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economia Archives - Sharazad

11

Giu
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By stefanoschiavo

I lati oscuri della tecnologia. La lezione di Robert Allen

On 11, Giu 2018 | In events, Futuro, News, Non categorizzato, report | By stefanoschiavo

Il Festival dell’Economia di Trento è un appuntamento sempre molto ricco di spunti e di relatori di spessore. Robert Allen è uno di questi. Un economista che riesce a fornire idee e intuizioni interessanti anche per chi non si occupa strettamente di economia e tecnologia, ma che ne vive gli aspetti connessi, dal management all’innovazione, dalla strategia all’organizzazione delle risorse.

Vale la pena allora riassumere cosa ha detto Allen nel suo intervento a Trento. Il titolo La rivoluzione industriale tra progresso e povertà ci anticipa già che il tema sarà di grande attualità. Mette insieme le dinamiche geopolitiche con lo sviluppo della tecnologia. Il quadro che ne esce non è del tutto rassicurante, ma di certo molto affascinante.

Innanzitutto si tratta di uno storico dell’economia e la sua lettura comparata di quanto avvenuto in diversi contesti storici e sociali è un’operazione immane. Riuscire a mettere insieme i costi del lavoro, del capitale, della vita e dell’energia di nazioni diverse in momenti storici diversi è una sfida che già di per sé vale la pena di essere raccontata.

Allen ha confrontato le fantomatiche “pere e mele” calcolando i diversi fattori di costo in grammi equivalenti d’argento!

Le eterne domande sull’innovazione tecnologica

Il punto di partenza del racconto di Robert Allen è la prima rivoluzione industriale. Siamo in Gran Bretagna nel 1700 e una serie di innovazioni incrementali sono determinate dal “desiderio di guadagno” e da un vantaggioso rapporto tra costo del lavoro e costo dell’energia.

Il punto d’arrivo è l’economia odierna tra nuove tecnologie, un mercato del lavoro in evoluzione.

Prima però serve un po’ di storia. Nel pieno della citata Prima Rivoluzione Industriale, giravano le stesse domande di oggi. Andiamo incontro a una disoccupazione di massa? Quale sarà l’effetto sui salari?

Il modello classico, ovvero l’Ottimismo

La risposta di buona parte degli economisti era “Andrà tutto bene, possiamo essere ottimisti!”. È la stessa risposta del modello del 1956 di Solow sulla crescita. Il modello neoclassico che guarda con fiducia al progresso dell’economia di mercato. Allen ci dice però che l’ottimismo a lungo termine deve fare i conti con le tante persone che soffrono nel breve periodo.

Anche il concetto di breve termine è da valutare. Cosa significa? Due anni? Tre anni? In realtà ogni persona è un unicum. Un posto di lavoro perso da qualcuno potrebbe, in un modello “ottimista”, vedere il recupero dello stesso posto con altre mansioni nella generazione successiva. Non molto consolante per chi si è trovato al di fuori del mercato del lavoro oggi.

Allen in questo senso è decisamente schietto: “Io sono pessimista”.

Durante la storia tanti sono rimasti indietro e la crescita in prospettiva storica non restituisce niente alla vita di queste persone.

C’è anche un fattore di scala della lettura. Analizziamo queste dinamiche considerando un punto di vista globale? Occidentale? Europeo? In realtà siamo legati anche più di quanto possiamo percepire. Ciò attraverso il commercio, la politica, le migrazioni, … Siamo costretti alla lettura di un contesto globale anche per un aspetto etico. Questo ci spinge a considerare il contesto globale in relazione al progresso tecnologico.

500 anni di divergenza nel reddito

Si possono considerare due macroperiodi nella storia economica prima di quello attuale. Nel 1500 le disuguaglianze nel reddito non superavano il 50%. Nel 1820 questo gap era aumentato di quattro volte. Oggi siamo a venti volte. Sono stati cinquecento anni di divergenza.

In parte ciò è stato dovuto alla rivoluzione industriale. Nel 1820 i Paesi ricchi hanno accelerato, mentre gli altri hanno rallentato. Recentemente si vede un fenomeno di convergenza in paesi poveri in particolare nell’East Asia.

Da cosa nascono queste dinamiche?

Il cambiamento tecnologico, per Allen, è fondamentale, ma serve capire la sua evoluzione per comprenderne le caratteristiche.

Le tre fasi dell’economia mondiale

Ci sono tre fasi in cui si può ripartire l’evoluzione economica legata alle rivoluzioni industriali. La prima è quella della rivoluzione industriale inglese tra il 1750 e il 1830. Poi vediamo una fase di ascesa dell’economia occidentale tra il 1830 e il 1970 con l’estensione all’Europa occidentale, all’America e al Giappone. Dopo il 1970 ci troviamo di fronte al cosiddetto “presente problematico” dove i destini sono sempre più incrociati.

