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artigianato Archives - Sharazad

09

Jun
2017

In Futuro
News

By stefanoschiavo

Sharazad partecipa alla nuova edizione di Botteghe Digitali

On 09, Jun 2017 | In Futuro, News | By stefanoschiavo

Botteghe Digitali, il progetto di Banca Ifis, Marketing Arena e Stefano Micelli che investe su artigiani, PMI e maker attraverso nuove tecnologie digitali e grande apporto di energia creativa, è ripartito alla grande anche nel 2017.

L’anno scorso è stato l’inizio di un percorso che comincia a farsi oggi maturo. Nel 2016 c’era Lino’s & Co che apriva le danze del progetto e poi altre originali iniziative craft-driven. Quest’anno siamo alle prese con ben undici artigiani, ma le fila di partecipanti che entrano in questa rete vedono decine di iniziative.

Se infatti gli undici artigiani 2017 avranno a disposizione investimenti e competenze di supporto per realizzare un grande salto nello sviluppo del loro business, anche gli altri candidati avranno spazi web e materiale digitale di grande qualità che i coach di Botteghe Digitali hanno realizzato appositamente.

E uno dei coach è quest’anno Stefano Schiavo che ha cominciato ad affiancare alcuni degli undici artigiani. Gli altri coach sono Barbara Bonaventura, Gaia Segattini, Laura Bortoloni e Luca De Pietro. Big team cui si legano una serie di straordinari specialist che si attiveranno sui singoli progetti. Prima fra tutti l’instancabile Rossana Omietti. A coordinare il tutto sta la colonna portante del progetto: Eva Vazzoler. E poi c’è il motore dell’iniziativa: Mara Di Giorgio.

I tre artigiani di Stefano sono Angelo Inglese, Tappezzerie Druetta e Cindy Leper, ma i dettagli ve li racconteremo nei prossimi post. Stay tuned!

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09

Jan
2015

In Futuro
News
report

By stefanoschiavo

Un Giappone alla ricerca della crescita tra robot, arte e artigianato

On 09, Jan 2015 | In Futuro, News, report | By stefanoschiavo

Approfittiamo sempre dei nostri viaggi di piacere per esplorare cosa accade nei Paesi visitati. Inevitabile osservare il Giappone con un occhio particolare. Primo perché nelle nostre radici sta una cultura manageriale nata nelle fabbriche nipponiche e poi perché il Sol Levante sta affrontando da qualche anno una fase economica che in molto assomiglia a quella attraversata ora dall’Europa.

Da una parte abbiamo quindi avuto la conferma di come un certo approccio culturale al business (visual, sperimentale, progressivo e condiviso) che abbiamo conosciuto attraverso l’applicazione del Lean Thinking e più recentemente con il movimento del Lean Startup permei la cultura personale dei cittadini giapponesi. Lo si vede nell’organizzazione dei servizi pubblici, dei trasporti, della segnaletica e del retail.

Proprio a partire da questo abbiamo cercato di osservare le modalità con cui questo approccio si è sviluppato nel mondo del commercio e dell’artigianato. Abbiamo visto come la commistione tra diversi ambiti commerciali ed estetici sia la costante di chi sperimenta nuove soluzioni nelle grandi città come nelle piccole isole del centro sud, nei borghi tradizionali come negli spazi di maggior afflusso turistico.

Il bar Downstairs integrato con il concessionario Mercedes a Roppongi spinge al massimo il cross selling e integra magistralmente identità complementari.

Un ceramista a Kyoto si mette in vetrina nel centro urbano facendo produrre vasi che Patrick Swayze se li sognava ai turisti che affollano i dintorni. Nel frattempo espone le sue realizzazioni artigianali attorno allo spazio del workshop.

Una tipografia letterpress piazza una vecchia Heidelberg in vetrina in centro città e veicola progetti editoriali, servizi tipografici, prodotti grafici e stationery.

Poi ancora innumerevoli commistioni di luoghi di coworking e di retail, di produzione e di ristorazione nella consapevolezza che in un momento di crisi della domanda, con consumatori che capiscono il valore dei prodotti e dei servizi e sono attenti alla qualità di quanto offerto, bisogna coinvolgere i clienti, farli partecipare all’atto creativo, mischiare arte, artigianato, manifattura e digitale.

