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Futuro Archives - Sharazad

Quattro rituali utili per un management innovativo

Insieme di Richard SennettIl management richiede rituali. Far collaborare e coinvolgere le persone non è facile. Può sembrare una questione di strumenti, ma come sempre non è così. Per rompere schemi e pratiche orientate all’efficienza individuale serve toccare aspetti delicati.

Ce l’ha insegnato il solito Richard Sennett in Insieme. Che a un certo punto ci ha parlato di rituali come grimaldello giusto per attivare la collaborazione.

In questo post provo a collegare alcuni approcci manageriali che fanno leva sui riti. Penso che senza la consapevolezza di questi aspetti sia difficile intraprendere un percorso di innovazione sia organizzativa che di modello di business.

Gli scambi tra le persone

Sennett ci ha spiegato come esista un numero limitato di scambi tra le persone. In particolare fa riferimento a cinque. Due di essi poi li mette subito fuori. Dice che non hanno a che vedere con le pratiche aziendali. Nessun bisogno di troppa ritualità in queste situazioni…

Gli scambi che possiamo trascurare…

Il primo scambio da scartare è quello in cui un soggetto annienta l’altro (asso piglia tutto). Evidentemente così si scatena una dinamica che non permette lo sviluppo di regole comuni. Nemmeno quelle più basilari del business. L’avversario deve invece potenzialmente sopravvivere all’interno di un’arena competitiva condivisa.

Qui vietate le armi!

Il secondo è al contrario lo scambio in cui si regala all’altro. L’altruismo puro è dall’altra parte della scala rispetto al precedente scambio. Anche questo non si inserisce nelle dinamiche di confronto tra soggetti economici, se non in particolarissimi casi.

Regali altruistici

…e quelli di nostro interesse

Ricordo ancora un progetto di cambio dell’ERP di un’azienda in cui ero coinvolto come giovane manager. Il confronto tra l’ICT manager e la software house è stato di questo tipo:

Azienda – Siamo una bella azienda ed è un onore per voi lavorare con noi…
Fornitore – E infatti è un piacere iniziare questa collaborazione…
Azienda – Quindi ci regalerete le licenze software!
Fornitore – Non se ne parla nemmeno… Le dovete pagare interamente…
Azienda – Ok finisce qui!
Fornitore – Anche per noi!

Capirete la mia costrizione… Dopo qualche mese di lavoro per portare i due al tavolo e una selezione di soluzioni molto onerosa, questo epilogo un po’ precipitoso mi aveva lasciato a dir poco perplesso.

Probabilmente i due hanno adottato una strategia di confronto aggressiva, ma altrettanto probabilmente questo atteggiamento era del tutto inutile.

Ci sono voluti poi tre mesi per riportarli al tavolo e per arrivare alla conclusione esattamente intermedia tra le due richieste. Tre mesi che potevano essere risparmiati così come le innumerevoli telefonate di mediazione.

Eppure lo scambio era profittevole e ideale da subito. L’avevo preparato con ogni cura. Cosa avevo sbagliato? Tecnicamente tutto sembrava portare verso una soluzione rapida e profittevole, ma non avevo ancora capito la potenza dei rituali…

Rituali

L’importante è capirsi…

Eccoci quindi al terzo tipo di scambio. Quello differenziante. Molto importante per l’invero. È il confronto in cui ci si studia. È quello in cui i soggetti si conoscono. Servono a definire aspettative e regole del confronto.

È un passaggio fondamentale perché l’alternativa è un blocco delle negoziazioni. Uno stallo dettato da una diffidenza verso lo sconosciuto e l’ignoto.

Spesso è propedeutico alle altre due forme e permette di arrivare a quella del win-win e di quello a somma zero. Facilitare questi confronti iniziali è di fondamentale importanza. A questo si dedicano molte delle energie commerciali delle aziende. La negoziazione è qualcosa che avviene in una fase finale del percorso di conoscenza. Prima il contatto va coltivato e alimentato con occasioni di scambio.

Ricorda un po’ la visione che proviene dal marketing quando si parla di lead management. Il nostro intento deve essere quello di accompagnare il nostro prospect in un viaggio. Un percorso che va da un’iniziale fase di consapevolezza a quelle successive di considerazione e decisione. Ne parleremo in altre occasioni, ma le connessioni con i riti relazionali che descrivo qui sono importanti.

funnel del marketing

Somma zero e win-win

Eccoci agli scambi che invece concludono un confronto di business.

Lo scambio a somma zero non è altro che la classica situazione in cui una parte vince e una perde, ma con un equilibrio finale che non annienta i soggetti in gioco. Garantire di non annientare la controparte serve a far continuare il gioco. Lo si sa bene quando si pensa al fornitore come a un partner e non come a un avversario da battere.

Ovviamente la soluzione win-win presenta infine caratteri interessanti e di sicuro vantaggio grazie anche all’energia che riesce a infondere in tutte le persone coinvolte.

La funzione dei rituali

Alla luce di questa lettura, ci si può chiedere come si possa facilitare un confronto che porti a degli scambi virtuosi. Come raggiungere il giusto grado di collaborazione, tra partner, tra colleghi, tra clienti e fornitori? Come ingaggiare le persone che hanno influenza nella nostra avventura professionale?

Sennett ci aiuta ancora suggerendoci che la collaborazione è attivabile grazie ai rituali. Sono momenti di relazione tra le persone caratterizzate da tre aspetti:

  1. ripetitività
  2. elemento simbolico
  3. messa in scena

Solo avendo predisposto questi aspetti, possiamo pensare di costruire il contesto giusto per la collaborazione. Li racconto un po’ meglio e poi arrivo a elencare alcuni casi applicativi concreti.

Ripetizione

1. Ripetitività

Perché si configuri un rituale serve che il confronto sia ripetuto secondo regole condivise con una temporalità periodica. Come la messa o la partita di calcio, la pausa caffè o il calcetto tra amici.

La ripetizione periodica aiuta a costruire un confronto secondo regole precise e a interiorizzare l’abitudine allo scambio. Paradossalmente, ma non troppo, proprio i progetti più innovativi e lontani dalle abitudini aziendali hanno bisogno di una cadenza standardizzata.

2. Aspetto simbolico

Per dare il giusto approccio ai confronti rituali serve aggiungere un elemento che faccia da simbolo. La tazzina del caffè è simbolo di condivisione e convivialità. Allinea rispetto a un terreno quotidiano di scambio perché richiama la pausa che permette di ragionare al di fuori degli obblighi dettati dalle procedure aziendali.

Non a caso è proprio nella pausa caffè che spesso emergono le posizioni “vere” delle risorse aziendali. Una specie di confessionale in cui ci si sente liberi di esprimere le proprie opinioni. Con maggior leggerezza e tranquillità che in un meeting ufficiale.

3. Messa in scena

Il terzo elemento del rituale è la messa in scena. Si tratta del contesto, dello scenario in cui si svolge il rito. L’ambiente esterno determina il modo in cui le persone si confrontano. Ne detta l’atmosfera, seria o rilassata, formale o informale e così via.

Uscire dagli abituali spazi in cui si svolge il lavoro quotidiano. Fuori dagli uffici, ma spesso anche dalle sale meeting, per sviluppare in spazi di eccezione un ambito di maggior libertà espressiva.

