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digitale Archives - Sharazad

16

Ott
2015

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By stefanoschiavo

La Maker Faire e l’incontro di due idee sbagliate

On 16, Ott 2015 | In events, Futuro, News | By stefanoschiavo

Ci sono due punti di vista che si incontrano alla Maker Faire Rome. E sono entrambi sbagliati.

Uno appartiene ai giovani e promettenti Makers, l’altro alle imprese che li stanno scoprendo, un po’ divertite, spesso sobriamente scettiche. Tutte e due le visioni si riferiscono allo stesso oggetto (dei desideri): la tecnologia.

Si riscontra spesso nel mondo di chi sta esplorando le potenzialità innovative del digital manufacturing, delle iconiche stampanti 3D, un’idea di tecnologia come fine e non come mezzo. L’innovazione per l’innovazione sembra attivare un ecosistema autoreferenziale in cui la presenza della stampante risulta più importante dell’oggetto stampato. Un vecchio imprenditore potrebbe chiedere dove sia il vantaggio economico di questa soluzione, qualcun altro potrebbe addirittura chiedere chi sia il cliente, che problema urgente gli risolviamo, per cosa sarà disposto a pagare. E se la risposta è nell’utilizzo di una stampante 3D, nella sua stessa presenza come simbolo di innovazione e imbellettamento di chi la ospita, la risposta è sbagliata. Se non si fa emergere un mercato dietro l’output della stampa, un mercato fondato su un miglioramento dell’efficienza produttiva o su un prodotto che si differenzia in meglio, l’effetto wow del “giovane maker” svanirà come quello degli osannati startupper digitali, già entrati in un tritacarne mediatico il cui valore sta nel media e non nel messaggio. La stagione del digitale sembra al tramonto, quella dei Maker non dovrebbe ripercorrere gli stessi errori.

Ma c’è l’altro errore, speculare e ancor più pericoloso. Quello delle aziende consolidate. Che potrebbero pensare che la tecnologia sia un mezzo. Solo un mezzo. Un asset produttivo, una feature di prodotto. Come il cervello dei dipendenti.
L’errore è insidioso perché si radica in una cultura imprenditoriale fondata sull’impiego dei fattori produttivi in un piano industriale sequenziale e lineare. Ma questa percezione non considera ciò che negli ultimi anni è stata la tecnologia, essenzialmente quella legata alla comunicazione digitale.

Le piattaforme collaborative, i blog e i social network, il mobile e le app non sono stati solo prodotti o mezzi di produzione. Sono stati piuttosto la base di un cambiamento culturale che ha fatto della disintermediazione il fattore di ripensamento di interi settori economici, dai media ai trasporti, dal turismo alla politica. Un fattore abilitante di un nuovo modo di fare innovazione, in cui lo scambio e la condivisione hanno affiancato la conoscenza verticale e la difesa del know-how. Non per niente gli spazi di coworking (fantastici quelli di Talent Garden), i campus digitali (come i nostri amici di H-Farm), gli hackathon e gli startup weekend sono diventati icone di una nuova economia dove la relazione e il know-who hanno avuto un ruolo fondamentale.

L’errore di leggere con sufficienza e superficialità la rivoluzione dei Makers come una semplice innovazione di processo rischia di produrre un’incomprensione profonda di un fenomeno che potrà cambiare gli assetti economici nel manifatturiero. Le fabbriche e i processi di ricerca e sviluppo saranno profondamente modificati dallo spirito Makers, ma prima bisognerà che la prospettiva da cui l’azienda guarda il fenomeno muti. Thomas Kuhn raccontava come avvenivano le rivoluzioni scientifiche e spiegava come l’innovazione fosse sotto gli occhi di tutti ben prima che la comunità la accettasse. Eratostene d’altronde misurò il raggio della Terra molti secoli prima che non la si considerasse più piatta.

Le nuove tecnologie devono entrare nel design e nell’industrializzazione dei prodotti, devono modificare l’After Sales e il rapporto con il cliente (privato o industriale che sia), devono ripensare la relazione e il modello di business e non solo il processo di produzione. E serve che il cambiamento sia progressivamente adottato e non relegato a spazi d’eccezione come i volenterosi Fab Lab.