1. La Rivoluzione Industriale inglese: 1750-1830

La fase che vede la Gran Bretagna trainante nell’evoluzione economica e industriale ci pone di fronte all’interrogativo sul “Perché proprio lì?”.

I fattori sono numerosi, ma ci concentriamo sugli incentivi di natura economica. La Gran Bretagna era caratterizzata da stipendi e salari alti e da un prezzo dell’energia relativamente basso. La conseguenza era la convenienza nell’investimento in tecnologia, In altre parole era redditizio utilizzare e inventare nuova tecnologia.

Robert Allen ha letto l’andamento di stipendi e potere d’acquisto nella storia moderna. L’utilizzo di una metrica standardizzata e di spreadsheet gli ha permesso un confronto nel tempo. Anche l’importante concetto qualità della vita si è basato su una valuta standard. Ciò ha permesso di comprendere quale fosse, nei diversi periodi storici e nei tanti ambiti geografici, la “rendita di sussistenza”. Questo valore della “qualità della vita” è stato posizionato a 1 come metro di riferimento per il salario minimo necessario a vivere.

Nella maggior parte dell’Europa lo standard di vita era equiparabile. Era il trend nato dopo la terribile Peste Nera del 1348 che aveva ridotto la popolazione europea con conseguenze economicamente rilevanti per i sopravvissuti e in particolare con un vantaggio per i lavoratori in grado di fornire servizi di difficile reperimento rispetto ai possidenti.

Poi, progressivamente, da questa condizione si è passati a un appiattimento o decrescita degli stipendi (fino al livello di sussistenza 1) in varie parti del mondo.

Strane asimmetrie

Le analisi fanno però notare che esistevano delle asimmetrie. In alcune zone geografiche si sono determinati, per certe professioni, stipendi elevati e un fattore decisivo è stata la politica coloniale. Questa dinamica precede la rivoluzione industriale e in qualche modo la determina.

Allen considera la relazione tra questa dinamica del costo del lavoro e quella del capitale e dei possibili investimenti.

La considerazione ovvia è che se gli stipendi si presentano molto alti, diventa incentivante investire su macchinari e tecnologia.

L’altro fattore fondamentale a questo punto è, come possiamo immaginare, quello dell’energia. Basso costo dell’energia e salari elevati garantiscono il fiorire di scambi commerciali con l’estero. L’acquisizione di colonie oltremare garantisce mercati di sbocco e i volumi generati in questo modo portano allo sviluppo delle fabbriche.

In Gran Bretagna questo processo è molto marcato. Già nel 1800 solo un terzo della forza lavoro è impiegata in agricoltura!

Quello che si vede per l’Italia in quel periodo è il tipico quadro preindustriale. La Gran Bretagna ha invece salari che crescono con la popolazione. Siamo nella condizione dello sviluppo industriale.

Quello che avviene in questo periodo in Gran Bretagna è il primo step di globalizzazione dopo Colombo e Vasco de Gama. Già al tempo l’Asia costituiva un hub produttivo (pensiamo alla porcellana). Per competere con gli asiatici in Europa serve ridurre il costo del lavoro e questo spinge verso l’utilizzo di macchine e tecnologia. Vediamo in nuce le stesse dinamiche cui assistiamo, in condizioni diverse, oggi.

Un esempio concreto aiuta a capire il ragionamento. In passato per tessere si usavano fuso e arcolaio da cui partiva il filo che era intrecciato nel fuso. Tutto avveniva in casa.

Poi ci troviamo di fronte a una serie progressiva di invenzioni. Dalla Giannetta, che presenta ancora una ruota, ma questa volta con un pettine per allineare i fili, a sempre nuove tecnologie che hanno sostenuto la crescita economica.

Chi ha vinto e chi ha perso

Fino al 1830 la produttività aumenta, ma non così fanno i salari (essenzialmente si arricchiscono i datori di lavoro). Dopo il 1830 aumentano i salari reali, ma si evidenziano differenze tra diversi tipi di lavoratori.

Nel 1780 il filatoio meccanico fa crescere la domanda di tessuti in cotone e quindi la richiesta di tessitori. La scarsità di questi lavoratori determina un aumento dei loro salari. Questo inevitabilmente spinge verso l’innovazione del telaio meccanico che farà poi crollare il salario  dei tessitori.

Nel periodo 1830-40 hanno la meglio i muratori, mentre soffrono i tessitori e gli agricoltori non vedono sostanziali differenze. Una delle conseguenze di questo processo è la nascita di movimenti che attaccano violentemente le macchine.

Non solo i luddisti inglesi, visto che anche in Francia venivano spesso distrutte le macchine. Qualcuno si spinge a dire che questa sia proprio la causa principale della lentezza dello sviluppo industriale francese.