Quattro esempi di rituale adatti all’innovazione

Eccomi quindi, come promesso, a proporre in chiave rituale, quattro pratiche di management virtuose.

Possono servire

  • a rimuovere blocchi organizzativi,
  • a individuare nuove strade non ancora battute,
  • a costruire un contesto positivo rispetto a un progetto.

Aiutano anche a creare relazioni più evolute con clienti e fornitori.

In altri post parleremo di ognuno di questi approcci. Qui cercherò solo di evidenziarne i caratteri di ritualità rispetto ai tre elementi di cui ho appena parlato.

1. Visual management

visual management

Il visual management permette di affrontare la gestione di processi in maniera visuale attraverso tabelloni, foto, post-it.

Tipicamente si tratta di soluzioni che aiutano a far collaborare team di lavoro eterogenei. Questo principalmente attraverso l’allineamento dato dalla condivisione di una lettura comune. Si trovano metodi che si rifanno a questo approccio sia nel Lean Management che nel Design Thinking che nell’Agile Management.

La periodicità dei meeting di allineamento è un elemento comune. Permette di creare un contesto adatto a discutere quanto emerso tra un incontro e l’altro. Questo senza perdere focalizzazione e allineamento dei partecipanti.

post it colorati

Il post-it ovviamente rappresenta il simbolo principe di questo approccio. Significa che tutto ciò che si dice potrà essere modificato. Siamo in una fase di ricerca e niente è scritto col fuoco. Anzi, l’errore è previsto e può essere un elemento di crescita. Infine la possibilità di tradurre concetti astratti in un post-it consente anche di rendere più materico qualcosa di non percepibile.

La messa in scena prevede tabelloni e lay-out ad hoc, ma esistono diverse schematizzazioni standard.

  • Processi stage & gate con diverse colonne e passaggi da uno stadio all’altro
  • Funnel in cui si vede la progressione di un processo finalizzato a filtrare informazioni
  • Gantt in cui i post-it sostituiscono i task e consentono di appiattire la gerarchia organizzativa

2. Gli spazi del retail

Le esperienze di consumo tipiche degli scorsi decenni si sono modificate non solo per l’irrompere di Internet e dell’e-commerce, ma anche per un profondo cambiamento del rapporto dei consumatori con l’acquisto. Gli studi di Stefano Gnasso sono illuminanti a proposito.

Existential marketingÈ vero che, a partire dal mantra del UGC (user-generated content), si è cercato di far fare al cliente di tutto. Caricare nei nostri siti foto, testi, video. Commentare, partecipare a workshop, concorsi, competizioni. Anche farlo partecipare a flashmob finalizzati al marketing. Paolo Iabichino ha buon gioco a ironizzare su queste pratiche nel bel libro Existential marketing. I consumatori comprano, gli individui scelgono scritto a quattro mani con Gnasso.

Il coinvolgimento dei clienti nel processo di vendita non deve però ridursi a un’esperienza fine a se stessa. Deve avere un carattere trasformativo. Deve essere un passaggio da uno stato a un altro in cui il nostro cliente fa un percorso personale. Questo però richiede che esso si metta direttamente in gioco e non sia inibito nell’azione.

Il consumatore postmoderno

Stefano Gnasso ci dice che il consumatore postmoderno vive in una sorta di eterno presente. Il percorso di sviluppo temporale per la persona era tipico di società di massa in qualche modo superate. La scalata sociale o la costruzione di uno stile di vita condiviso con altri gruppi sociali dettavano un percorso in cui era chiaro il passaggio da passato a futuro. Oggi invece manca la costruzione condivisa di un futuro.

Come reagiscono i brand in questa condizione? Accompagnando il cliente in un percorso rituale. Nel libro più volte emerge questo aspetto del rito. Sempre più gli spazi di retail hanno rimosso quel carattere patinato e quel rapporto unidirezionale con il cliente. La lezione degli spazi incompiuti, dell’estetica relazionale, provenienti dal mondo dell’arte hanno lasciato spazio a esperimenti innovativi come l’atelier 3×1 di New York.

Il caso 3×1

Il cliente che entra nello spazio di Mercer street ha la possibilità di esplorare i servizi del negozio partendo da una proposta di jeans già pronta (ready). Può anche personalizzarla (custom) con vari accessori o inoltrarsi fino alla sartoria in fondo al negozio dove può avere una soluzione su misura (bespoke). Questa progressiva scoperta dello spazio vendita e delle sue proposte rappresenta un percorso che allo stesso tempo determina un rito e una trasformazione nel rapporto del cliente con il consumo del prodotto.

Atelier 3x1

Il cliente deve essere attore diretto della costruzione della propria soluzione. Come nel mondo virtuale del web le persone hanno rotto quello schermo che li separava da brand lontani e irreali, anche nella fisicità del retail ci si aspetta un rapporto nuovo.

Il rituale è entrato in maniera importante in questi contesti. Tutto ciò richiede un’apertura delle organizzazioni al confronto con il cliente. Il coinvolgimento dell’intera organizzazione e non solo dell’interfaccia marketing. Sfide che negli ultimi anni sono state vinte da molte aziende all’avanguardia, ma che ancora non sono giunte a coinvolgere molta parte del nostro tessuto economico.

3. Lo storytelling del marketing

Legandomi al punto precedente, mi viene facile citare i video di Monocle ed esperienze come Kakimori o Aroma-zone. Un retail evoluto che legge in forme rituali l’engagement dei consumatori ha bisogno di racconti adeguati dell’esperienza liminale che viene costruita.

Riprendo quanto detto nel punto precedente circa la necessità di costruire esperienze trasformative per il cliente. Lo storytelling aiuta in questa ricostruzione di una prospettiva temporale e di cambiamento apparentemente perduta.

Un esempio è quello di Uncomag che ha interpretato al meglio queste esigenze. Una rete che cresce costantemente in un racconto collettivo di un mondo professionale in profondo mutamento. Le letture rituali regalateci da Alessio Sartore ci aiutano a ritrovarci in un contesto sociale meno confuso e in un percorso identitario comune. Rispecchiano infine anche quel carattere archetipico di ogni racconto che richiama riti di passaggio tipici della narrazione.

4. Bootcamp e spazi di innovazione

Tornando su rituali forse più comuni, parlo dei bootcamp. Un evento che aiuta le aziende a studiare in maniera più aperta e condivisa temi di interesse che hanno bisogno di un confronto allargato.

Recentemente ho partecipato a quello organizzato da Marketing Arena per SAS Italia. Tutti i momenti della giornata avevano le caratteristiche di un rito fatto di elementi ripetuti, di simboli e di messe in scena evocative.

Un ingrediente interessante in questo ambito è stato quello del Visual Scribing, di una visualizzazione di quanto detto che allinea i partecipanti. Ancora una volta l’elemento visuale diventa centrale in un rito organizzativo confermando l’importanza di dominare questi strumenti.

Più in generale la simbologia degli eventi legati all’innovazione (bootcamp, hackathon, startup weekend, lean startup machine, …) richiama caratteri rituali. Le soluzioni di visual management per le fasi di idea generation o di selezione, le slide e i canvas, i pitch e gli interventi di persone autorevoli nel mezzo dell’evento. Si tratta di un insieme ben codificato di elementi utili a costruire un rito che costruisce un’esperienza coinvolgente e anche in questo caso trasformativa per i partecipanti.