Pensiamo che due prospettive potenzialmente sbagliate si stiano ora confrontando e compito nostro sia farle avvicinare mettendo del sano business nel mondo Makers (come facciamo con Lino’s Type) e mettendo occhiali nuovi ad aziende, banche, istituzioni che devono leggere diversamente ciò che sta avvenendo. Per ora pochi virtuosi si stanno muovendo (Banca Ifis tra i primi), ma presto dovranno entrare nel merito e non solo esplorare la superficie mediatica anche molti altri. È l’unico modo per attivare una nuova stagione per il manifatturiero e l’intera economia italiana.

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08

Lug
2013

In Futuro
Laboratori
News
report

By stefanoschiavo

Che idee sono uscite dalla Fab Session digitale-artigiana?

On 08, Lug 2013 | In Futuro, Laboratori, News, report | By stefanoschiavo

fogli

Questa è la traccia su cui hanno lavorato i tre gruppi di cui abbiamo raccontato qui le vicende. Essa dava una possibile visione sull’attuale difficoltà del mondo artigiano italiano a interagire con istituzioni, imprese, partner e clienti internazionali.

La metodologia proposta era quella dell’esperimento su cui testare le idee che nascevano sui vari temi. L’approccio a rapidi cicli di test e verifica ci sembra il più adatto nel contesto di incertezza e variabilità dell’attuale mercato.

I gruppi hanno lavorato ognuno interpretando la sfida in maniera originale.

Uno ha seguito il metodo delineando una serie di temi e cercando le ipotesi e le proposte più a rischio per poter quindi individuare esperimenti immediati di verifica.

Un secondo ha girato il foglio ed è partito da una mappa mentale. Ci è piaciuto il rifiuto dello schema come base per pensare in maniera più creativa. Il gesto stesso secondo noi rappresentava un consiglio metodologico interessante per aziende spesso troppo supine di fronte al pensiero dominante del settore di appartenenza. Vediamo realmente molte imprese bloccate da una sorta di fedeltà al modello condiviso di un distretto o di una rete di partner.

Il terzo ha discusso a lungo senza nemmeno seguire le tracce del modello e portando un pensiero originale più centrato sulle relazioni e sui valori artigiani che su un discorso istituzionale e vincolato all’attuale contesto produttivo.

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Possiamo individuare cinque principali aree di intervento che ogni gruppo ha indicato e proviamo di seguito a far emergere i contenuti principali.

1) Formazione e trasmissione del know-how

La formazione nel mondo artigiano ha bisogno di nuovi modelli didattici per la trasmissione della capacità manifatturiera. La delega del ruolo di scuola ad enti esterni alle realtà produttive va contro ogni logica. Il “saper fare” si trasmette nel fare stesso. Nelle aziende e tra gli artigiani deve tornare centrale un ruolo formativo che fa da ruota di trasmissione generazionale e di allargamento dei soggetti detentori delle conoscenze pratiche  C’è una massa critica anche in questo campo e la riduzione degli artigiani a pochi maestri non è che l’anticamera della scomparsa definitiva di queste competenze.

Bisogna finanziare iniziative nei luoghi di lavoro e non enti di formazione esterni che non sono efficaci e, salvo rare eccezioni, sviliscono l’attività e la cultura manifatturiera. C’è un bell’esempio recentemente segnalato da Paolo Gubitta in questo senso. La strada è aperta e le condizioni per sperimentare forme nuove di coinvolgimento sono già alla portata. Una commistione tra iniziative didattiche già in atto e lo spirito di quelle complementari, come l’Oniricalab di Amplificatore Culturale, può essere un primo banco di prova.

All’interno di questa area però non si può dimenticare un fattore fondamentale: l’attrattività di questo tipo di percorso professionale. Il mondo digitale è fondamentale per rendere “cool” la professione artigiana oggi considerata una seconda scelta rispetto alla carriera d’ufficio. Uno dei gruppi in particolare ha sottolineato questo aspetto cruciale. Se non c’è un cambio di percezione da parte dei giovani nei confronti dell’attività manuale, ogni altro sforzo sarà vano. L’esperienza di Oniricalab anche in questo caso risulta d’impatto ed esempio.