2. L’ascesa dell’Occidente: 1830-1970

In questa seconda fase l’industria sostituisce l’artigianato. Questo modello era caratterizzato da una dimensione domestica nei casolari dove aziende familiari avevano funzionato benissimo in passato. I macchinari, nati nelle modalità viste nella fase precedente, distruggono la situazione presente.

In altre parole “la ricchezza ha consentito invenzioni che hanno distrutto la ricchezza precedente“.

Lo steso fenomeno è riscontrabile anche negli Stati Uniti dove si vede chiaramene il rapporto tra aumento degli stipendi e produttività (PIL/dipendenti).

Lo sviluppo dell’Occidente è così riconducibile allo sviluppo di nuova tecnologia in grado di garantire economie nel costo del lavoro.

Il grafico mette in relazione produzione/dipendenti con capitale/dipendenti. C’è un parallelismo tra i due andamenti, mostrando come tutta l’innovazione si concentri sull’area in alto a destra.

La Trappola della povertà

I pallini in alto a destra concentrano tutti i cambiamenti perché i Paesi ricchi creano nuova tecnologia. Si conferma quanto già avvenuto nella Prima Rivoluzione industriale in Gran Bretagna. In questa lettura il cambiamento tecnologico avviene nei Paesi ricchi e determina nuovi cicli di innovazione.

La Germania si caratterizza per l’utilizzo di maggior capitale per persona e non per alti salari. È un modello favorito dalle caratteristiche peculiari del settore bancario.

Oggi cominciano a essere evidenti le opportunità per lo sviluppo di economie più povere che inseguono la stessa direzione di crescita.

Ma la maggior parte dei Paesi poveri non evolve. Continuano a usare tecnologie obsolete. Basta pensare al settore tessile in Paesi come il Marocco.

A Marrakesh sono ancora diffusi i tornitori per il legno (anche con l’utilizzo dei piedi!). Sono immagini che ricordano alcune rappresentazioni del lavoro in Europa nel Medioevo.

Nel XVIII secolo si potevano incontrare ricchi che tornivano per hobby.

Il tornio moderno si è sviluppato in Occidente. Perché non in Marocco? Qualcuno lo chiama “Black & Decker alla berbera”. La spiegazione è a questo punto semplice. Il costo del lavoro basso non rende lo sviluppo di nuova tecnologia conveniente.

È la Trappola della povertà.

Perché in Occidente la dinamica è diversa? È un feedback che si autoalimenta.

Il miglioramento dell’istruzione in Occidente ha determinato la possibilità di giungere a invenzioni adatte a competenze maggiori che creano un nuovo contesto di salari in cui è conveniente spingere ancora maggior innovazione.

L’Università e la Ricerca permettono di traghettare il lavoro verso “high tech job” che sono un impulso verso una maggior Ricerca. La globalizzazione sempre più diffusa ha intensificato questa dinamica e ha avuto un effetto di deindustrializzazione della periferia.

L’appiattimento delle differenze nel prezzo del grano è determinato dalla globalizzazione che è partita nel XIX secolo. Già nella prima fase, il fenomeno della deindustrializzazione delle periferie ha determinato che i Paesi poveri hanno importato i prodotti dalla Gran Bretagna!

Questo processo ha creato i Paesi sottosviluppati senza industria e con il solo settore agricolo.

3. Il presente problematico: 1970-oggi

Se analizziamo i dati vediamo che lo stipendio non è molto aumentato in USA rispetto alla produttività (PIL per lavoratore).

Si evince una crescente disuguagljanza che cresce con la Rivoluzione industriale, poi cala fino al 1970 e poi cresce ancora fino a oggi.

È la stessa dinamica del Lancashire nella prima Rivoluzione industriale.

È interessante vedere le differenze tra operai non specializzati e manager e supervisori.

Non significativa fino al 1970 e fortemente divergente successivamente.

Allen sottolinea la correlazione di questa dinamica con l’emergere dell’elettorato trumpiano.

Container contro robot?

Quanto di tutto questo è legato alla globalizzazione? Oggi siamo di fronte a una sorta di sfida  tra container cinesi e robot occidentali. Quando il prezzo della manodopera aumenta in un Paese produttore, il Paese declina, a meno che non sviluppi invenzioni tecnologiche per competere.

L’Asia sta attualmente deindustrializzando l’Occidente. Il risultato è che l’Occidente deve rinunciare alla manifattura? E ai manager e agli ingegneri cosa succederà? Potranno competere con gli indiani?

Cosa fa avanzare la tecnologia? Che ruolo hanno gli incentivi alla Ricerca e alla Scienza?

Dobbiamo riqualificare chi ha perso il lavoro? I dati mostrano che non funziona molto. E i sindacati cosa possono fare?

E poi tutto il tema del populismo? Che prospettive avranno i dazi e lo stop alle immigrazioni? E il reddito cittadinanza? Oppure dovremo ricorrere a una Patrimoniale alla Piketty?

