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events Archives - Sharazad

18

Giu
2018

In Design Thinking
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Management
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Organizzazione

By stefanoschiavo

Contro gli algoritmi nell’organizzazione. Cos’hanno da insegnare gli architetti al management?

On 18, Giu 2018 | In Design Thinking, events, Management, News, Organizzazione | By stefanoschiavo

Chi si occupa di management dovrebbe imparare qualcosa dagli architetti. Non parlo di design e creatività. Su quel piano c’è un percorso avviato che passa attraverso l’approccio del Design Thinking nel management delle aziende. Lean Startup e Agile management sono infarcite di cultura e strumenti design-driven. Mi riferisco piuttosto a quello che è avvenuto nel mondo degli urbanisti e che è ben descritto da Richard Sennett nel suo Costruire e abitare: Etica per la città.

Costruire e abitare

Si tratta di un interessante percorso che ha spostato progressivamente il focus dalla città alla comunità (dalla ville alla cité), dalle costruzioni alle relazioni, dai materiali alle esperienze. Un’appassionante dialettica tra chi pospone la funzione dell’edificio alla sua forma e chi invece apre la strada a una costruzione che si plasma sull’azione di chi vive gli spazi.

In […] Architecture without Architects. […] Rudofsky offre un’esauriente documentazione del modo in cui i materiali, le forme e la collocazione dell’ambiente edificato abbiano origine nelle pratiche della vita quotidiana. Lontano dalla sua piazza principale, Siena incarna perfettamente il punto di vista di Rudofsky.

Nel corso dei secoli e in modo imprevedibile si sono accumulate finestre, porte e decorazioni su edifici sostanzialmente simili e tale progressiva collezione continua tutt’oggi. Una passeggiata su per un vicolo senese – le vetrine di cristallo di un negozio che fronteggiano eleganti porte lignee medievali o l’insegna di un McDonald’s o l’ingresso di un convento – vi comunica la sensazione che in quel luogo si sta svolgendo un processo che lo permea di un carattere particolare e complesso.

Inoltre, queste variazioni sono state rese possibili grazie alla gente che vi abita, che, con il tempo, ha creato e adattato i vari edifici; le lucide vetrine del McDonald’s devono adattare la loro insegna a quella di una associazione locale confinante e il tutto appare armonioso.

In questo senso la tecnologia e la forma non determinano direttamente la funzione dell’edificio che invece si plasma sulla vita di persone che condividono condizioni di confine instabile. L’architettura si nasconde, come ben descritto da Rafael Moneo in questo testo che si incontra alla Biennale di Architettura di Venezia.

Freespace

La percezione di un free space appare nel momento in cui la condizione dell’edificio come artefatto si perde e lo spazio è sentito come un’espressione sensoriale di libertà, permettendoci di scordare il mondo costruito e la disciplina stessa dell’architettura. Paradossalmente, la miglior architettura è quella che ci consente di dimenticare il nostro ambiente costruito.

L’architettura non è più lo spettacolo, ma è soffusa nel free space. Perciò, il free space non dovrebbe essere confuso con l’idea di creare spazi intesi a manifestare la libertà creativa dell’architetto, dove la sua fantasia possa muoversi senza barriere. La libertà per un architetto spesso risulta nell’assenza di libertà per gli utenti, imprigionati nella sua architettura.

Il free space compare quando l’architettura si fa da parte, non nella sua presenza fisica. Ci sono momenti in cui siamo capaci di apprezzare un senso di pienezza e libertà personale, senza le restrizioni dell’architettura.

È un’esperienza purissima in cui l’edificio costruito diventa una seconda natura che ci attiva senza imporsi su di noi. Non dobbiamo confondere il concetto di free space con l’apertura degli spazi pubblici, dove le nostre vite si svolgono in relazione agli altri. Gli spazi pubblici implicano di accettare i vincoli della vita insieme. Ma gli spazi pubblici non permettono di generare il senso di libertà che caratterizza gli spazi liberi.