E’ l’orientamento scolastico stesso che dovrebbe cambiare prospettiva. Non si può continuare ad indicare la formazione professionale come seconda scelta per chi non sembra avere prospettive scolastiche diverse. Ma per far questo, ripetiamo, deve cambiare insieme anche il tipo di formazione proposta.

2) Marketing e comunicazione

Il mondo digitale ha spesso commesso l’errore di voler spingere le aziende e gli artigiani a seguire la moda web del momento. Blog o app, video o social network prescindendo dall’identità specifica e ponendo lo strumento prima della strategia. Dai gruppi di lavoro è emersa la convinzione della necessità di mantenere il focus sulla cultura manuale e non “far scrivere blog agli artigiani”. Piuttosto usare gli esperti di web e comunicazione per farne emergere e percepire il valore. Questo attraverso un superamento della “vendita del sito” per proporre piuttosto piattaforme più estese e trasversali che comunichino al mondo le specificità della produzione artigiana. Dare una veste che possa essere compresa dalle aree di mercato attualmente impossibilitate a conoscere questa ricchezza è il principale punto di azione del mondo digitale verso quello artigianale. Un’interfaccia alta nel mondo business che faccia dialogare chi non possiede codici omogenei di dialogo.

D’altro canto questo può valere per una fascia generazionale di cinquantenni sessantenni difficilmente integrabili con la nuova cultura digitale, se non in termini di affiancamento. Una volta attivato il meccanismo descritto nel primo punto e create le premesse per un passaggio delle competenze a generazioni più giovani, il ruolo nella comunicazione dell’artigiano stesso può riprendere centralità. Un esempio significativo è Lino’s Type, la tipografia letterpress dove il passaggio di consegne e l’affiancamento tra artigiano di prima generazione e nuovi attori immersi nel mondo digitale consente una maggior consapevolezza su originali modalità di comunicazione.

Approcci che integrano web con workshop, open day, collaborazione con artisti e designer in un’ottica difficilmente attivabile con i vecchi interlocutori. La prospettiva è un cambiamento del ruolo delle agenzie e dei professionisti della comunicazione. Le distinzioni dei ruoli saranno più sfumate e la generazione di contenuti ripartirà dal luogo di produzione del valore distintivo.

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3) Gli intermediari commerciali e la redistribuzione del valore

L’aspetto commerciale però è forse quello che più ha acceso la discussione. Prima di comunicare, formare, coordinare, si deve dimostrare di poter vendere. Uno dei punti più importanti dell’evoluzione digitale degli ultimi anni è stata la disintermediazione. Vale per i giornalisti, i negozi di libri, le guide turistiche e così via. Anche la rete distributiva può essere ripensata con prospettive nuove che partano dalle possibilità date dal web. L’evoluzione del ruolo degli intermediari va da esperti di transazioni economiche (sconti, provvigioni, presidio distribuzione, …) a ripetitori del valore attraverso luoghi (anche virtuali) di connessione tra distribuzione e produzione, piattaforme B2B per collegare artigiani e prodotti con il mercato internazionale senza banalizzare e omologare le storie.

Al centro di tutto questo sta anche una ridistribuzione del valore nella catena. Da un terzismo diffuso al riconoscimento della centralità del luogo di generazione del valore. Il web può attivare un meccanismo virtuoso che avvicina domanda e offerta riducendo i passaggi a non valore aggiunto. E’ qualcosa di simile a quanto emerso per la comunicazione nel punto due, ma più centrato sull’equità dell’aspetto economico.

4) Istituzioni e burocrazia

Inevitabile che i gruppi si concentrassero anche sui temi della semplificazione delle procedure e sul supporto nelle esigenze burocratiche. E’ evidente come il web possa rivoluzionare i meccanismi di espletamento delle necessità fiscali e di compliance normativa.