Conclusioni

I rituali hanno la capacità di creare contesti collaborativi virtuosi.

Per costruirli però serve tenere in considerazione diversi aspetti. Serve anche saper contestualizzare le linee guida che ho introdotto nel post in ambiti diversi.

Che si tratti di organizzazione, di innovazione o di marketing, la consapevolezza del potere di cambiamento implicito nel rito è elemento di partenza per governare pienamente l’elemento relazionale che sta alla base di ogni momento di collaborazione.

In Sharazad abbiamo spesso avuto l’occasione di mettere in pratica queste indicazioni e sono nate iniziative come Lino’s & Co e le Fab Sessions.

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SAS Italia, una leadership che fa i conti con nuovi business model. Storia del bootcamp con Marketing Arena

On 13, Nov 2017 | In Design Thinking, Digital Lean, events, Futuro, Innovazione, News, Visual Management | By stefanoschiavo

Un bootcamp in Talent Garden. Bella occasione qualche giorno fa per ragionare su temi di grande interesse. Intelligenza artificiale, machine learning e dintorni. L’invito è arrivato da Marketing Arena, agenzia sempre attenta alle dinamiche dell’innovazione digitale.

L’evento cui sono stato invitato è stato un bootcamp in cui, con grande coraggio, SAS Italia si è messa in discussione. Si trattava di ragionare sull’identità dell’azienda, sul suo ruolo nel mercato, sugli sviluppi di temi da essa governati tradizionalmente, ma oggi sotto i riflettori grazie ad aziende come Amazon, Google, Tesla e così via.

Ah, cos’è un bootcamp? Il termine viene da quello che indica i campi di addestramento militari, ma nel nostro caso siamo in un contesto meno cruento… Si tratta infatti di un evento con un programma molto intenso e una struttura che consente di portare velocemente a terra una serie di idee proposte. Ha un valore formativo e informativo e spesso le aziende lo impostano invitando soggetti esterni per aprire gli orizzonti di discussione e cogliere diversi punti di vista.

Il dovere della leadership

Luca De BiaseParto nel mio racconto dalla fine. Spesso è una buona mossa. Mi riferisco all’intervento di Luca De Biase, capace in poche battute di evidenziare alcuni aspetti notevoli di quanto avvenuto nel corso della giornata.

Esiste, per chi opera da tempo e con successo in mercati in grande evoluzione, un rischio temibile. E cioè quello di guardare con sufficienza i nuovi venuti. Dall’alto della storia passata e dell’evidente competenza maturata, il leader tende a sottovalutare e in qualche modo “snobbare” fenomeni apparentemente minori.

L’intelligenza artificiale e il machine learning sono cosa vecchia per chi opera nel settore e la recente attenzione dei media, le innovazione che raggiungono i consumatori, come Alexa e Siri, sembrano solo divertissement rispetto alla mole di potenzialità dietro la tecnologia.

Ma Luca De Biase ha suggerito un atteggiamento diverso. Per quanto consapevoli di  essere in possesso di tutto il know-how necessario e di tutte le risorse utili a governare AI e dintorni, serve che l’azienda si prenda carico del dovere di essere leader.

Il bootcamp è stato un primo passaggio che segnava un atteggiamento di apertura utile a un confronto, non semplice davvero, con visioni esterne. Ho visto un’azienda disposta a dialogare e a lasciarsi fare i raggi X da soggetti lontani dal business e proprio per questo forse più fecondi di intuizioni utili.

L’intuizione di Marketing Arena

Sono partito dal bel finale, ma devo dire che il risultato è frutto di un percorso magistralmente organizzato da Marketing Arena.

Giorgio Soffiato presenta il bootcampGiorgio Soffiato ci ha portati all’interno degli spazi di Talent Garden, mostrando ancora una volta come l’innovazione sia figlia anche di contesti fisici diversi da quelli usuali. I partecipanti provenivano da diverse aree professionali. Giornalisti, studenti, clienti di SAS e consulenti come me. Tutti mischiati in due squadre che dovevano rispondere ad alcune questioni rilevanti sulla percezione esterna di SAS e sulle prospettive future più interessanti.

L’importanza della cultura visuale

In ogni squadra un visual designer trasformava le parole in immagini. Anche questo aspetto mi è sembrato risuonare positivamente. Ne vedevo le connessioni con tanta cultura visuale che mi proviene dal Lean Thinking (col suo Learning to see) e dal Design Thinking.

Aggiungo poi che il nostro supporto era rappresentato dalla fantastica Laura Bortoloni, partner in altre iniziative come Botteghe Digitali e tra le migliori designer in circolazione.

Il visual scribing di Laura Bortoloni

Cos’è successo nel bootcamp?

I confronti sono stati vivaci e veri. Non scontato in situazioni del genere dove il rischio è quello di costruire esperienze poco sentite in cui la forma prevale sul contenuto. E invece si è creato un confronto acceso.

Un bootcamp dagli stili complementari

Interessante in tutto questo anche la dinamica del bootcamp. I due team erano eterogenei al loro interno, ma anche profondamente diversi l’uno dall’altro. Ciò ha determinato due approcci alla sfida radicalmente alternativi.

Da una parte un percorso sperimentale aperto a leggere nuovi sviluppi di mercato, dall’altro la definizione di un ruolo diverso nei confronti dei propri clienti.

Il primo team ha infatti cercato di esplorare la relazione tra SAS e i nuovi soggetti che si stanno profilando, a livello di professioni individuali e di aziende correlate, sul mercato. Il tutto si è tradotto in una presentazione dal carattere teatrale con i diversi personaggi a mostrare limiti e possibilità che caratterizzano il futuro dell’azienda.

Il secondo team si è concentrato più sullo sviluppo del ruolo di SAS nei confronti dei suoi clienti tradizionali. La metafora di un compagno di strada e non di un semplice fornitore è stata la più gettonata. Chi oggi detiene la conoscenza su un tema innovativo non può limitarsi a un rapporto di pura fornitura. Deve salire nella barca con il cliente prendendosi i propri rischi e mettendosi in gioco. In altre parole tanti parlano di Intelligenza Artificiale, ma pochi riescono ad accompagnarti nel percorso di sviluppo. E SAS è tra questi.

Questo porta a un percorso che richiama quanto suggerito da Luca De Biase. Il suo intervento ha chiuso, come detto, l’incontro dando grandi stimoli a tutti i partecipanti e non solo all’azienda.

Il bootcamp in Talent Garden

Conclusioni

Ancora una volta vediamo riconfermata l’idea della potenza di momenti di apertura e condivisione. Rituali di confronto e partecipazione come il bootcamp, se ben gestiti come in questo caso, servono ad aprire la visione verso modi diversi di intendere il business.

Il contesto di Talent Garden, l’organizzazione e lo stimolo di Marketing Arena (e in particolare di Elena Rizzato) e l’entusiasmo di tutti i partecipanti hanno creato le giuste condizioni per un’esperienza di grande valore.

Come sperato inizialmente, i due team hanno affrontato le questioni da punti di vista molto diversi. Ne sono nate idee utili che l’azienda si è riproposta di portare avanti nei prossimi mesi. A presto, quindi!