Sono le domande del presente problematico. Non è detto che andrà come in passato, ma conoscere le regole del gioco che abbiamo vissuto finora può aiutare a non dare per scontato che tutto andrà bene comunque.

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Tre trappole da evitare quando costruiamo nuovi modelli di business

William Shirer è stato un giornalista particolare. Ma cosa c’entra con i modelli di business?

Si trovava a Berlino durante l’ascesa del nazismo. Testimone diretto dei discorsi di Hitler. Era a Vienna nel 1938 mentre la Germania annetteva l’Austria al terzo Reich. A Praga durante l’invasione dei Sudeti, a Monaco durante la conferenza che lasciava il via libera ai nazisti. In Polonia all’invasione tedesca e a Berlino alla dichiarazione di guerra.

Ha raccontato tutto in Diario di Berlino che narra in presa diretta le impressioni di chi viveva giorno per giorno le terribili vicende di quegli anni. Con impressioni e previsioni. A volte corrette, a volte sbagliate.

C’è un’altra eccezionalità in quel libro. Come spiega Nassim Taleb, William Shirer ha il pregio di narrare gli avvenimenti senza averli filtrati a posteriori con la memoria di tutto ciò che poi avverrà. Non cade nella trappola di rileggere il passato secondo quanto avvenuto successivamente. E questo semplicemente perché il diario affronta i fatti dal punto di vista del presente.

Leggendo il libro si rimane stupefatti di fronte allo smarrimento, all’inquietudine e a tutta una serie di reazioni che l’autore ha di volta in volta.

Cosa c’entra tutto questo con i modelli di business?

Molto. La trappola in cui cade chi tenta di ricostruire il passato è una di quelle analizzate dalla psicologia comportamentale e ha grandi conseguenze nel modo in cui noi costruiamo un modello di business.

I comportamenti reali

Daniel Kahneman è un premio Nobel per l’economia un po’ particolare. Innanzitutto perché non è un economista, ma uno psicologo. Questo lo ha portato a una visione “eretica” dell’economia. Precedentemente molte leggi elaborate dagli economisti sul suo funzionamento erano fondate su un modello di comportamento umano un po’ particolare.

L’idea, semplificando un po’, era quella di un essere umano “soggetto razionale” (homo oeconomicus) che cerca di massimizzare la propria utilità nelle decisioni economiche.

Kahneman e altri fondatori dell’economia comportamentale ci raccontano una storia diversa, fatta di processi decisionali non così lineari. Partendo da una visione empirica della scienza, fanno esperimenti e scoprono una serie di comportamenti che non diremmo tanto irrazionali, quanto forse “irragionevoli”. Scelte spesso impulsive fatte sorvolando un’analisi più razionale e analitica e basandosi su scorciatoie veloci ed efficaci.

Le scorciatoie sono chiamate euristiche e determinano i bias, ossia preconcetti, idee non confermate da analisi e fondate appunto su un processo mentale che favorisce la rapidità e asseconda la “pigrizia” della parte più razionale delle nostre menti.

Il sistema veloce e superficiale viene chiamato Sistema 1, mentre quello analitico e matematico Sistema 2 (non sono vere parti del cervello, né indipendenti l’una dall’altra). I nomi scelti non sembrano denotare grande fantasia 🙂 Però funzionano.

Non sto qui a raccontare tutto. Lo trovate spiegato molto bene da Kahneman stesso in Pensieri lenti e veloci, lettura davvero consigliata.

Le euristiche nei business model

Ciò che vorrei evidenziare qui sono alcune euristiche dell’economia comportamentale (e i relativi bias) che si attivano frequentemente quando costruiamo la nostra lettura del mercato.

Le analizziamo seguendo il solito percorso che ho descritto qua e in particolare soffermandoci sull’area più a rischio, quella del problem solution fit, quando le ipotesi che andiamo a fare sul mercato necessitano di una validazione condotta in modo adeguato.

Nel mio lavoro attivo spesso strumenti finalizzati a evitare gli errori di giudizio collegati a queste euristiche. Senza fare riferimento diretto ai concetti dell’economia comportamentale, si può riscontrare come molte delle metodologie del mondo Lean e Design Thinking (Visual Management, A3, …) siano costruite anche con queste finalità.

1. L’abito non fa il monaco

Abbiamo già visto che la costruzione di un business model parte sempre dall’individuazione di un particolare segmento di clienti e dei problemi che vogliamo loro risolvere.

In questa fase tipicamente scatta un’euristica di rappresentatività. Come spiega bene Kahneman, abbiamo la forte tendenza a trascurare le probabilità a priori.

Qualche giorno fa, presso un cliente, ho avuto testimonianza diretta di questo processo. Cercando di individuare i mercati esteri con maggiore potenzialità, il gruppo di lavoro ha iniziato a esaminare le caratteristiche dei prodotti da esportare. Provando così a individuare i Paesi che potessero essere più sensibili a queste caratteristiche.