La lezione per il manager

Il management è affascinato sempre più da algoritmi che magicamente dovrebbero governare processi complessi. Le persone coinvolte in essi dovrebbero abbandonarsi a modelli universali capaci di regolare le relazioni umane. È un sogno coltivato da tanti architetti. Nasce da un nobile impulso a regolare e dare accesso ai risultati del progresso scientifico. Ma a volte è un sogno che genera mostri.

Nel management, allo stesso modo. sogniamo approcci “agili” costruiti su piattaforme digitali che guideranno la gestione di progetti sempre più veloci e di successo. Questa idea di “una forma che determina la funzione” rischia di andare a sbattere contro le stesse difficoltà incontrate dagli architetti.

Quale stile di management?

Aiutare a costruire ambienti di collaborazione e scomparire. Questo dovrebbe fare un buon manager. Il rischio è quello di confondere soluzioni prescrittive in cui le persone devono solo essere conformi a quanto la tecnologia induce a fare, con soluzioni collaborative, in cui la tecnologia interviene solo quando la necessità di essa si renda esplicita.

La costruzione di processi organizzativi virtuosi passa attraverso l’amplificazioni delle capacità dialogiche degli esseri umani e non attraverso la rimozione di questi elementi. Le piattaforme collaborative digitali in questo rischiano di essere travisate e di non contribuire alla crescita di un’organizzazione capace di affrontare contesti incerti. Per capire questo rischio, faccio ancora riferimento a Sennett.

[…] “la” smart city ha assunto due volti. In uno, la tecnologia avanzata prescrive il modo il cui la gente deve utilizzare gli spazi in cui abita; la ville detta le regole della cité. Nell’altro l’alta tecnologia coordina le attività più caotiche della cité, ma non le cancella.

La smart city prescrittiva crea un danno mentale; abbassa il livello dei suoi cittadini. La smart city cooperativa stimola intellettualmente i cittadini coinvolgendoli in problemi complessi e mettendoli a confronto con le differenze. Il contrasto coincide con la nostra impalcatura concettuale complessiva: la smart city prescrittiva è chiusa; la smart city cooperativa è aperta.

Conclusioni

I sistemi complessi, l’ambiguità di fondo delle attuali condizioni di business, la richiesta di reattività e resilienza sono le basi su cui costruire modelli di organizzazione innovativi.

La progettazione di strumenti digitali di coordinamento nascerà in relazione alla nostra idea di impegno e responsabilizzazione delle persone. Se vogliamo costruire un’azienda in cui la cultura delle risorse sta al centro della costruzione dei processi, dovremo percorrere una strada fatta di errori, ambiguità, tempi lunghi e cambiamenti repentini.

È una strada difficile e che richiede una prospettiva di medio periodo. Quella persa negli ultimi a causa di una retorica da Twitter in cui si confonde l’esigenza di velocità nell’esplorazione del nuovo business con la necessaria lentezza di un’organizzazione collaborativa.

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11

Giu
2018

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Futuro
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Non categorizzato
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By stefanoschiavo

I lati oscuri della tecnologia. La lezione di Robert Allen

On 11, Giu 2018 | In events, Futuro, News, Non categorizzato, report | By stefanoschiavo

Il Festival dell’Economia di Trento è un appuntamento sempre molto ricco di spunti e di relatori di spessore. Robert Allen è uno di questi. Un economista che riesce a fornire idee e intuizioni interessanti anche per chi non si occupa strettamente di economia e tecnologia, ma che ne vive gli aspetti connessi, dal management all’innovazione, dalla strategia all’organizzazione delle risorse.

Vale la pena allora riassumere cosa ha detto Allen nel suo intervento a Trento. Il titolo La rivoluzione industriale tra progresso e povertà ci anticipa già che il tema sarà di grande attualità. Mette insieme le dinamiche geopolitiche con lo sviluppo della tecnologia. Il quadro che ne esce non è del tutto rassicurante, ma di certo molto affascinante.

