espliciti del mercato. 

La centralità del designer, la sua cultura aperta, la sua empatia con lo scorrere delle cose si sviluppavano in una ricerca virtuosa fatta di creatività, perizia e intuizione. Una figura titanica e romantica che forse oggi scricchiola.

Scricchiola perché sta emergendo una nuova figura chiamata in tanti modi diversi, maker, crafter o più sobriamente artigiano. Essa ha un carattere meno eroico, si fonda su una profonda conoscenza materiale, su ore di duro lavoro necessario ad accumulare un saper fare che non può essere studiato a tavolino o imparato sui libri.

La centralità della cultura materiale dell’artigiano sembra un arretramento rispetto alla capacità di lettura dei bisogni latenti della società che caratterizzava il designer. Sembra quasi che l’aspetto tecnico, l’innamoramento per il proprio prodotto, al di là e quasi contro il resto del mondo, prevalga.

Ma così non è. E questa è la grande novità.

L’artigiano di oggi non è chiuso nella sua bottega a provare e riprovare gli stessi schemi, dimentico degli altri e restio ad ogni contaminazione. Al contrario il protagonista di questa sorta di craft-driven innovation apre il suo laboratorio alle persone curiose di sperimentare e recuperare un rapporto con la produzione (spesso autoproduzione), confonde la propria competenza con nuovi stimoli tecnologici più o meno digitali (la stampa 3D, Arduino e tutto l’armamentario dei Fab Lab), viaggia, si arricchisce di esperienze, è aperto alla collaborazione, alla rete, alla trasparenza e a tutto il meglio della cultura “social” dell’ultimo decennio e infine fa il designer e anche qualcosa di più. Si sporca le mani e, parafrasando, sta sopra il suo tempo senza starne fuori.

La figura che ne esce è quanto di più lontano dal vecchio e stantio paradigma dell’artigiano in autoesilio, ma anche da quell’improbabile entità salvifica del designer capace di trasformare in oro ogni suggestione che la società gli offra.

Questa strada battuta da Stefano Micelli sul percorso tracciato da Richard Sennett, che trova echi nelle più recenti evoluzioni californiane (abbiamo ancora in mente la bella serata del Galileo Innovactors’ Festival), mostra già esempi eccellenti, un’economia in sviluppo e un oceano di altri casi che un po’ alla volta stiamo scoprendo e catalogando. Li stiamo conoscendo questi artigiani e parlar con loro non è facile. Stiamo noi stessi assimilando la loro cultura, ci scontriamo con gli stessi problemi e in qualche modo stiamo evolvendo. Fino ciò che abbiamo capito è che l’unico modo per comprendere questa rivoluzione è farne parte.

Il nuovo trend del design, che cambia radicalmente il ruolo dei designer, degli stilisti, degli intermediari culturali tra idea e prodotto, sta sviluppandosi nei centri delle nostre città, in spazi industriali aperti nelle zone più vitali del nostro Paese. La città è fondamentale in questo nuovo Rinascimento che torna alle radici della cultura materiale proiettandola in una nuova estetica di incompiuto e relazioni. Un’estetica in altre parole aperta e partecipativa. The Fab a Verona è un primo esempio virtuoso, con la sua tipografia letterpress Lino’s Type, coworking artigiano, spazio d’eccezione che continuamente esplora questa nuova estetica e in questo modo un nuovo concetto di design.

Dal nostro punto di vista le due figure che abbiamo di fronte non si escludono, ma nemmeno si integrano come fossero professioni complementari. Sono piuttosto da integrare in maniera nuova, con designer meno patinati che cercano il rapporto con l’esperienza produttiva (ho visto di recente un workshop di Lagostudio in cui i giovani studenti producevano le loro creazioni in totale assenza di supporti digitali, come a dire che la creatività cresce nella relazione fisica con la materia) e artigiani che integrino nella loro cultura una certa imprescindibile visione del mondo e delle persone.

 

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08

Apr
2013

In Futuro
News
the fab

By stefanoschiavo

Lino’s Type sulla Nuvola… tra Arduino e Gutemberg

On 08, Apr 2013 | In Futuro, News, the fab | By stefanoschiavo

Lino’s Type, “startup di nuova economia artigianale” citando le parole di Alessio nell’articolo sulla Nuvola di corriere.it, è un’avventura sempre più entusiasmante.

Mentre Giovanni è sulla buona strada per le famose “diecimila ore” che servono a creare un artigiano, Laura lo mette alla prova con una creatività continuamente alla ricerca di nuove sfide. Nicola trova modi sempre diversi per relazionarsi con quel che di più interessante succede nel mondo.