Robot futuristici insieme a tradizioni millenarie, templi buddisti tra i grattacieli di Tokyo, il postmoderno che si apre a nuove intuizioni. Sicuramente non basta a compensare uno scenario macroeconomico molto difficile, ma è quello che dal basso possono fare le iniziative dei singoli soggetti economici che resistono e si reinventano alla ricerca di nuove strade.

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09

Oct
2013

In events
News
projects

By stefanoschiavo

Benfatto.org al via con quattrocento metri quadri di artigiani ed eventi ad Abitare 100% Project

On 09, Oct 2013 | In events, News, projects | By stefanoschiavo

benfattoDopo la straordinaria esperienza della Maker Faire romana, un’altra Fiera ci ospita per lanciare un progetto che Sharazad considera la somma di tante esperienze e collaborazioni nate in questi anni. Si tratta di benfatto.org.

L’idea di Benfatto è quella di mettere a frutto le connessioni, le competenze, le visioni che ogni giorno incontriamo. L’obiettivo è connettere la distribuzione internazionale con artigiani di alta qualità adeguati in termini operativi e di design.

Da una parte la distribuzione, online o fisica, che cerca capacità manifatturiere, ma trova aziende per un motivo o per l’altro inadeguate: product design, stile, capacità gestionali o logistiche, competenze finanziarie e così via. Dall’altro aziende straordinarie che però non sanno fare il salto necessario per aprirsi a nuovi orizzonti di mercato.

Non sempre il problema è di competenze tecniche, quanto relazionali. Anzi il più delle volte si tratta di sapersi aprire al confronto con altre aziende o professionisti (progettisti, designer, makers, manager, …) e proprio questo tipo di progetti sono al centro dell’azione di benfatto.org.

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Già alcuni casi di progetti avviati all’interno dell’iniziativa sono presenti nella piattaforma e saranno l’oggetto dei quattrocento metri quadri di Abitare 100% Project. Lo spirito è quello di Futuro Artigiano e risponde anche alla recente domanda di Giorgio Soffiato sulla capacità degli artigiani e delle piccole aziende manifatturiere di mettersi in relazione con il mondo dell’innovazione e dei makers, tra diffidenze, inadeguatezze culturali, incapacità gestionali, ma con un patrimonio straordinario di cultura materiale. Ne parleremo presto anche a Pillole di Futuro.

Qui c’è il dettaglio dell’evento che comprende anche due tavole rotonde con i protagonisti dell’innovazione manifatturiera e dello sviluppo del nuovo ecommerce mondiale in ambito design.

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L’occasione è straordinaria per attivare contatti e approfondire il potenziale di Benfatto.org. Speriamo di incontrare tanti di voi domenica pomeriggio a Verona Fiere. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi e sui risultati dei progetti.

 

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23

Sep
2013

In Futuro
News
Non categorizzato

By stefanoschiavo

Ode al prodotto precario, al primo prototipo non ancora industriale

On 23, Sep 2013 | In Futuro, News, Non categorizzato | By stefanoschiavo

Ci perdoneranno gli economisti per le considerazioni che scriviamo oggi. Sparse qua e là, senza un quadro unitario. E un po’ banali anche. Sono alcune idee su cosa è per noi un maker

L’altro giorno abbiamo visto un prototipo in un’officina e ci han detto che c’erano volute sessanta ore per farlo. Che a regime, una volta “industrializzato”, non avrebbe avuto quei problemi, che il materiale sarebbe stato quello giusto per la qualità che si voleva trovare e per il prezzo che si voleva raggiungere. Che le imperfezioni evidenti a tutti erano figlie di quelle tante ore di ripensamenti e dubbi e lavoro umano, ma poi “tutto sarebbe cambiato” con la produzione di migliaia di pezzi tutti uguali, perfetti, puliti e sostenibili.

La democraticità del design, pensavamo noi, richiede quella banalizzazione del prodotto e del processo per realizzarlo. Come le macchine fotografiche alla portata di tutti e non quei laboratori ambulanti di due secoli fa… Macchinari più o meno impegnativi e la cultura delle persone che le sanno usare, la ricerca sui meccanismi e sui movimenti di persone e materiali.