Innanzitutto si tratta di uno storico dell’economia e la sua lettura comparata di quanto avvenuto in diversi contesti storici e sociali è un’operazione immane. Riuscire a mettere insieme i costi del lavoro, del capitale, della vita e dell’energia di nazioni diverse in momenti storici diversi è una sfida che già di per sé vale la pena di essere raccontata.

Allen ha confrontato le fantomatiche “pere e mele” calcolando i diversi fattori di costo in grammi equivalenti d’argento!

Le eterne domande sull’innovazione tecnologica

Il punto di partenza del racconto di Robert Allen è la prima rivoluzione industriale. Siamo in Gran Bretagna nel 1700 e una serie di innovazioni incrementali sono determinate dal “desiderio di guadagno” e da un vantaggioso rapporto tra costo del lavoro e costo dell’energia.

Il punto d’arrivo è l’economia odierna tra nuove tecnologie, un mercato del lavoro in evoluzione.

Prima però serve un po’ di storia. Nel pieno della citata Prima Rivoluzione Industriale, giravano le stesse domande di oggi. Andiamo incontro a una disoccupazione di massa? Quale sarà l’effetto sui salari?

Il modello classico, ovvero l’Ottimismo

La risposta di buona parte degli economisti era “Andrà tutto bene, possiamo essere ottimisti!”. È la stessa risposta del modello del 1956 di Solow sulla crescita. Il modello neoclassico che guarda con fiducia al progresso dell’economia di mercato. Allen ci dice però che l’ottimismo a lungo termine deve fare i conti con le tante persone che soffrono nel breve periodo.

Anche il concetto di breve termine è da valutare. Cosa significa? Due anni? Tre anni? In realtà ogni persona è un unicum. Un posto di lavoro perso da qualcuno potrebbe, in un modello “ottimista”, vedere il recupero dello stesso posto con altre mansioni nella generazione successiva. Non molto consolante per chi si è trovato al di fuori del mercato del lavoro oggi.

Allen in questo senso è decisamente schietto: “Io sono pessimista”.

Durante la storia tanti sono rimasti indietro e la crescita in prospettiva storica non restituisce niente alla vita di queste persone.

C’è anche un fattore di scala della lettura. Analizziamo queste dinamiche considerando un punto di vista globale? Occidentale? Europeo? In realtà siamo legati anche più di quanto possiamo percepire. Ciò attraverso il commercio, la politica, le migrazioni, … Siamo costretti alla lettura di un contesto globale anche per un aspetto etico. Questo ci spinge a considerare il contesto globale in relazione al progresso tecnologico.

500 anni di divergenza nel reddito

Si possono considerare due macroperiodi nella storia economica prima di quello attuale. Nel 1500 le disuguaglianze nel reddito non superavano il 50%. Nel 1820 questo gap era aumentato di quattro volte. Oggi siamo a venti volte. Sono stati cinquecento anni di divergenza.

In parte ciò è stato dovuto alla rivoluzione industriale. Nel 1820 i Paesi ricchi hanno accelerato, mentre gli altri hanno rallentato. Recentemente si vede un fenomeno di convergenza in paesi poveri in particolare nell’East Asia.

Da cosa nascono queste dinamiche?

Il cambiamento tecnologico, per Allen, è fondamentale, ma serve capire la sua evoluzione per comprenderne le caratteristiche.

Le tre fasi dell’economia mondiale

Ci sono tre fasi in cui si può ripartire l’evoluzione economica legata alle rivoluzioni industriali. La prima è quella della rivoluzione industriale inglese tra il 1750 e il 1830. Poi vediamo una fase di ascesa dell’economia occidentale tra il 1830 e il 1970 con l’estensione all’Europa occidentale, all’America e al Giappone. Dopo il 1970 ci troviamo di fronte al cosiddetto “presente problematico” dove i destini sono sempre più incrociati.