C’erano discorsi del tipo:

“Visto che il nostro prodotto è ecologico, di ottimo design e quindi perfetto per un pubblico attento a qualità e green. Dovremmo tentare di vendere in Paesi che riteniamo sensibili a queste caratteristiche, come il Giappone”.

E c’era forte consenso attorno a questa idea.

È andato in secondo piano il fatto che attualmente il Giappone importa solo il 6% dei prodotti del settore, mentre il 40% delle esportazioni va negli USA.

Anche fosse vero che il Giappone ha una probabilità più alta di apprezzare i nostri prodotti, le potenzialità del mercato, in questo esempio semplificato, dovrebbero combinare quelle “a priori” (40% USA e 6% Giappone) con quelle specifiche (molto maggiori per il Giappone).

La probabilità a priori

Trascurare le probabilità a priori è un errore tipico del nostro modo di pensare perché preferiamo concentrarci sulla rappresentatività del prodotto o del cliente.

L’esempio più comune per capire questo bias è relativo al profilo di uno studente, Giacomo, che mostra attitudini molto adatte al lavoro di creativo. Se dovessimo ipotizzare quale facoltà universitaria stia frequentando, tenderemmo a suggerire corsi legati alla creatività, come architettura o arte. Tendiamo a trascurare che l’80% degli studenti sia iscritta in quell’università a corsi come ingegneria e legge e che quindi la rappresentatività di Giacomo debba essere incrociata, nel nostro tentativo di previsione, con quella a priori delle facoltà più frequentate.

Il bias legato alla rappresentatività è molto frequente e compare spesso nella fase in cui cerchiamo di definire il segmento cliente che più si adatta alla nostra idea di business.

Non trascuriamo, in queste fasi, le probabilità a priori di vendere ai segmenti che già manifestano una maggior attitudine a comprare prodotti del nostro settore e della nostra fascia di mercato.

2. “Ciò che sappiamo è tutto quel che c’è”

Un altro tipico approccio che abbiamo quando dobbiamo prevedere qualcosa o fare delle ipotesi è quello di limitarci alle informazioni in nostro possesso e dar loro un valore superiore a quanto effettivamente abbiano.

È il bias della disponibilità. Kahneman gli ha dato l’acronimo WYSIATI: What You See Is All There Is.

In questo ci viene molto incontro la Lean. In particolare i metodi di Problem Solving come l’A3 costringono a una lettura del contesto e a un’analisi approfondita dei dati e delle cause prima di proporre soluzioni.

Dobbiamo evitare la tendenza ad applicare la legge dei piccoli numeri, che in linea con l’euristica della disponibilità ci spinge a sopravvalutare la significatività di un campione limitato di dati.

Siamo pigri, lo abbiamo già detto, e ci piace utilizzare i pochi dati a disposizione per scovare nessi causali anche dove le dinamiche sono di pura casualità. In altre parole ci piace pensare di poter trovare delle leggi che regolano i fenomeni e forziamo questo desiderio anche quando non abbiamo sufficienti dati a conferma.

Ci raccontiamo storie ricostruendo il passato.

Proprio quello che non faceva Shirer e che rende la narrazione non a posteriori dell’ascesa del nazismo qualcosa di eccezionale.

Spostare la lettura dei dati da un racconto verbale a un’esperienza comune e collaborativa attraverso il Visual Management e la trasparenza delle informazioni permette di incrociare punti di vista e rimuovere preconcetti o letture troppo facili delle cause di un fenomeno. Anche perché spesso queste cause non esistono. I fenomeni sono governati dal caso molto più di quanto ci piaccia credere.

3. L’ippopotamo da far uscire dall’ufficio

L’effetto àncora è molto amato dai negoziatori che sanno imporre il loro gioco all’altra parte attraverso un utilizzo intelligente di euristiche e bias. Un’àncora può essere anche una semplice quotazione di un servizio che detta il punto di partenza della discussione. Essa così lega in qualche modo la negoziazione a quel riferimento.

Più in generale è utile rimuovere influenze reciproche nelle discussioni attorno alla visione del mercato.

La suggestione è un effetto priming che evoca selettivamente evidenze compatibili.

Con i nostri racconti e le nostre affermazioni, nei confronti e nei meeting continuiamo a produrre ancoraggi cui le persone si legano. Difficile poi staccarsene. In ambiente fortemente gerarchizzato questo processo diventa molto limitante.

Molta parte dell’Action Learning cerca di eliminare questi processi, ad esempio rimuovendo le affermazioni dalla discussione iniziale in cui si cerca di comprendere il problema.