Non si tratta solo di rendere più immediate le procedure e di virtualizzare processi fisici ridondanti, ma anche di sostituirsi in quei ruoli che l’artigiano non riesce a seguire e per i quali si deve affidare a ulteriori professionisti, commercialisti, notai, avvocati, che vanno ulteriormente a erodere il margine sviluppato con il proprio lavoro.

Le idee emerse in questo senso sembrano più velleitarie nel contesto attuale, ma la proposta di strumenti di semplificazione indipendenti dal percorso istituzionale e legislativo sembra ancora una volta mostrare la diffidenza circa vere svolte nella proposta politica.

5) Identità artigiana e intersettorialità

Un ultimo punto ha toccato lo sviluppo di esperienze intersettoriali in cui il driver sia la cultura materiale e non il singolo skill tecnico. Il mondo digitale è particolarmente adatto a creare corto circuiti virtuosi che sanno mettere insieme con una chiave interpretativa nuova food, design, fashion, intrattenimento, esperienza, … Un esempio che ci è ovviamente caro è quello di The Fab a Verona, ma molti altri casi stanno nascendo e possono essere un modo per leggere in maniera più evoluta le potenzialità della manifattura.

La sensazione è che il carattere di disintermediazione del web prevalga nella visione del supporto che questo mondo può dare a quello manifatturiero. Il mondo digitale può andare oltre il marketing quindi per abbracciare un cambiamento più profondo nell’equilibrio del mercato dal punto di vista economico-transazionale, logistico-distributivo e infine nella formazione e didattica, dove il vero gap è quello dell’attrattività dei ruoli produttivi.

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05

Lug
2013

In events
Laboratori
News

By stefanoschiavo

Ma il digitale offre agli artigiani solo app e stampanti? Quindici esperti digitali a Milano per unire atomi e bit.

On 05, Lug 2013 | In events, Laboratori, News | By stefanoschiavo

Lo premetto. Il tema non è semplice. Avevamo parlato nell’ultimo post del rapporto tra artigiano e designer, ma se c’è una situazione forse ancora più ambigua e delicata nei confronti dei nostri imprenditori manifatturieri è certamente quella del mondo digitale.

Usciamo da dieci anni incredibili. Una rivoluzione tecnologica, ma, lo sappiamo bene, ancor più culturale. Possibilità di scambi e conversazioni continue che hanno aperto la strada ad un ritmo di propagazione dell’innovazione e delle idee mai visto in precedenza. Con tutta una serie di correlati d’impatto: il know-who che diventa quasi più importante del know-how, la serendipity che si trasforma in una prassi manageriale, la trasparenza delle informazioni, la condivisione dei punti di vista, l’apertura verso gli altri, tutti punti che formano un paradigma nuovo della gestione aziendale.

I clienti che progettano con i produttori in continuo rapporto con fornitori e partner, la comunicazione che mostra i segreti anfratti delle retrovie aziendali, l’open innovation e il social business insomma. E in tutto questo la tecnologia, le app, il mobile, Steve Jobs e altri eroi che spopolano sui quotidiani e al cinema. Alcuni sviluppi toccano l’ambito della produzione, tra Arduino e le stampanti 3D, inizio di una rivoluzione auspicata nel design one-to-one e nell’autoproduzione non più solo di stevia sul balcone… Eppure tutto ciò sembra non aver toccato l’animo disilluso del nostro “artigiano di bottega”.

Sembra anzi che le due culture siano in parte impermeabili. Piccole aziende sommerse di fax e burocrazia circondate da giovani entusiasti in riva al Sile o in un coworking di Lambrate. E allora abbiamo provato a capire se la sintesi sia possibile, se i nostri maestri digitali possono realmente integrarsi e forse confondersi con gli artigiani in crisi. Ma non volevamo soluzioni “markettare”, il nuovo sito e il blog, un contest o un po’ di guerrilla…

Abbiamo proposto a quindici esperti più o meno tutti provenienti dall’universo digitale di mettersi a ragionare su aspetti importanti del mondo artigiano. Per predisporli al meglio li abbiamo fatti giocare in una Fab Session ospitata dagli amici di Make a Cube. Hanno fatto i loro giusti errori di tattica nel gioco oramai iconico degli snowflakes e si sono quindi immedesimati nelle condizioni di un artigiano di fronte al mercato.