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Ma in mano a tutti l’oggetto si abbassa inevitabilmente di valore. Non solo perché è poco esclusivo, ma anche perché, come nel caso delle foto scattate ogni giorno dai nostri smartphone, trasformate e trasfigurate da Instagram e Facebook, la diffusione impoverisce la cultura, perché da appassionati visionari ed entusiasti pionieri si passa a chi si diverte a tempo perso… e non diciamo che necessariamente è male…

Ci siamo chiesti quanto valesse quel prototipo. Come determinarne il prezzo? Con le ore spese sarebbe stato davvero arduo perché sessanta ore per un oggetto di quel tipo sembrano davvero tante. Si andranno a ripartire, ci dice il controller aziendale, nel margine che faranno i suoi figli, migliaia di pezzi in rapida serie in cui mezzora di lavoro basta e avanza. Al millesimo pezzo (break-even point c’ha detto) sarebbe scomparso anche il ricordo di quelle prime squinternate ore.

E quindi il prototipo non si vende, ha aggiunto, ma a noi sembrava un peccato. Le ore spese a pensare, scoprire e inventare sono davvero solo un costo da ammortizzare? Un’inevitabile perdita di valore da coprire con un margine adeguato per il prodotto realmente distribuito? Ma in quel prodotto, quello in vetrina intendiamo, c’è dentro ancora tutto quel che è successo nella fase di ricerca? O forse lo scotto per portare a tutti la bellezza si porta dietro una perdita immensa? Anche fosse identico e perfetto il primo pezzo prototipo e si arrivasse poi solo a produrre quello in vendita in una frazione del suo tempo, sarebbero uguali i due prodotti?

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Seguire un’altra strada, di nicchia direbbero, di non industrializzazione, di preservazione dell’unicità, dell’esperienza della scoperta, richiederebbe un racconto adeguato, una fabbrica lenta, un rapporto diretto tra l’inventore e le persone che acquisteranno quell’oggetto… Ma bisogna capirsi… Nicchia non vuol dir soltanto un pubblico educato, racchiuso in un pensiero adatto a pochi capaci di comprendere il valore dei tannini di un brunello, del profumo di una resina sul metallo, del suono del motore di una Ferrari.

Nicchia vuol dire anche capire il valore di un errore, del tempo perso a trovare una soluzione a un problema che non sembrava alla portata. E’ una nicchia democratica, concessa solo adesso dagli spazi nuovi di comunicazione e distribuzione. Una nicchia non ad alto costo economico, ma ad alto impegno relazionale, una nicchia culturale in qualche modo. E non si può fondare sull’attuale modo di coprire i costi, i margini del canale di distribuzione, dell’equilibrio dei costi fissi della struttura industriale. Non ci si sta dentro in questo modo e in qualche modo non sarebbe nemmeno corretto per chi inventa chi produce e chi compra alla fine.

La struttura dei costi di un maker/artigiano come lo stiamo intendendo non è granché sostenibile in una supply chain organizzata per economie di scala. Anche solo per la mancanza di costi fissi individuali. L’unica strada sembra quella di andare su di prezzo per coprire l’azione di tutti gli intermediari e poi fare una promozione / comunicazione non gestibile dal singolo… e da qui nascono Formabilio, Fab.com, Zanoby e così via.

Altra strada è rifondare il modello logistico e il canale di vendita, ma non è di breve termine… Ci piace l’idea di disintermediazione anche della fase produttiva e non solo di vendita… il contatto diretto (peer-to-peer) designer consumatore con semilavorati di grande produzione in scala e idea/finitura direttamente venduta dal designer/maker al consumatore che si finisce il prodotto in casa… atomi come bit si diceva… Le idee di Stefano Maffei in questa direzione ci piacciono sempre… Il web sembra aiutare.

Vediamo ogni giorno straordinarie persone che cercano e trovano un modo nuovo di fare le cose. Bisogna farle uscire dal loro anonimato e questa è l’essenza del lavoro di un Maker, come noi lo pensiamo ed intendiamo, non di certo l’utilizzo di un chip o di una saldatrice, che sono la tecnica, ma non la cornice.