1. La Rivoluzione Industriale inglese: 1750-1830

La fase che vede la Gran Bretagna trainante nell’evoluzione economica e industriale ci pone di fronte all’interrogativo sul “Perché proprio lì?”.

I fattori sono numerosi, ma ci concentriamo sugli incentivi di natura economica. La Gran Bretagna era caratterizzata da stipendi e salari alti e da un prezzo dell’energia relativamente basso. La conseguenza era la convenienza nell’investimento in tecnologia, In altre parole era redditizio utilizzare e inventare nuova tecnologia.

Robert Allen ha letto l’andamento di stipendi e potere d’acquisto nella storia moderna. L’utilizzo di una metrica standardizzata e di spreadsheet gli ha permesso un confronto nel tempo. Anche l’importante concetto qualità della vita si è basato su una valuta standard. Ciò ha permesso di comprendere quale fosse, nei diversi periodi storici e nei tanti ambiti geografici, la “rendita di sussistenza”. Questo valore della “qualità della vita” è stato posizionato a 1 come metro di riferimento per il salario minimo necessario a vivere.

Nella maggior parte dell’Europa lo standard di vita era equiparabile. Era il trend nato dopo la terribile Peste Nera del 1348 che aveva ridotto la popolazione europea con conseguenze economicamente rilevanti per i sopravvissuti e in particolare con un vantaggio per i lavoratori in grado di fornire servizi di difficile reperimento rispetto ai possidenti.

Poi, progressivamente, da questa condizione si è passati a un appiattimento o decrescita degli stipendi (fino al livello di sussistenza 1) in varie parti del mondo.

Strane asimmetrie

Le analisi fanno però notare che esistevano delle asimmetrie. In alcune zone geografiche si sono determinati, per certe professioni, stipendi elevati e un fattore decisivo è stata la politica coloniale. Questa dinamica precede la rivoluzione industriale e in qualche modo la determina.

Allen considera la relazione tra questa dinamica del costo del lavoro e quella del capitale e dei possibili investimenti.

La considerazione ovvia è che se gli stipendi si presentano molto alti, diventa incentivante investire su macchinari e tecnologia.

L’altro fattore fondamentale a questo punto è, come possiamo immaginare, quello dell’energia. Basso costo dell’energia e salari elevati garantiscono il fiorire di scambi commerciali con l’estero. L’acquisizione di colonie oltremare garantisce mercati di sbocco e i volumi generati in questo modo portano allo sviluppo delle fabbriche.

In Gran Bretagna questo processo è molto marcato. Già nel 1800 solo un terzo della forza lavoro è impiegata in agricoltura!

Quello che si vede per l’Italia in quel periodo è il tipico quadro preindustriale. La Gran Bretagna ha invece salari che crescono con la popolazione. Siamo nella condizione dello sviluppo industriale.

Quello che avviene in questo periodo in Gran Bretagna è il primo step di globalizzazione dopo Colombo e Vasco de Gama. Già al tempo l’Asia costituiva un hub produttivo (pensiamo alla porcellana). Per competere con gli asiatici in Europa serve ridurre il costo del lavoro e questo spinge verso l’utilizzo di macchine e tecnologia. Vediamo in nuce le stesse dinamiche cui assistiamo, in condizioni diverse, oggi.

Un esempio concreto aiuta a capire il ragionamento. In passato per tessere si usavano fuso e arcolaio da cui partiva il filo che era intrecciato nel fuso. Tutto avveniva in casa.

Poi ci troviamo di fronte a una serie progressiva di invenzioni. Dalla Giannetta, che presenta ancora una ruota, ma questa volta con un pettine per allineare i fili, a sempre nuove tecnologie che hanno sostenuto la crescita economica.

Chi ha vinto e chi ha perso

Fino al 1830 la produttività aumenta, ma non così fanno i salari (essenzialmente si arricchiscono i datori di lavoro). Dopo il 1830 aumentano i salari reali, ma si evidenziano differenze tra diversi tipi di lavoratori.