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Quale organizzazione per innovare i modelli di business? La lezione di Laloux

On 30, Aug 2017 | In Business Model, Futuro, Lean Startup, Lean Thinking, Management, Organizzazione | By stefanoschiavo

Costruire un modello di business non è (solo) un esercizio formale.

Non si tratta cioè di redarre un business plan sulla carta. Sì, gli investitori e i partner ci chiedono prospetti pluriennali di risultati finanziari. Della credibilità di quei numeri parliamo però in un altro post. Diciamo qui solo che servono spesso a tranquillizzare rispetto a un mondo esterno ignoto e in cambiamento. E a poco più.

Dicevamo che costruire un modello di business non è un esercizio di stile.

E allora cos’è? Possiamo considerare la costruzione di un business model come un esperimento. Qua ne abbiamo già parlato. Ipotesi da testare, rischi e costi da minimizzare. Fail fast fail cheap, come si usa dire.

Uscire dal nostro spazio

Uscendo al più presto dall’impostazione teorica del modello, dobbiamo andare subito out of the building e incontrare i clienti. Dobbiamo capirne un po’ di più, apprendere quanto più possibile e quanto più rapidamente. Una chiacchierata con un cliente in target, nelle prime fasi, vale più di tante analisi statistiche. È un processo di consapevolezza che ci fa crescere.

Come in tutto ciò che si sposta dagli schemi alla realtà, entrano in gioco però le persone che agiscono quotidianamente insieme a noi. Non possiamo tralasciare di considerare ciò che spinge le persone a impegnarsi nel lavoro se vogliamo costruire un business che funzioni.

In questo post proviamo a raccontare qualche cosa emersa nella lettura di Reinventare le organizzazioni. Premesso che è un libro molto di moda e che parla solo marginalmente di quanto adesso riportiamo, vale la pena leggerlo anche solo per non essere d’accordo, come noi, su tutto quel che dice.

Reinventare le organizzazioni

Frederic Laloux, l’autore, parla di stadi della consapevolezza umana e ci racconta delle fasi che l’uomo ha attraversato dai tempi antichi fino ad oggi per organizzare le proprie attività. Nel libro è un percorso cromatico che arriva al futuribile colore Teal (foglia di the). Si punta all’autoorganizzazione che supera i limiti delle attuali organizzazioni, che sono un mix di Ambrato, Arancione e Verde. Di seguito lo schema di Laloux che riepiloga gli aspetti chiave, tralasciando le fasi dell’Infrarosso-reattivo e del Magenta-magico che non appartengono (quasi) mai alle organizzazioni delle attuali aziende.

Quello che ci interessa è la relazione tra le caratteristiche dei diversi modelli e le condizioni organizzative per fare innovazione.

Come dobbiamo costruire la nostra organizzazione per far funzionare il nostro nuovo modello di business? Come facciamo a non perderci per strada colleghi talentuosi? Come possiamo attirare le figure giuste che ci possano aiutare nella nostra strada? Come facciamo a creare il contesto ambientale più adatto all’innovazione o al cambiamento?

I modelli vincenti tra meritocrazia e obiettivi

Laloux se la prende spesso con i modelli attualmente apparentemente più evoluti: l’Arancione e il Verde. In particolare il modello Arancione delle nostre medie e grandi aziende è quello centrato sull’efficienza e il merito.

È un modello nato quando il perseguimento dell’efficacia sostituisce la morale come metro per la presa di decisioni. Prima si doveva fare solo ciò che ci veniva chiesto di fare. Adesso possiamo finalmente “mettere in discussione l’autorità, le norme del gruppo e lo status quo ereditato”. Lo stadio Arancione “ha aperto le porte alla ricerca scientifica, all’innovazione e all’imprenditorialità”.

In questo modello, in cui, come in quello Verde, non neghiamo di trovarci a nostro agio, ci siamo focalizzati su innovazione, responsabilità, meritocrazia. Le organizzazioni Arancioni sono guidate dai processi e dai progetti. Non più il “comando e controllo” delle aziende fordiste (Ambrate), ma “previsione e controllo”. La “gestione per obiettivi” diventa il mantra.

Ma c’è un problema…

Uno dei processi aziendali chiave nel modello Arancione è quello di budgeting. Laloux è convinto che esso fallisca uno dei suoi obiettivi primari: “rendere le persone responsabili e motivate al raggiungimento degli obiettivi”.

Il cambio dalla stratificazione Ambrata alla meritocrazia Arancione ha dato la nascita alle moderne risorse umane e al loro arsenale di processi e pratiche, quali la valutazione della performance, i sistemi incentivanti, la pianificazione delle risorse, la gestione del talento, la formazione sulla leadership e i piani di successione.

Questa razionalizzazione ha creato un orientamento alla perfezione e alla sicurezza. Alla tranquillità data dai numeri. All’idea di avere tutto previsto e controllato e di doversi solo conformare ai piani. Business Plan e Diagrammi di Gantt.

Laloux ci dice invece che va bene che i team abbiano difficoltà. Dalle difficoltà emerge l’apprendimento.

Come organizzarsi per accogliere le novità?

Ecco i punti salienti di questa critica.

Le economie di scala e di abilità permesse dalle funzioni di staff sono spesso controbilanciate da diseconomie di motivazione prodotta. È auspicabile cercare di evitare o limitare le funzioni di staff.

Non serve attivare alcun team dirigenziale e bisogna limitarsi a veramente poche riunioni. in particolare evitare riunioni periodiche prefissate tra le squadre, ma far nascere l’esigenza di incontri sulla base di quanto avviene nel lavoro quotidiano.

È un modo organico di gestire un’organizzazione, in cui la struttura segue le esigenze emergenti e non il contrario.

Le risorse impegnate in azienda “possono contare solo sul potere di persuasione”. Si tratta di una delega inversa. I team di prima linea fanno tutto, tranne ciò che decidono autonomamente di spingere verso l’alto.

Questione di fiducia

È la fiducia e non il controllo che determina la relazione tra le persone coinvolte nei processi aziendali.

I dipendenti sono considerati “persone ragionevoli che faranno la cosa giusta”. Sono così necessari pochi meccanismi di controllo. I collaboratori che “prima lavoravano per lo stipendio, ora si sentono responsabili del loro lavoro ed orgogliosi di un lavoro ben fatto”.

La scelta sulle priorità

Come si fa allora a definire le priorità? Chi decide, in un ambito di autoorganizzazione, cosa dovrebbe avere la precedenza?

Secondo Laloux, è tutto troppo complesso per affidarsi a una pianificazione preventiva. Ci si deve fidare dell’intelligenza autonoma e naturale del sistema. L’alternativa assomiglia all’economia pianificata che ha già mostrato i suoi limiti in ambito macroeconomico e che invece sembra continuare a essere sulla breccia in quello aziendale.

L’autoorganizzazione porta i principi che sostengono economie di mercato libero di successo all’interno delle organizzazioni.

Risorse pigre o automotivate?

Un passaggio del libro è davvero illuminante. Si tratta del riferimento ai lavori di Douglas McGregor.