Nel mio lavoro amo spesso utilizzare un approccio finalizzato a eliminare in ogni riunione le influenze reciproche, come quella dell’HiPPO (highest paid person’s opinion, highest paid person in the office).

Faccio in queste occasioni scrivere le opinioni o i giudizi quantitativi di ognuno su un foglio. Poi faccio leggere ad alta voce quanto è stato scritto. L’effetto è sempre molto positivo perché apre a un confronto più aperto e meno influenzato da letture e punti di vista altrui.

Conclusioni

L’uomo razionale descritto da molti economisti è pressoché scomparso. Le letture empiriche fondate sul metodo scientifico hanno rimosso progressivamente costruzioni razionali che Taleb direbbe platonizzanti. Si è scoperto un mondo governato da processi mentali a volte irragionevoli e che possono portare a scelte e decisioni sbagliate.

Su queste premesse si fonda l’approccio sperimentale verso la costruzione di visioni di mercato e processi di business. Molti strumenti sono a nostra disposizione per agire in modo meno rischioso e per rimuovere bias di pensiero che mettono a rischio il nostro tempo e i nostri investimenti.

Le metodologie del Lean Thinking e in particolare il Lean Startup si fondano su una forte consapevolezza della necessità di approcci progressivi di questo tipo. Nel nostro lavoro abbiamo introdotto, anche da altre discipline, metodi e strumenti che aiutano a lavorare con un approccio fondato su una collaborazione virtuosa tra le risorse coinvolte.

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04

Dic
2013

In events
News
report

By stefanoschiavo

Come far sposare arte e aziende? Un weekend tra MAST, CUOA e i lavori di Anna Scalfi

On 04, Dic 2013 | In events, News, report | By stefanoschiavo

Per quelli cui piace l’arte, quella contemporanea moderna antica, post moderna post human o post post human, l’arte insomma, il rapporto con le aziende è sempre stato difficile… Ci mettiamo dentro anche noi dai. Un po’ di sana diffidenza, timore di subalternità, un pizzico di invidia o un inebriante senso di superiorità… Sporcarsi le mani con l’economia, i soldi, gli affari, quando c’è il senso del vero da interpretare, sembra un po’ meschino…

Per fortuna questo atteggiamento che, detto tra noi, senza scomodare Mecenate o Giulio II, un po’ di ipocrisia se l’è sempre portata dietro, non ha impedito due bei progetti, molto diversi tra loro, ma entrambi sviluppati a Bologna.

Sabato scorso abbiamo potuto visitate il MAST, il progetto di GD, azienda di automazioni industriali, in particolare di macchinari per il trasporto materiali, che invece di fare un edificio interno dedicato ai propri dipendenti per la ristorazione, il wellness, il nido aziendale, ha sviluppato una struttura polifunzionale dotata di gallery, spazi per workshop, ristorante, caffetteria. Aperta anche ai cittadini, è basata su una Fondazione che ha spostato l’asse dalle necessità aziendali alle esigenze dello spazio in cui è inserita la società.

MAST

Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia il payoff che farebbe la felicità anche di un artigiano. Un interesse per la propria funzione sociale, per i portatori d’interesse che non si limitano ai partner di business decisamente sorprendente e stimolante. Qualche dubbio sull’inserimento del progetto architettonico con la straordinaria rampa all’ingresso nel contesto di abitazioni bolognesi che lo circonda, ma di questo si potrà discutere quando i lavori saranno completati e tutti gli spazi saranno attivati. Splendida tra l’altro l’esposizione fotografica ospitata attualmente.

L’altra bella occasione che ci è sfuggita per poco, ma di cui abbiamo seguito le evoluzioni, è stata quella del progetto di Anna Scalfi che ha creato un campo di gioco al MamBo, proprio vicino al negozio dei nostri amici di Corraini, in cui si sono confrontati i manager della Fondazione CUOA, guidati da Giuseppe Caldiera e Cristiano Seganfreddo… Anna era già stata protagonista di un bel progetto sulla mobilità territoriale in Lago qualche anno fa e si dimostra sempre capace di far interagire arte e aziende in maniera intelligente e senza perdere la propria specificità artistica. Non cosa da poco!

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23

Set
2013

In Futuro
News
Non categorizzato

By stefanoschiavo

Ode al prodotto precario, al primo prototipo non ancora industriale

On 23, Set 2013 | In Futuro, News, Non categorizzato | By stefanoschiavo

Ci perdoneranno gli economisti per le considerazioni che scriviamo oggi. Sparse qua e là, senza un quadro unitario. E un po’ banali anche. Sono alcune idee su cosa è per noi un maker

L’altro giorno abbiamo visto un prototipo in un’officina e ci han detto che c’erano volute sessanta ore per farlo. Che a regime, una volta “industrializzato”, non avrebbe avuto quei problemi, che il materiale sarebbe stato quello giusto per la qualità che si voleva trovare e per il prezzo che si voleva raggiungere. Che le imperfezioni evidenti a tutti erano figlie di quelle tante ore di ripensamenti e dubbi e lavoro umano, ma poi “tutto sarebbe cambiato” con la produzione di migliaia di pezzi tutti uguali, perfetti, puliti e sostenibili.