Nel 1780 il filatoio meccanico fa crescere la domanda di tessuti in cotone e quindi la richiesta di tessitori. La scarsità di questi lavoratori determina un aumento dei loro salari. Questo inevitabilmente spinge verso l’innovazione del telaio meccanico che farà poi crollare il salario  dei tessitori.

Nel periodo 1830-40 hanno la meglio i muratori, mentre soffrono i tessitori e gli agricoltori non vedono sostanziali differenze. Una delle conseguenze di questo processo è la nascita di movimenti che attaccano violentemente le macchine.

Non solo i luddisti inglesi, visto che anche in Francia venivano spesso distrutte le macchine. Qualcuno si spinge a dire che questa sia proprio la causa principale della lentezza dello sviluppo industriale francese.

2. L’ascesa dell’Occidente: 1830-1970

In questa seconda fase l’industria sostituisce l’artigianato. Questo modello era caratterizzato da una dimensione domestica nei casolari dove aziende familiari avevano funzionato benissimo in passato. I macchinari, nati nelle modalità viste nella fase precedente, distruggono la situazione presente.

In altre parole “la ricchezza ha consentito invenzioni che hanno distrutto la ricchezza precedente“.

Lo steso fenomeno è riscontrabile anche negli Stati Uniti dove si vede chiaramene il rapporto tra aumento degli stipendi e produttività (PIL/dipendenti).

Lo sviluppo dell’Occidente è così riconducibile allo sviluppo di nuova tecnologia in grado di garantire economie nel costo del lavoro.

Il grafico mette in relazione produzione/dipendenti con capitale/dipendenti. C’è un parallelismo tra i due andamenti, mostrando come tutta l’innovazione si concentri sull’area in alto a destra.

La Trappola della povertà

I pallini in alto a destra concentrano tutti i cambiamenti perché i Paesi ricchi creano nuova tecnologia. Si conferma quanto già avvenuto nella Prima Rivoluzione industriale in Gran Bretagna. In questa lettura il cambiamento tecnologico avviene nei Paesi ricchi e determina nuovi cicli di innovazione.

La Germania si caratterizza per l’utilizzo di maggior capitale per persona e non per alti salari. È un modello favorito dalle caratteristiche peculiari del settore bancario.

Oggi cominciano a essere evidenti le opportunità per lo sviluppo di economie più povere che inseguono la stessa direzione di crescita.

Ma la maggior parte dei Paesi poveri non evolve. Continuano a usare tecnologie obsolete. Basta pensare al settore tessile in Paesi come il Marocco.

A Marrakesh sono ancora diffusi i tornitori per il legno (anche con l’utilizzo dei piedi!). Sono immagini che ricordano alcune rappresentazioni del lavoro in Europa nel Medioevo.

Nel XVIII secolo si potevano incontrare ricchi che tornivano per hobby.

Il tornio moderno si è sviluppato in Occidente. Perché non in Marocco? Qualcuno lo chiama “Black & Decker alla berbera”. La spiegazione è a questo punto semplice. Il costo del lavoro basso non rende lo sviluppo di nuova tecnologia conveniente.

È la Trappola della povertà.

Perché in Occidente la dinamica è diversa? È un feedback che si autoalimenta.

Il miglioramento dell’istruzione in Occidente ha determinato la possibilità di giungere a invenzioni adatte a competenze maggiori che creano un nuovo contesto di salari in cui è conveniente spingere ancora maggior innovazione.

L’Università e la Ricerca permettono di traghettare il lavoro verso “high tech job” che sono un impulso verso una maggior Ricerca. La globalizzazione sempre più diffusa ha intensificato questa dinamica e ha avuto un effetto di deindustrializzazione della periferia.