“La Teoria X e la Teoria Y di Douglas McGregor affermava che i manager possono avere due insiemi di credenze relativamente ai dipendenti: alcuni pensano che i dipendenti siano intrinsecamente pigri e che eviteranno di lavorare appena possibile (Teoria X); altri pensano che i lavoratori possano essere ambiziosi, automotivati, ed esercitare l’autocontrollo (Teoria Y). Qualunque assunto di base abbiate circa la natura umana, sarà convalidato dalla risposta che il vostro comportamento evocherà nelle persone intorno a voi. Quale insieme di assunti di base è quello vero? Si potrebbe dibattere su questo argomento all’infinito. McGregor ebbe un’intuizione essenziale che da allora è stata convalidata di volta in volta: entrambe sono vere. Se guardi alle persone con sospetto (Teoria X) e le sottoponi a ogni genere di controllo, regole e punizioni, cercheranno di ingannare il sistema e tu sentirai che il tuo pensiero è convalidato. Tratta, invece, le persone con pratiche basate sulla fiducia e loro ricambieranno la fiducia con un comportamento responsabile. Di nuovo, sentirai che il tuo pensiero è convalidato. Espresso in termini di psicologia dello sviluppo, se crei una forte struttura e cultura Ambrata/Arancione, le persone finiranno per rispondere in modo Ambrato/Arancione; crea un contesto Teal abbastanza forte e le persone tenderanno a
comportarsi di conseguenza”

L’ambito di lavoro di chi innova

“L’innovazione si muove, per sua natura, in sistemi complessi, autoportanti, autoorganizzati, non lineari e adattivi”. Serve un’impostazione organizzativa adatta a relazionarsi con questo tipo di contesto. Laloux propone il modello Teal, che supera sia la rigidità Arancione che la famiglia Verde.

Alcuni concetti sono di grande ispirazione.

Un nuovo paradigma

In sintesi, il paradigma manageriale oggi più diffuso si basa sull’idea di prevedere e controllare. Il problema conseguente sta nel fatto che questo ci dà l’illusione di controllo e non un controllo vero e proprio. Serve poratre nell’organizzazione un cambio di paradigma, una sorta di guida dinamica, “che non si basa su previsione e controllo, ma su percezione e risposta”.

La metafora è quella dell’agricoltore che guarda avanti di decenni, ma pianifica solo per il giorno dopo.

Bisogna perseguire soluzioni che siano fattibili attraverso iterazioni veloci. Ritroviamo i concetti che abbiamo descritto parlando di Lean Startup. Previsione e controllo ci porta verso la ricerca di risposte perfette.

Se il futuro può essere previsto, allora il nostro compito consiste nel trovare le soluzioni che portano i migliori risultati. Le previsioni sono utili in un mondo complicato, ma perdono ogni rilevanza in un mondo complesso.

Un mondo complesso o complicato?

Per capire la differenza, Laloux fa l’esempio di un aereo come un Boeing 747. Si tratta di un sistema complicato. “Ci sono milioni di pezzi che devono funzionare insieme senza problemi. Ma tutto può essere tracciato; quando si sostituisce un pezzo, si dovrebbe essere in grado di prevederne tutte le conseguenze”. Altra storia invece quella di un piatto di spaghetti. In questo caso il sistema è complesso. “Anche se si hanno solo poche decine di «parti», è praticamente impossibile prevedere cosa accadrà alla fine quando si tira uno spaghetto che sporge dalla ciotola”.

Nei sistemi complicati, possiamo cercare di individuare la soluzione migliore. Nei sistemi complessi, abbiamo bisogno di soluzioni fattibili e iterazioni veloci.

La cosa più difficile da prevedere è il futuro

Fare previsioni ci dà un confortante senso di controllo, ma la realtà è che le organizzazioni e il mondo in cui viviamo sono diventati sistemi complessi. In tali sistemi, diventa privo di senso prevedere il futuro e, quindi, analizzare la nostra strada verso la decisione migliore. Quando lo facciamo, per abitudine, sprechiamo solo energia e tempo per produrre un’illusione di controllo e perfezione.

Gli innovatori non cercano di prendere la miglior decisione possibile. Perseguono invece, nell’esplorazione di un nuovo modello di business, una soluzione fattibile, implementabile con velocità. Nuove informazioni permetteranno di prendere nuove decisioni e di modificare quelle già prese.

Siamo in pieno ambito Lean e Agile. L’adattamento continuo all’evoluzione della nostra conoscenza del contesto. L’autoorganizzazione è, secondo Laloux, la naturale evoluzione organizzativa di chi abbraccia queste filosofie.

In questo modo, di fronte a una soluzione fattibile, cioè una soluzione “che nessuno crede possa peggiorare le cose”, la si adotterà.

Le decisioni non vengono posticipate solo perché qualcuno pensa che avere più dati o più analisi potrebbe portare a una decisione migliore. La decisione può essere rivista in qualsiasi momento se arrivano nuovi dati o se qualcuno si imbatte in un’idea migliore.

Come su una bicicletta

Un’altra metafora di Laloux è quella della bicicletta: “invece di cercare di calcolare l’angolo perfetto, il ciclista sale sulla bici subito, inizia con un angolo che gli sembra corretto e quindi continua a regolarlo per raggiungere la destinazione”.

È molto più veloce la progressione di aziende che non si limitano a poche importanti manovre, ma che sviluppano tante iterazioni veloci. L’energia spesa è inferiore e non perdono tempo. Si tratta di portare in tutti i collaboratori questo approccio che non è per niente diffuso e che anzi troverà molte resistenze per chi è abituato a muoversi con la necessità di un controllo assoluto, per quanto solo apparente, sul futuro.

C’è anche una specie di “affetto per la sua idea” che si sviluppa in chi ha creato un piano molto elaborato e dettagliato.

Quando le decisioni sono piccole e sono riviste spesso, diventa anche molto più facile correggere una decisione che si rivela sbagliata. (Mentre quando abbiamo investito tanto impegno nella definizione delle soluzioni migliori, ci sentiamo quasi legati ad esse e ne restiamo invischiati molto più a lungo del necessario quando le cose non vanno come previsto). Alla fine, paradossalmente, ci sentiamo più sicuri in un mondo in cui rinunciamo all’illusione di aver acquisito il controllo cercando di predire il futuro e impariamo a lavorare con la realtà nel suo divenire.

Conclusioni

Il contesto culturale necessario all’innovazione dei modelli di business in un’azienda nuova o consolidata richiede un approccio organizzativo rinnovato. Molto è già all’interno della cultura del Lean Thinking o del Design Thinking di cui abbiamo spesso parlato. Frederic Laloux cerca di superare, nell’ambito della costruzione di contesti collaborativi adatti a problemi complessi, queste impostazioni portando a pieno compimento il processo di autonomia decisionale (non solo il come, ma anche il cosa) delle persone coinvolte in un’organizzazione.

Molte delle idee, che ricalcano spesso i concetti dell’Holacracy, possono essere forse eccessive per le organizzazioni che costituiscono oggi la nostra più comune esperienza aziendale. Alcuni aspetti entrano però in profonda connessione con quanto abbiamo esplorato nell’ambito del Lean Startup. In questo post abbiamo cercato di porre l’attenzione su alcuni di questi. Senza affrontare tutto quanto analizzato e proposto dall’autore, abbiamo colto alcune intuizioni utili nei contesti di grande innovazione che caratterizzano le aziende co cui collaboriamo.

Infine due citazioni nel libro che chiariscono ancor più questa impostazione e che vanno in risonanza con i contenuti di Laloux.