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04

Sep
2013

In Futuro
News
report

By stefanoschiavo

La California, gli italiani, il declino e un difetto nel racconto

On 04, Sep 2013 | In Futuro, News, report | By stefanoschiavo

Qualche settimana negli States insegna molte cose. Vediamo qui da noi tanti racconti pieni di ammirazione per la velocità con cui là si sviluppa l’innovazione, per la facilità con cui una buona idea trova accesso a capitali e relazioni, per una competitività sana che premia il merito e il coraggio… C’è chi auspica un futuro californiano per il nostro Paese, afflitto ahimè da tanti mali che ogni giorno ci vengono senza pietà presentati in notiziari, giornali e nei social network. Anche e specialmente nei social network. Astiosi o disincantati, sarcastici o collerici, i racconti dei nostri amici su Facebook e Twitter paiono più estreme unzioni (se non constatazioni di decesso) che non analisi critiche del nostro stato di salute.

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Ma venti giorni in California, Oregon, Washington che hanno seguito più periodi a New York, un coast-to-coast nel cuore più profondo degli Stati Uniti, qualche presenza a Chicago, Boston, e il confronto con tanti amici che là stanno lavorando o stanno per farlo, o con chi lì è nato e qui si è spostato, forse ci hanno portato a vedere alcune altri aspetti che non confortano la nostra diffusa voglia di autocommiserazione e quel desiderio inconfessabile di declino…

 

Non parliamo di sostenibilità della crescita, di equità sociale o di trionfo dell’economia sulle relazioni umane, di mancanza di stato sociale o di pervicace azione di controllo manu armata sul resto del mondo. Non ne parliamo perché in fondo in fondo a questi temi non crediamo. Fanno parte di una retorica che non trova troppo riscontro nella realtà che conosciamo. Se la nostra spesa pubblica non è sostenibile, dobbiamo andare incontro a dei cambiamenti, e lo spauracchio di una società americana disintegrata e con un coefficiente di Gini sproporzionato sembra solo l’ennesimo appello retorico a una diversità europea che nasconde privilegi e caste non più sopportabili.

Altro ci sembra quello che non va nel racconto apologetico su una California ridente di spiagge e startup. E non lo cerchiamo in qualche presunto difetto di quella realtà, ma in qualcosa che non va nel racconto che facciamo su di noi. Non è l’America ad esser venerata, ma è il nostro Paese che troppo spesso viene letto male. Qualche giorno fa ho seguito uno sfogo acido e divertente, sì dai diciamolo che due o tre passaggi mostravano una sana verve, in un post che il nostro amico Alberto ha condiviso su Facebook, una sorta di minipamphlet contro l’italiano medio che sale su un aereo.

Ne faceva uscire le pessime abitudini, dal classico familismo amorale che passa sopra ogni regola di convivenza civile pur di far prevalere l’interesse particolare, alla furbizia del volpone che prova sempre a fregare l’autorità, schiavo del loop pago-comando-pretendo, pronti a concedere tutto ai figli, al di là di ogni dovere, dove i diritti sono spesso calpestati dalla corruzione… Italiani bisognosi di una guida, di un duce cui attaccarsi per tornare cheti cheti all’ovile…

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Ho pensato che giusto è far emergere i nostri difetti per spronare a migliorarci, a conquistare nuovi gradi di civiltà… in fondo non siamo proprio allo stato di natura e qualche progresso saremo pur in grado di farlo anche noi. Poi però mi è venuto in mente Sebastiano e la sua idea che il racconto determina i fatti e non viceversa. Non so se Sebastiano pensava esattamente questo quando mi parlava di riprendere in mano il racconto sull’Italia, troppo spesso composto da chi ne ama la perdizione per i più diversi motivi e interessi. Sicuramente c’è qualcosa che ci insegna la semiotica, un po’ come mi ha raccontato Marco qualche giorno fa. Pensiamo nel modo che ci permettono le nostre parole. Il pensiero è funzione del linguaggio.

Non è questione di negare la mafia, di nascondere i difetti, di camuffarsi, ma di leggere le nostre attitudini anche, e diciamo anche, in altro modo.