L’appiattimento delle differenze nel prezzo del grano è determinato dalla globalizzazione che è partita nel XIX secolo. Già nella prima fase, il fenomeno della deindustrializzazione delle periferie ha determinato che i Paesi poveri hanno importato i prodotti dalla Gran Bretagna!

Questo processo ha creato i Paesi sottosviluppati senza industria e con il solo settore agricolo.

3. Il presente problematico: 1970-oggi

Se analizziamo i dati vediamo che lo stipendio non è molto aumentato in USA rispetto alla produttività (PIL per lavoratore).

Si evince una crescente disuguagljanza che cresce con la Rivoluzione industriale, poi cala fino al 1970 e poi cresce ancora fino a oggi.

È la stessa dinamica del Lancashire nella prima Rivoluzione industriale.

È interessante vedere le differenze tra operai non specializzati e manager e supervisori.

Non significativa fino al 1970 e fortemente divergente successivamente.

Allen sottolinea la correlazione di questa dinamica con l’emergere dell’elettorato trumpiano.

Container contro robot?

Quanto di tutto questo è legato alla globalizzazione? Oggi siamo di fronte a una sorta di sfida  tra container cinesi e robot occidentali. Quando il prezzo della manodopera aumenta in un Paese produttore, il Paese declina, a meno che non sviluppi invenzioni tecnologiche per competere.

L’Asia sta attualmente deindustrializzando l’Occidente. Il risultato è che l’Occidente deve rinunciare alla manifattura? E ai manager e agli ingegneri cosa succederà? Potranno competere con gli indiani?

Cosa fa avanzare la tecnologia? Che ruolo hanno gli incentivi alla Ricerca e alla Scienza?

Dobbiamo riqualificare chi ha perso il lavoro? I dati mostrano che non funziona molto. E i sindacati cosa possono fare?

E poi tutto il tema del populismo? Che prospettive avranno i dazi e lo stop alle immigrazioni? E il reddito cittadinanza? Oppure dovremo ricorrere a una Patrimoniale alla Piketty?

Sono le domande del presente problematico. Non è detto che andrà come in passato, ma conoscere le regole del gioco che abbiamo vissuto finora può aiutare a non dare per scontato che tutto andrà bene comunque.

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SAS Italia, una leadership che fa i conti con nuovi business model. Storia del bootcamp con Marketing Arena

On 13, Nov 2017 | In Design Thinking, Digital Lean, events, Futuro, Innovazione, News, Visual Management | By stefanoschiavo

Un bootcamp in Talent Garden. Bella occasione qualche giorno fa per ragionare su temi di grande interesse. Intelligenza artificiale, machine learning e dintorni. L’invito è arrivato da Marketing Arena, agenzia sempre attenta alle dinamiche dell’innovazione digitale.

L’evento cui sono stato invitato è stato un bootcamp in cui, con grande coraggio, SAS Italia si è messa in discussione. Si trattava di ragionare sull’identità dell’azienda, sul suo ruolo nel mercato, sugli sviluppi di temi da essa governati tradizionalmente, ma oggi sotto i riflettori grazie ad aziende come Amazon, Google, Tesla e così via.

Ah, cos’è un bootcamp? Il termine viene da quello che indica i campi di addestramento militari, ma nel nostro caso siamo in un contesto meno cruento… Si tratta infatti di un evento con un programma molto intenso e una struttura che consente di portare velocemente a terra una serie di idee proposte. Ha un valore formativo e informativo e spesso le aziende lo impostano invitando soggetti esterni per aprire gli orizzonti di discussione e cogliere diversi punti di vista.

Il dovere della leadership

Luca De BiaseParto nel mio racconto dalla fine. Spesso è una buona mossa. Mi riferisco all’intervento di Luca De Biase, capace in poche battute di evidenziare alcuni aspetti notevoli di quanto avvenuto nel corso della giornata.

Esiste, per chi opera da tempo e con successo in mercati in grande evoluzione, un rischio temibile. E cioè quello di guardare con sufficienza i nuovi venuti. Dall’alto della storia passata e dell’evidente competenza maturata, il leader tende a sottovalutare e in qualche modo “snobbare” fenomeni apparentemente minori.