Poi è stata la volta delle idee, sviluppate in forma di esperimento, in tipico stile Lean Startup. Partendo dalle intuizioni di Stefano con cui avevamo chiacchierato il giorno prima. Ne sono uscite intuizioni interessanti che toccano gli aspetto della formazione e del trasferimenti delle competenze, dell’immagine dell’artigiano come possibile sbocco lavorativo “cool”, delle possibilità di accesso al mercato e dell’evoluzione del ruolo degli intermediari commerciali e così via tra modello economico, impostazione produttiva, comunicazione e psicologia. Tutte idee che per una volta non hanno toccato l’aspetto tecnico o di comunicazione del digitale. Hanno scavato nel profondo del disagio artigiano suggerendo vie pratiche, ma culturalmente elaborate, per superarlo.

Ciò che è emerso è stato un approccio diverso alla questione. Consapevole delle criticità, ma coraggioso al punto giusto. Un’attitudine che non riscontriamo tra i nostri produttori chiusi in qualche capannone della Bassa o in una bottega in periferia. Torniamo da loro con alcune proposte, alcuni possibili partner e la voglia di ripetere l’esperienza mischiando questa volta partecipanti digitali e analogici per vedere cosa ne esce.

I risultati nel dettaglio ve li raccontiamo in quest’altro post.

Qui sotto vi lasciamo la traccia su cui i gruppi hanno lavorato e che consideriamo come uno dei possibili punti di partenza.

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25

Giu
2012

In cool
Non categorizzato
projects

By stefanoschiavo

Tra il dire e il fare ci son di mezzo per lo meno due Heidelberg

On 25, Giu 2012 | In cool, Non categorizzato, projects | By stefanoschiavo

Sharazad, tra l’altro, si occupa di consulenza. Su varie cose. Organizzazione, marketing, strategia, retail, web, … Tutto con un bel fil rouge. L’idea che il rapporto con il mercato sia cambiato. Che trasparenza, autenticità, esperienza, partecipazione non siano slogan, ma l’unico vero modo in cui fare una seria attività al giorno d’oggi… Dietro a tutto questo ci sono le cose di cui abbiamo parlato nell’ultimo post dedicato alla formazione.

Ma parlare solo non ci soddisfa. Se vogliamo essere coerenti, dobbiamo mettere questi nostri pensieri in azione. Ci infiammano persone come Ezio e tutti i suoi colleghi di Contempo. Ci sono piaciuti venerdì a Bassano del Grappa mentre ci raccontavano, dopo un bell’intervento del nostro amico Stefano, quello che fanno tra recupero di materiale di scarto industriale e creazione di prodotti straordinari per il retail… tavoli, lampade, arredo di ogni genere, unico, ma per una volta ripetibile!

Contempo e il mondo di Futuro Artigiano sono uno stimolo per noi che, umilmente, ci proviamo. Ci siamo così dati da fare nel creare un esempio di come trasformare quello che può essere letto come un distretto poco dinamico, la tipografia di Verona, in un laboratorio di incontro tra digitale e analogico, tra il pensiero creativo e la sapienza manifatturiera, in una fusione ricca di entusiasmo e fantasia.

Il primo passo è stato l’acquisto di due belle Heidelberg. Arriveranno a settembre. Poi uno spazio a Verona, in centro, vicino a Castelvecchio, dove si sono raccolte un po’ di realtà che condividono una visione del futuro industriale italiano, innanzitutto contro la retorica della crisi.

Poi l’altro giorno il trasloco. Impegnativo, dobbiamo dire, ma anche divertente e pieno di stimoli. Fra poco la location si apre a eventi e alla produzione. Tutto questo lo vedrete su un nuovo canale, figlio di Sharazad e di tanti nuovi compagni di viaggio. A presto per le news!

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