Ecco allora, all’interno di The Fab, susseguirsi la presenza di Luca Barcellona in una serata memorabile, lo sviluppo di un progetto in onore di Massimo Banzi, l’inventore di Arduino, da poco tornato, grazie al bel lavoro del’amico Roberto Bonzio, nella sua scuola di Desio e omaggiato di un lavoro di Lino’s Type. Poi l’articolo su corriere.it.

Ma principalmente l’entusiasmo che si vede crescere attorno al progetto ci dà il senso dell’importanza che questo approccio alla generazione di nuova economia può avere.

La squadra già di per sé notevole continua ad aprirsi a nuovi collaboratori, a nuove idee. I clienti stessi non sono un mero destinatario di un design chiuso in se stesso, ma diventano l’interlocutore principale per uno sviluppo condiviso di intuizioni e proposte.

Tutta la scuola del design thinking, dell’organizzazione snella e del social business sono al servizio di un laboratorio artigiano e qualcosa di eccezionale sta davvero avvenendo. Le visite di scuole, istituzioni, appassionati e curiosi ci piacciono e ci danno la giusta dose di entusiasmo per continuare l’avventura e farla diventare un esempio di ciò che è possibile fare in questo momento per pensare in modo nuovo la nostra manifattura.

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19

Mar
2013

In events
Futuro
News

By stefanoschiavo

Nicola sul Corriere del Veneto per il lancio di Venezie Post

On 19, Mar 2013 | In events, Futuro, News | By stefanoschiavo

Sabato c’è stata la presentazione di Venezie Post, di quella cioè che è l’evoluzione dello storico Nordesteuropa che nel corso degli anni ci ha accompagnato raccontando in modo intelligente i fatti e le economie del Nordest.

Siamo stati presenti sul palco con l’intervento, come al solito sferzante, di Nicola. Nella cornice della Fondazione CUOA si sono succeduti Stefano Micelli, Aldo Bonomi e tanti altri amici.

Il Corriere del Veneto ha raccontato l’evento con un articolo di Federico Nicoletti che vi riportiamo qua sotto.

MANIFATTURA VENETO

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21

Gen
2013

In cool
Futuro
News
the fab

By stefanoschiavo

Una bella intervista a Stefano su Ninja Marketing. Sharazad, The Fab, Lino’s Type e la formazione che serve per diventare Futuro Artigiano.

On 21, Gen 2013 | In cool, Futuro, News, the fab | By stefanoschiavo

L’intervista che ci ha fatto Ninja Marketing è stata davvero una bella occasione per illustrare il nostro approccio. Abbiamo parlato dello spazio The Fab, di Lino’s Type, la start up artigiana che vi è ospitata, di The Fab Sessions, i momenti formativi che vi si svolgono. Alberto Maestri, che ha svolto l’intervista, è stato davvero bravo e lo ringraziamo anche qui.

Ma già venerdì sera, ci dicevamo, l’intervista sembrava in qualche modo quasi superata. Tanto è il ritmo di innovazione, tanta è la velocità con cui nascono nuove idee e iniziative. Dobbiamo constatare che la formula che mette insieme uno spazio manifatturiero con chi di solito si chiude in una stanza a ragionare su astratti progetti di business ha superato le nostre più ottimistiche aspettative. Il corto circuito tra spazio strategico e produttivo era la nostra maggior scommessa. La tensione a rendere visibile e tangibile ogni processo astratto è nel nostro DNA che oscilla tra Design Thinking e Lean Manufacturing.

La mattina, mentre stavamo definendo una partnership con un’importante istituzione nordestina, venti studenti delle scuole superiori di Verona erano in visita guidata da Giovanni tra le macchine letterpress del laboratorio tipografico. Subito dopo ci raggiungeva Andrea e insieme sviluppavamo un’idea di The Fab Way da applicare alle realtà produttive che vogliono sviluppare un nuovo percorso di crescita. Nel frattempo Sara ci proponeva una bellissima idea di eventi aperti al pubblico da sviluppare a The Fab, in spazi produttivi e dentro i teatri nel corso dell’anno.

Insomma, un fermento che sinceramente non sentiamo quando siamo dentro le aziende, spesso vincolate a tempistiche e passaggi burocratici inadeguati all’innovazione al tempo dei makers… Un passaggio che ci piacerebbe ipotizzare è quello di sviluppare spazi analoghi dentro le aziende. La ricetta la stiamo testando e siamo pronti ora ad applicarla in nuovi contesti che abbiamo la stessa idea di futuro e di innovazione.

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