Un racconto dialettico in cui una certa sfrontatezza verso le regole può essere letta come autonomia di giudizio, intelligenza e spirito critico. Un’irriverenza verso la burocrazia commerciale e statale che è figlia di una consapevolezza del valore del lavoro. Solo chi rispetta il lavoro pretende un servizio adeguato a quanto speso, perché conosce il valore dei soldi guadagnati con lo sforzo umile della propria attività. Allo stesso modo la cura dei vicini, parenti, amici e conoscenti, con quella tipica attitudine al volontariato e al risparmio, denota un amore per le relazioni individuali e concrete, tanto lontane da un astratto principio d’ordine che non permette sempre di costruire una società. La relazione umana è principio di un’etica sociale che spesso manca nelle relazioni commerciali di una corporation. Questo spirito porta a una tradizione di anarchia individuale che non rispetta il potere e ne consente un ribaltamento come avvenuto in pagine importanti della nostra storia. Totò e Amici miei, Dario Fo e Fortebraccio, Vincino e Guareschi.

E nel concreto non ci è voluto molto a vedere che le fattorie biologiche osannate sui blog e in grandi catene di retail nelle metropoli della west-coast non sono nemmeno vicine allo standard cui un cittadino medio di una cittadina del nordest italiano è abituato. Uno standard che si ricollega più alla Germania e alla Scandinavia che a un Paese in cui montagne di prodotti vengono sprecati e consumati quotidianamente in un’ipertrofica corsa all’accumulo senza senso. Cultura. Ecco cosa ci distingue. Che sia quella che ci permette di riciclare il 60% dei rifiuti o di produrre la biodiversità di Eataly e Slowfood nell’agroalimentare o ancora di pensare e realizzare prodotti straordinari di design e stile in piccoli centri di provincia apparentemente così lontani da dove pulsa l’innovazione, ma così pieni di consapevolezza artigiana che intride appunto di cultura l’azione concreta del lavoro umano.

Bisogna raccontare questi aspetti e molti altri. Raccogliere le storie e le persone che possono fare la differenza. Quelle che a noi capita di incontrare quotidianamente. Produttori, creativi, consulenti e venditori. Autentici campioni di competenza e umanità. C’è un mondo che li aspetta perché ha una disperata necessità di questi contenuti, di queste attitudini e di questo spirito che non si trova altrove e che rischia di perdersi in un cupio dissolvi collettivo e insensato.

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08

Apr
2013

In Futuro
News
the fab

By stefanoschiavo

Lino’s Type sulla Nuvola… tra Arduino e Gutemberg

On 08, Apr 2013 | In Futuro, News, the fab | By stefanoschiavo

Lino’s Type, “startup di nuova economia artigianale” citando le parole di Alessio nell’articolo sulla Nuvola di corriere.it, è un’avventura sempre più entusiasmante.

Mentre Giovanni è sulla buona strada per le famose “diecimila ore” che servono a creare un artigiano, Laura lo mette alla prova con una creatività continuamente alla ricerca di nuove sfide. Nicola trova modi sempre diversi per relazionarsi con quel che di più interessante succede nel mondo.

Ecco allora, all’interno di The Fab, susseguirsi la presenza di Luca Barcellona in una serata memorabile, lo sviluppo di un progetto in onore di Massimo Banzi, l’inventore di Arduino, da poco tornato, grazie al bel lavoro del’amico Roberto Bonzio, nella sua scuola di Desio e omaggiato di un lavoro di Lino’s Type. Poi l’articolo su corriere.it.

Ma principalmente l’entusiasmo che si vede crescere attorno al progetto ci dà il senso dell’importanza che questo approccio alla generazione di nuova economia può avere.

La squadra già di per sé notevole continua ad aprirsi a nuovi collaboratori, a nuove idee. I clienti stessi non sono un mero destinatario di un design chiuso in se stesso, ma diventano l’interlocutore principale per uno sviluppo condiviso di intuizioni e proposte.

Tutta la scuola del design thinking, dell’organizzazione snella e del social business sono al servizio di un laboratorio artigiano e qualcosa di eccezionale sta davvero avvenendo. Le visite di scuole, istituzioni, appassionati e curiosi ci piacciono e ci danno la giusta dose di entusiasmo per continuare l’avventura e farla diventare un esempio di ciò che è possibile fare in questo momento per pensare in modo nuovo la nostra manifattura.

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