L’ideologia di leadership e di management che oggi sostiene le grandi organizzazioni umane rappresenta un limite per il successo organizzativo tanto quanto l’ideologia del feudalesimo è stata un limite per il successo economico nei secoli XVI e XVII. (Gary Hamel)

 

L’unica cosa che sappiamo del futuro è che sarà differente. Tentare di predire il futuro è come tentare di guidare di notte lungo una strada di campagna a fari spenti mentre guardiamo attraverso lo specchietto retrovisore. Il miglior modo per predire il futuro è crearlo. (Peter Drucker)

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Ecco i contenuti della giornata sul Design Thinking ad Area Science Park

Siamo pronti per la nuova lezione sul Design Thinking che terremo a Trieste fra pochi giorni. Area Science Park ci ha chiesto ancora una volta di incontrare le startup e le aziende che operano nei suoi spazi per confrontarci sui modelli di innovazione che mettono la persona al centro.

Prima di tutto una precisazione… Esistono anche modelli che non puntano sulle persone. Lo diciamo perché ai più sembra scontato, ma in realtà, non lo è. Frederic Laloux spiega in qualche bella pagina del non sempre bello Reinventare le organizzazioni che il comportamento dei vostri collaboratori non dipende necessariamente dalla loro indole naturale. Non siamo circondati da un mondo di truffatori e furbastri… Le persone si adeguano al modo in cui l’azienda li vuole vedere. Se pensiamo a persone appassionate del loro lavoro che vogliono compiere con il massimo di professionalità e correttezza, otterremo persone che in massima parte rispetteranno questo assunto. Se invece impostiamo sistemi di controllo molto stringenti in cui tutto parte dal presupposto che il collaboratore voglia essere scorretto, dovremo prepararci a verifiche e controlli costanti in cui saremo contenti di trovare e bacchettare la prevista scorrettezza.

Il Design Thinking e altre discipline come l’Action Learning e gran parte del Lean Thinking hanno come postulato che sia positivo puntare sulle persone. Affronteremo i diversi modi in cui questi approcci hanno visto la partecipazione e la centralità dell’essere umano nel processo di innovazione. Confronteremo visioni, metodologie e strumenti nel corso della giornata, magari anche mettendoli in discussione e confrontando i diversi punti di vista. Proveremo anche ad applicare alcuni strumenti in situazioni reali dei partecipanti.

Ecco qua sotto il sommario…

Sarà bello riproporre quanto prima questo percorso in altri contesti aperti a tutti quelli che saranno interessati. Stay tuned!

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23

Jun
2017

In Digital Lean
Futuro
News

By stefanoschiavo

Una piattaforma metodologica per il Digital Lean

On 23, Jun 2017 | In Digital Lean, Futuro, News | By stefanoschiavo

Andrea De Muri ci sorprende sempre. Grazie alla sua inesauribile spinta verso i modelli che meglio rispondono alle esigenze attuali del business, ci ha portato negli ultimi anni a esplorare una possibile sintesi tra due aree di innovazione che a Sharazad piacciono da sempre: il Lean Thinking e la Digital Transformation.

Oggi possiamo dire che la sua ricerca, spesso condivisa in progetti didattici e consulenziali comuni, ha raggiunto una maturità che ci permette di presentarci con fiducia nelle più eterogenee situazioni in cui approcci snelli al business model sposano lo spirito della rivoluzione digitale.

L’esito è un sistema operativo di management che integra tool e metodologie consolidate in una visione sperimentale e iterativa alla crescita del business. Capita oggi sempre più spesso di spostare questo approccio dalla realtà didattica e formativa verso contesti applicativi aziendali anche molto strutturati.

Abbiamo iniziato qualche anno fa con le Fab Sessions, incontri dedicati a sperimentare modalità didattiche originali nel management: abbiamo esplorato le novità del Lean Startup, l’applicabilità nel business del Design Thinking, i modelli di programmazione e di Visual Management tra Kanban e Scrum e così via.

Alcune nuove consapevolezze oggi ci permettono di adattare i modelli alle specifiche realtà che incontriamo nei più diversi settori e scale. I tool specifici e le tecniche di lavoro cambiano e si evolvono, ma ci sembra di aver trovato nell’approccio iterativo e nel metodo sperimentale una chiave di lettura che accomuna il problem solving tramite gli A3 ai Canvas di Ash Maurya, i cinque principi e il PDCA del Lean Thinking al ciclo build-measure-learn di Eric Ries e così via.

Il prossimo passo è quello di applicare su scala sempre più complessa e sfidante questa impostazione in contesti di business diversificati, ma legati alla necessità di innovare il proprio modello di mercato partendo da una maggior considerazione del valore generato e del cliente cui ci si rivolge.

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09

Jun
2017

In Futuro
News

By stefanoschiavo

Sharazad partecipa alla nuova edizione di Botteghe Digitali

On 09, Jun 2017 | In Futuro, News | By stefanoschiavo

Botteghe Digitali, il progetto di Banca Ifis, Marketing Arena e Stefano Micelli che investe su artigiani, PMI e maker attraverso nuove tecnologie digitali e grande apporto di energia creativa, è ripartito alla grande anche nel 2017.

L’anno scorso è stato l’inizio di un percorso che comincia a farsi oggi maturo. Nel 2016 c’era Lino’s & Co che apriva le danze del progetto e poi altre originali iniziative craft-driven. Quest’anno siamo alle prese con ben undici artigiani, ma le fila di partecipanti che entrano in questa rete vedono decine di iniziative.

Se infatti gli undici artigiani 2017 avranno a disposizione investimenti e competenze di supporto per realizzare un grande salto nello sviluppo del loro business, anche gli altri candidati avranno spazi web e materiale digitale di grande qualità che i coach di Botteghe Digitali hanno realizzato appositamente.

E uno dei coach è quest’anno Stefano Schiavo che ha cominciato ad affiancare alcuni degli undici artigiani. Gli altri coach sono Barbara Bonaventura, Gaia Segattini, Laura Bortoloni e Luca De Pietro. Big team cui si legano una serie di straordinari specialist che si attiveranno sui singoli progetti. Prima fra tutti l’instancabile Rossana Omietti. A coordinare il tutto sta la colonna portante del progetto: Eva Vazzoler. E poi c’è il motore dell’iniziativa: Mara Di Giorgio.

I tre artigiani di Stefano sono Angelo Inglese, Tappezzerie Druetta e Cindy Leper, ma i dettagli ve li racconteremo nei prossimi post. Stay tuned!

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11

May
2016

In cool
Futuro
News
Non categorizzato
projects
report

By stefanoschiavo

Le cinque regole per non fare “craftwashing” con il nostro artigianato

On 11, May 2016 | In cool, Futuro, News, Non categorizzato, projects, report | By stefanoschiavo

Qualche anno fa, ce lo ricordiamo, si era in piena moda ecologica, tra “sostenibilità ambientale” e “impronta ecologica”. Mi ricordo che consumavo due pianeti e mezzo con il mio sobrio (davvero) stile di vita… Fioccavano progetti di design sistemico, life cycle assessment e così via. Oggi questo spirito ci sembra si dia un po’ per scontato e appartenga oramai al DNA di chi fa impresa in modo corretto.