La democraticità del design, pensavamo noi, richiede quella banalizzazione del prodotto e del processo per realizzarlo. Come le macchine fotografiche alla portata di tutti e non quei laboratori ambulanti di due secoli fa… Macchinari più o meno impegnativi e la cultura delle persone che le sanno usare, la ricerca sui meccanismi e sui movimenti di persone e materiali.

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Ma in mano a tutti l’oggetto si abbassa inevitabilmente di valore. Non solo perché è poco esclusivo, ma anche perché, come nel caso delle foto scattate ogni giorno dai nostri smartphone, trasformate e trasfigurate da Instagram e Facebook, la diffusione impoverisce la cultura, perché da appassionati visionari ed entusiasti pionieri si passa a chi si diverte a tempo perso… e non diciamo che necessariamente è male…

Ci siamo chiesti quanto valesse quel prototipo. Come determinarne il prezzo? Con le ore spese sarebbe stato davvero arduo perché sessanta ore per un oggetto di quel tipo sembrano davvero tante. Si andranno a ripartire, ci dice il controller aziendale, nel margine che faranno i suoi figli, migliaia di pezzi in rapida serie in cui mezzora di lavoro basta e avanza. Al millesimo pezzo (break-even point c’ha detto) sarebbe scomparso anche il ricordo di quelle prime squinternate ore.

E quindi il prototipo non si vende, ha aggiunto, ma a noi sembrava un peccato. Le ore spese a pensare, scoprire e inventare sono davvero solo un costo da ammortizzare? Un’inevitabile perdita di valore da coprire con un margine adeguato per il prodotto realmente distribuito? Ma in quel prodotto, quello in vetrina intendiamo, c’è dentro ancora tutto quel che è successo nella fase di ricerca? O forse lo scotto per portare a tutti la bellezza si porta dietro una perdita immensa? Anche fosse identico e perfetto il primo pezzo prototipo e si arrivasse poi solo a produrre quello in vendita in una frazione del suo tempo, sarebbero uguali i due prodotti?

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Seguire un’altra strada, di nicchia direbbero, di non industrializzazione, di preservazione dell’unicità, dell’esperienza della scoperta, richiederebbe un racconto adeguato, una fabbrica lenta, un rapporto diretto tra l’inventore e le persone che acquisteranno quell’oggetto… Ma bisogna capirsi… Nicchia non vuol dir soltanto un pubblico educato, racchiuso in un pensiero adatto a pochi capaci di comprendere il valore dei tannini di un brunello, del profumo di una resina sul metallo, del suono del motore di una Ferrari.

Nicchia vuol dire anche capire il valore di un errore, del tempo perso a trovare una soluzione a un problema che non sembrava alla portata. E’ una nicchia democratica, concessa solo adesso dagli spazi nuovi di comunicazione e distribuzione. Una nicchia non ad alto costo economico, ma ad alto impegno relazionale, una nicchia culturale in qualche modo. E non si può fondare sull’attuale modo di coprire i costi, i margini del canale di distribuzione, dell’equilibrio dei costi fissi della struttura industriale. Non ci si sta dentro in questo modo e in qualche modo non sarebbe nemmeno corretto per chi inventa chi produce e chi compra alla fine.

La struttura dei costi di un maker/artigiano come lo stiamo intendendo non è granché sostenibile in una supply chain organizzata per economie di scala. Anche solo per la mancanza di costi fissi individuali. L’unica strada sembra quella di andare su di prezzo per coprire l’azione di tutti gli intermediari e poi fare una promozione / comunicazione non gestibile dal singolo… e da qui nascono Formabilio, Fab.com, Zanoby e così via.

Altra strada è rifondare il modello logistico e il canale di vendita, ma non è di breve termine… Ci piace l’idea di disintermediazione anche della fase produttiva e non solo di vendita… il contatto diretto (peer-to-peer) designer consumatore con semilavorati di grande produzione in scala e idea/finitura direttamente venduta dal designer/maker al consumatore che si finisce il prodotto in casa… atomi come bit si diceva… Le idee di Stefano Maffei in questa direzione ci piacciono sempre… Il web sembra aiutare.

Vediamo ogni giorno straordinarie persone che cercano e trovano un modo nuovo di fare le cose. Bisogna farle uscire dal loro anonimato e questa è l’essenza del lavoro di un Maker, come noi lo pensiamo ed intendiamo, non di certo l’utilizzo di un chip o di una saldatrice, che sono la tecnica, ma non la cornice.