L’intelligenza artificiale e il machine learning sono cosa vecchia per chi opera nel settore e la recente attenzione dei media, le innovazione che raggiungono i consumatori, come Alexa e Siri, sembrano solo divertissement rispetto alla mole di potenzialità dietro la tecnologia.

Ma Luca De Biase ha suggerito un atteggiamento diverso. Per quanto consapevoli di  essere in possesso di tutto il know-how necessario e di tutte le risorse utili a governare AI e dintorni, serve che l’azienda si prenda carico del dovere di essere leader.

Il bootcamp è stato un primo passaggio che segnava un atteggiamento di apertura utile a un confronto, non semplice davvero, con visioni esterne. Ho visto un’azienda disposta a dialogare e a lasciarsi fare i raggi X da soggetti lontani dal business e proprio per questo forse più fecondi di intuizioni utili.

L’intuizione di Marketing Arena

Sono partito dal bel finale, ma devo dire che il risultato è frutto di un percorso magistralmente organizzato da Marketing Arena.

Giorgio Soffiato presenta il bootcampGiorgio Soffiato ci ha portati all’interno degli spazi di Talent Garden, mostrando ancora una volta come l’innovazione sia figlia anche di contesti fisici diversi da quelli usuali. I partecipanti provenivano da diverse aree professionali. Giornalisti, studenti, clienti di SAS e consulenti come me. Tutti mischiati in due squadre che dovevano rispondere ad alcune questioni rilevanti sulla percezione esterna di SAS e sulle prospettive future più interessanti.

L’importanza della cultura visuale

In ogni squadra un visual designer trasformava le parole in immagini. Anche questo aspetto mi è sembrato risuonare positivamente. Ne vedevo le connessioni con tanta cultura visuale che mi proviene dal Lean Thinking (col suo Learning to see) e dal Design Thinking.

Aggiungo poi che il nostro supporto era rappresentato dalla fantastica Laura Bortoloni, partner in altre iniziative come Botteghe Digitali e tra le migliori designer in circolazione.

Il visual scribing di Laura Bortoloni

Cos’è successo nel bootcamp?

I confronti sono stati vivaci e veri. Non scontato in situazioni del genere dove il rischio è quello di costruire esperienze poco sentite in cui la forma prevale sul contenuto. E invece si è creato un confronto acceso.

Un bootcamp dagli stili complementari

Interessante in tutto questo anche la dinamica del bootcamp. I due team erano eterogenei al loro interno, ma anche profondamente diversi l’uno dall’altro. Ciò ha determinato due approcci alla sfida radicalmente alternativi.

Da una parte un percorso sperimentale aperto a leggere nuovi sviluppi di mercato, dall’altro la definizione di un ruolo diverso nei confronti dei propri clienti.

Il primo team ha infatti cercato di esplorare la relazione tra SAS e i nuovi soggetti che si stanno profilando, a livello di professioni individuali e di aziende correlate, sul mercato. Il tutto si è tradotto in una presentazione dal carattere teatrale con i diversi personaggi a mostrare limiti e possibilità che caratterizzano il futuro dell’azienda.

Il secondo team si è concentrato più sullo sviluppo del ruolo di SAS nei confronti dei suoi clienti tradizionali. La metafora di un compagno di strada e non di un semplice fornitore è stata la più gettonata. Chi oggi detiene la conoscenza su un tema innovativo non può limitarsi a un rapporto di pura fornitura. Deve salire nella barca con il cliente prendendosi i propri rischi e mettendosi in gioco. In altre parole tanti parlano di Intelligenza Artificiale, ma pochi riescono ad accompagnarti nel percorso di sviluppo. E SAS è tra questi.

Questo porta a un percorso che richiama quanto suggerito da Luca De Biase. Il suo intervento ha chiuso, come detto, l’incontro dando grandi stimoli a tutti i partecipanti e non solo all’azienda.