In quel contesto molti ci mettevano in guardia rispetto al rischio di “greenwashing”. Operazioni apparentemente nobili che cercavano di sensibilizzare e posizionare l’azienda sulla questione ambientale, ma che poi mostravano di essere solo una patina su processi industriali tutt’altro che equilibrati negli impatti sull’ecosistema.

La questione sembrava lana caprina, ma in realtà scopriva un certo atteggiamento verso il tema del momento. Ne sono passati altri poi e sempre più ne nascono. La Social Enterprise, la Corporate Social Responsibility, Design Thinking e così via. Ognuno di questi con una propria forza straordinaria, capaci di ridare valore e senso alle attività economiche, ma allo stesso tempo ognuno a rischio appunto di essere sfruttato per un puro e superficiale imbellettamento che non tocca nel profondo l’agire quotidiano delle aziende.

Sapete che Sharazad ha seguito e segue un filone che amiamo. Quello che pone nel settore manifatturiero un’attenzione particolare. Ci riferiamo al Futuro Artigiano, al New Craft raccontato da Stefano Micelli quest’anno a La Triennale di Milano. Siamo cresciuti in medie imprese creative capaci di cambiare le regole del gioco incrociando istanze di innovazione con la pratica della trasformazione materiale. Tutto quanto raccontano Richard Sennett e Stefano Micelli ci appartiene. Eppure esiste il concreto rischio di utilizzare queste coordinate per far accadere quanto successo con il green. Avremmo voglia di chiamarlo “craftwashing”.

Non ci lanciamo in lunghe lamentazioni su questo fenomeno. Preferiamo prendere invece un caso opposto, in cui la questione è affrontata nella maniera corretta, per delineare alcune regole, quasi un manifesto che spiega cosa fare per creare vero valore e non solo un racconto superficiale e sterile. Prendiamo un’iniziativa che vuole tradurre i contenuti del Futuro Artigiano in azioni che abbiano impatto nell’economia reale. Pensiamo a “Fare Impresa Futuro” di Banca IFIS e a Botteghe Digitali che ne è la più bella concretizzazione.

Una banca che pensa alle necessità dei piccoli (piccolissimi a volte) artigiani per capire meglio le loro necessità, per studiare il tipo di supporto di cui hanno bisogno, per portarne alcuni a ripensarsi e a iniziare un percorso di crescita. Dietro c’è un’idea di servizio per il mercato che la banca deve ripensare. Quasi un laboratorio aperto di ricerca e sviluppo che studia gli equilibri e i limiti di un target di PMI alla ricerca di un nuovo modello.

craftwashing2

Marketing Arena e Banca IFIS stanno raccontando al meglio i contenuti del progetto e qua potete leggere la cronaca di quanto ogni giorno accade. A noi, partendo da questa straordinaria esperienza, piace riassumere i punti che denotano un progetto con un concreto impatto:

  1. Il punto di partenza non sono gli artigiani e quel che sanno fare. Il punto di partenza sono i clienti degli artigiani. La rilettura della visione e del ruolo di una piccola azienda manifatturiera non si fa partendo dai contenuti storici di queste aziende, ma dal nuovo mercato che essi affrontano. Spesso il problema è infatti il gap che si è creato tra un’azienda che è invecchiata guardando solo a ripetere se stessa e un mercato che ha preso nuove logiche mosse da tante innovazioni non solo digitali.
  2. Smarcarsi da nostalgie e ricordi, uscire dal continuo riferimento ai fasti passati, alle cose che funzionavano e oggi non lo fanno più, dalla narrazione dei pionieri che in qualche modo si pongono su un altare implicitamente accusando le nuove generazioni di inettitudine. Trovare il giusto ruolo per i figli e i nuovi collaboratori. Insegnare e apprendere a qualsiasi età, rimanendo sempre curiosi e attenti a ciò che ci circonda.
  3. Non pensare che il cambiamento avvenga grazie a una bacchetta magica. Una certa retorica proveniente dalle startup digitali della Silicon Valley ha trasformato l’attività imprenditoriale in una sorta di lotteria. Un’exit da raggiungere in poco tempo per brindare alla fortuna che arride gli audaci. Ma sarebbe come stimolare un’economia da “gratta e vinci”. Il lavoro normalmente si ripaga nel medio lungo termine. Il successo si suda e si conquista provando, sbagliando, riprovando e sbagliando di nuovo.
  4. Non affrontare lo sviluppo attraverso complessi ed esaustivi Business Plan. Servono, ma non a trovare il proprio modello di business. Altrimenti fanno l’effetto del piano quinquennale sovietico. L’atteggiamento corretto è quello di ipotizzare e testare. È un approccio scientifico, sperimentale, iterativo, progressivo. Esistono metodi per far questo. E se non si conoscono si chiede ad Andrea De Muri 🙂
  5. Lo sviluppo del prodotto viene dopo. Prima ci sta la verifica del valore che si crea, l’efficacia di ciò che si promette al mercato. Nella fase di esplorazione è più importante verificare che qualcuno apprezzi il nostro prodotto, non perseguire efficienza e crescita. Sennò si sprecano soldi e tempo per fare qualcosa che nessuno poi vuole. Le aziende sono Mister Wolf, risolvono problemi. E devono conoscere chi ha questo problema. Dopo, solo dopo, si fa crescere il business. La comunicazione (e le app, i siti, l’ecommerce, …) , i canali per veicolare i propri messaggi, sono uno spreco di risorse (soldi) se non seguono il carattere sperimentale che caratterizza l’innovazione (anche artigiana).

La cosa bella è che tutto questo si può fare con metodo. Senza limitarsi alla superficie, ma entrando nella concreta azione quotidiana degli artigiani e delle PMI italiane. Creando link e relazioni virtuose con soggetti istituzionali (banche, professionisti, pubblico) e con partner utili (agenzie, freelance, …), superando un temibile salto generazionale che non tutti sono capaci di affrontare nel modo giusto.

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Dietro l’angolo c’è quell’effetto “craftwashing” di cui si parlava prima, ma pensiamo che sia a disposizione l’antidoto, come dimostra questo progetto cui Sharazad si è davvero appassionata.

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29

Mar
2016

In events
Futuro

By stefanoschiavo

Lino’s & Co alla Triennale di Milano per New Craft

On 29, Mar 2016 | In events, Futuro | By stefanoschiavo

Si avvicina l’apertura di New Craft, il progetto ideato e curato da Stefano Micelli e presentato alla Fabbrica del Vapore per la XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano: è una mostra che rende visibile l’incontro tra innovazione tecnologica e manifattura d’eccellenza. Esplora diversi aspetti dell’artigianato e della produzione mettendoli a confronto con l’evoluzione del digital manufacturing e di quella che si suol definire Terza Rivoluzione industriale.

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Ne abbiamo già parlato tanto e quindi non ci dilunghiamo nel raccontare dei contenuti che la mostra saprà esporre al meglio. La cosa che ci piace però dire qui è che a progettare lo spazio tipografia e letterpress di New Craft, Stefano Micelli ha chiamato Lino’s & Co, il nostro progetto di rilancio del mondo tipografico.