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28

Feb
2013

In cool
events
News
the fab

By stefanoschiavo

L’innovazione e la retorica della crisi

On 28, Feb 2013 | In cool, events, News, the fab | By stefanoschiavo

Sono giorni di discorsi mesti e sfiduciati sul futuro del nostro Paese. Chi per protesta, chi per delusione, chi per nostalgia, in tanti sembrano votati a previsioni negative. Il racconto attorno alla nostra economia pare dettato da un impulso all’autocommiserazione e al pessimismo.

Quasi sempre c’è il ricorso a un alibi esterno di quelli che racconta Velasco. Un avversario politico, una moneta che ci stritola, una tassazione insopportabile, una burocrazia estenuante, i vecchi che stigmatizzano i giovani, i giovani che se la prendono con lo spazio non concesso, e poi il populismo devastante e la palude dei vecchi apparati, la giustizia impantanata, gli evasori, i corrotti, il maschilismo e la criminalità.

Noi ci crediamo poco a questa narrazione. Non perché non presenti tratti di verità, ma perché la riteniamo troppo comoda. Per quanto fondata su situazioni oggettivamente difficili, non ci pare sufficiente a giustificare l’arrendevolezza di tanti pronti a espatriare alla prima delusione. Come direbbe Roberto, visto la settimana scorsa a Talent Garden Milano, citando il buon Renzo Piano, “partire per poi tornare” portando con sé tutte le novità del mondo. Che dobbiamo conoscere a fondo. Per fare qualcosa di importante qui.

Con ingiustificabile ritardo citiamo quindi il bel post che Laura ha scritto sull’esperienza di The Fab, sulla Fab Session, su Lino’s Type e i crafters di Futuro Artigiano. Le sue belle parole colgono al meglio il nostro spirito e l’atmosfera che si respira qui a Verona. Non siamo sicuri che la strada sia già segnata, che ci sia davvero un tesoro alla fine di questo percorso, ma non perdiamoci adesso a recriminare prima ancora di averci provato. Attorno a noi vediamo un entusiasmo coinvolgente e il Paese in cui stiamo è il posto migliore in cui provarci, fuori dalla retorica e dalle autoassoluzioni preventive…

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04

Giu
2012

In events
report

By stefanoschiavo

Il Festival dell’Economia e quel fabbro di Saccolongo

On 04, Giu 2012 | In events, report | By stefanoschiavo

Tra Corrado Passera e Elsa Fornero che descrivono a tinte grigie il futuro prossimo della nostra economia, George Soros e Serge Latouche apocalittici e complementari, e poi tanti economisti che oscillavano tra mea culpa e nuove lezioni, il Festival dell’Economia si è confermato un momento da non perdere, ben organizzato e decisamente interessante.

– george soros –

C’eravamo, abbiamo seguito il confronto tra Alberto Bisin e Noreena Hertz, che parlavano di Coop Capitalism, Ilvo Diamanti che ci ha detto che l’80% degli italiani considerano gli altri un problema e un rischio (!), Stefano Micelli che raccontava la valenza economica del Futuro Artigiano, Adair J. Turner che faceva l’impeccabile inglese, ma ci dava qualche speranza sull’Euro. Dale T. Mortensen lo abbiamo seguito poi in streaming nell’avventuroso viaggio di ritorno tra le vallate trentine.

Temi alti, discussioni a volte più filosofiche che da economisti (ma le due aree si compenetrano, si sa) e un pensiero rivolto al fabbro di Saccolongo che abbiamo incontrato giovedì e che sta cercando la sua strada in un mercato che gli sembra incomprensibile e che non sta più dentro le relazioni sociali ristrette e locali di qualche anno fa.

Gli interventi del Festival, per quanto spesso improntati ad un sobrio pessimismo per il nostro Paese, a prospettive regressive per l’Europa e ad un ruolo secondario nelle dinamiche economiche mondiali, ci hanno però confermato che proprio nelle pieghe di questa visione sta la soluzione per il nostro fabbro. Perché in un mondo di flussi finanziari incontrollati, di politiche monetarie traballanti, di sfiducia ineludibile verso l’azione politica, possiamo con maggior tenacia e convinzione tornare all’essenza del lavoro, alla trasformazione, alla produzione. Il fabbro può farcela se esce dal suo orticello e impara a dialogare con il mondo intero.

– tito boeri ascolta serge latouche –

La nostra crisi occidentale è in fondo una crisi locale e un mondo intero è a disposizione. I piccoli produttori possono uscire dal loro ambito locale e possono confrontarsi con gli altri, con la stessa intuizione di Carlin Petrini e della straordinaria esperienza di Terra Madre… non solo l’agricoltura nasconde Presidi da conservare, rilanciare e far crescere. Tutta l’attività manifatturiera ha le stesse potenzialità e sta a noi il dovere di scoprirle e aiutarle a esprimersi. Impariamo insieme la lingua della modernità.

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