Nicola si è subito messo al lavoro e ha recuperato materiali, idee e collaborazioni che renderanno questa occasione un modo per studiare lo stato della stampa oggi. Pensiamo infatti che una mostra su questi argomenti non possa che essere un momento di analisi dello stato dell’arte, aperto a chi voglia partecipare portando spunti e nuove idee. Lo spirito di Lino’s & Co è aperto di natura e anche in questa occasione vorremmo essere una piattaforma che ospita tutti coloro che vogliono contribuire al racconto di un momento di grande innovazione. Presto nuove info sul sito di Lino’s & Co! Vi aspettiamo 🙂

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30

Oct
2015

In Futuro
News

By stefanoschiavo

Quella strana tipicità tutta italiana…

On 30, Oct 2015 | In Futuro, News | By stefanoschiavo

Poi ci si chiede cosa sarà questa tipicità manifatturiera italiana… Lavorano l’acciaio, sono in quindici, con il loro capannone in una classica area di pianificazione urbanistica, cioè in mezzo a un bosco vicino a una bella zona residenziale.

E lavorano bene. Grandi clienti che li chiamano per prodotti personalizzati, quelli difficili, dove competenza e innovatività vanno in simbiosi. Quando serve, e recentemente capita spesso, cercano qualche altro ragazzo da far lavorare, ma lì attorno studiano tutti social media marketing e non è facile… 🙂

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Le cose vanno bene, ma non sono soddisfatti. Seguire le specifiche delle grandi aziende funziona, ma quando sai lavorare bene, meglio degli altri, ti vien voglia di creare, inventare… Ecco allora che cominciano a sfornare macchine professionali per farsi la birra in casa, estrattori per erbe officinali per agriturismi e così via. Perché vendere a chi utilizzerà le tue macchine ti permette di scriverle le specifiche, di parlare coi tuoi clienti, di metterci fantasia e creatività.

Chiamano anche il Fab Lab appena aperto lì vicino per esplorare qualche nuova tecnologia. Dopo aver visto la Maker Faire ci si rende conto che i Maker stanno anche nelle piccole aziende manifatturiere che di Fab Lab ne dovrebbero aprire uno ciascuna. A volte solo cambiando il nome al reparto prototipi, perché poi tutto il resto c’è già!

Che poi torna bene anche ai tuoi clienti grandi, quelli delle specifiche, che cercano te perché non sei un mero esecutore, ci metti del tuo e aiuti il tuo cliente a far bene le cose.

Ecco c’è questa cosa nei nostri artigiani, nelle nostre piccole aziende, questa cosa che non sapremmo definire, ma che ha a che fare con il design, l’arte e schemi mentali strani che ti vengono solo quando passi tutto il giorno in officina… Sono le cose evidenziate da Italiani di Frontiera e Futuro Artigiano. Perché l’innovazione nasce dal fare, lo sappiamo, ma è bello riscoprirlo ogni giorno nelle imprese che incontriamo.

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16

Oct
2015

In events
Futuro
News

By stefanoschiavo

La Maker Faire e l’incontro di due idee sbagliate

On 16, Oct 2015 | In events, Futuro, News | By stefanoschiavo

Ci sono due punti di vista che si incontrano alla Maker Faire Rome. E sono entrambi sbagliati.

Uno appartiene ai giovani e promettenti Makers, l’altro alle imprese che li stanno scoprendo, un po’ divertite, spesso sobriamente scettiche. Tutte e due le visioni si riferiscono allo stesso oggetto (dei desideri): la tecnologia.

Si riscontra spesso nel mondo di chi sta esplorando le potenzialità innovative del digital manufacturing, delle iconiche stampanti 3D, un’idea di tecnologia come fine e non come mezzo. L’innovazione per l’innovazione sembra attivare un ecosistema autoreferenziale in cui la presenza della stampante risulta più importante dell’oggetto stampato. Un vecchio imprenditore potrebbe chiedere dove sia il vantaggio economico di questa soluzione, qualcun altro potrebbe addirittura chiedere chi sia il cliente, che problema urgente gli risolviamo, per cosa sarà disposto a pagare. E se la risposta è nell’utilizzo di una stampante 3D, nella sua stessa presenza come simbolo di innovazione e imbellettamento di chi la ospita, la risposta è sbagliata. Se non si fa emergere un mercato dietro l’output della stampa, un mercato fondato su un miglioramento dell’efficienza produttiva o su un prodotto che si differenzia in meglio, l’effetto wow del “giovane maker” svanirà come quello degli osannati startupper digitali, già entrati in un tritacarne mediatico il cui valore sta nel media e non nel messaggio. La stagione del digitale sembra al tramonto, quella dei Maker non dovrebbe ripercorrere gli stessi errori.

Ma c’è l’altro errore, speculare e ancor più pericoloso. Quello delle aziende consolidate. Che potrebbero pensare che la tecnologia sia un mezzo. Solo un mezzo. Un asset produttivo, una feature di prodotto. Come il cervello dei dipendenti.
L’errore è insidioso perché si radica in una cultura imprenditoriale fondata sull’impiego dei fattori produttivi in un piano industriale sequenziale e lineare. Ma questa percezione non considera ciò che negli ultimi anni è stata la tecnologia, essenzialmente quella legata alla comunicazione digitale.

Le piattaforme collaborative, i blog e i social network, il mobile e le app non sono stati solo prodotti o mezzi di produzione. Sono stati piuttosto la base di un cambiamento culturale che ha fatto della disintermediazione il fattore di ripensamento di interi settori economici, dai media ai trasporti, dal turismo alla politica. Un fattore abilitante di un nuovo modo di fare innovazione, in cui lo scambio e la condivisione hanno affiancato la conoscenza verticale e la difesa del know-how. Non per niente gli spazi di coworking (fantastici quelli di Talent Garden), i campus digitali (come i nostri amici di H-Farm), gli hackathon e gli startup weekend sono diventati icone di una nuova economia dove la relazione e il know-who hanno avuto un ruolo fondamentale.

L’errore di leggere con sufficienza e superficialità la rivoluzione dei Makers come una semplice innovazione di processo rischia di produrre un’incomprensione profonda di un fenomeno che potrà cambiare gli assetti economici nel manifatturiero. Le fabbriche e i processi di ricerca e sviluppo saranno profondamente modificati dallo spirito Makers, ma prima bisognerà che la prospettiva da cui l’azienda guarda il fenomeno muti. Thomas Kuhn raccontava come avvenivano le rivoluzioni scientifiche e spiegava come l’innovazione fosse sotto gli occhi di tutti ben prima che la comunità la accettasse. Eratostene d’altronde misurò il raggio della Terra molti secoli prima che non la si considerasse più piatta.

Le nuove tecnologie devono entrare nel design e nell’industrializzazione dei prodotti, devono modificare l’After Sales e il rapporto con il cliente (privato o industriale che sia), devono ripensare la relazione e il modello di business e non solo il processo di produzione. E serve che il cambiamento sia progressivamente adottato e non relegato a spazi d’eccezione come i volenterosi Fab Lab.

Pensiamo che due prospettive potenzialmente sbagliate si stiano ora confrontando e compito nostro sia farle avvicinare mettendo del sano business nel mondo Makers (come facciamo con Lino’s Type) e mettendo occhiali nuovi ad aziende, banche, istituzioni che devono leggere diversamente ciò che sta avvenendo. Per ora pochi virtuosi si stanno muovendo (Banca Ifis tra i primi), ma presto dovranno entrare nel merito e non solo esplorare la superficie mediatica anche molti altri. È l’unico modo per attivare una nuova stagione per il manifatturiero e l’intera economia italiana.

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