Il bootcamp in Talent Garden

Conclusioni

Ancora una volta vediamo riconfermata l’idea della potenza di momenti di apertura e condivisione. Rituali di confronto e partecipazione come il bootcamp, se ben gestiti come in questo caso, servono ad aprire la visione verso modi diversi di intendere il business.

Il contesto di Talent Garden, l’organizzazione e lo stimolo di Marketing Arena (e in particolare di Elena Rizzato) e l’entusiasmo di tutti i partecipanti hanno creato le giuste condizioni per un’esperienza di grande valore.

Come sperato inizialmente, i due team hanno affrontato le questioni da punti di vista molto diversi. Ne sono nate idee utili che l’azienda si è riproposta di portare avanti nei prossimi mesi. A presto, quindi!

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29

Mar
2016

In events
Futuro

By stefanoschiavo

Lino’s & Co alla Triennale di Milano per New Craft

On 29, Mar 2016 | In events, Futuro | By stefanoschiavo

Si avvicina l’apertura di New Craft, il progetto ideato e curato da Stefano Micelli e presentato alla Fabbrica del Vapore per la XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano: è una mostra che rende visibile l’incontro tra innovazione tecnologica e manifattura d’eccellenza. Esplora diversi aspetti dell’artigianato e della produzione mettendoli a confronto con l’evoluzione del digital manufacturing e di quella che si suol definire Terza Rivoluzione industriale.

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Ne abbiamo già parlato tanto e quindi non ci dilunghiamo nel raccontare dei contenuti che la mostra saprà esporre al meglio. La cosa che ci piace però dire qui è che a progettare lo spazio tipografia e letterpress di New Craft, Stefano Micelli ha chiamato Lino’s & Co, il nostro progetto di rilancio del mondo tipografico.

Nicola si è subito messo al lavoro e ha recuperato materiali, idee e collaborazioni che renderanno questa occasione un modo per studiare lo stato della stampa oggi. Pensiamo infatti che una mostra su questi argomenti non possa che essere un momento di analisi dello stato dell’arte, aperto a chi voglia partecipare portando spunti e nuove idee. Lo spirito di Lino’s & Co è aperto di natura e anche in questa occasione vorremmo essere una piattaforma che ospita tutti coloro che vogliono contribuire al racconto di un momento di grande innovazione. Presto nuove info sul sito di Lino’s & Co! Vi aspettiamo 🙂

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16

Ott
2015

In events
Futuro
News

By stefanoschiavo

La Maker Faire e l’incontro di due idee sbagliate

On 16, Ott 2015 | In events, Futuro, News | By stefanoschiavo

Ci sono due punti di vista che si incontrano alla Maker Faire Rome. E sono entrambi sbagliati.

Uno appartiene ai giovani e promettenti Makers, l’altro alle imprese che li stanno scoprendo, un po’ divertite, spesso sobriamente scettiche. Tutte e due le visioni si riferiscono allo stesso oggetto (dei desideri): la tecnologia.

Si riscontra spesso nel mondo di chi sta esplorando le potenzialità innovative del digital manufacturing, delle iconiche stampanti 3D, un’idea di tecnologia come fine e non come mezzo. L’innovazione per l’innovazione sembra attivare un ecosistema autoreferenziale in cui la presenza della stampante risulta più importante dell’oggetto stampato. Un vecchio imprenditore potrebbe chiedere dove sia il vantaggio economico di questa soluzione, qualcun altro potrebbe addirittura chiedere chi sia il cliente, che problema urgente gli risolviamo, per cosa sarà disposto a pagare. E se la risposta è nell’utilizzo di una stampante 3D, nella sua stessa presenza come simbolo di innovazione e imbellettamento di chi la ospita, la risposta è sbagliata. Se non si fa emergere un mercato dietro l’output della stampa, un mercato fondato su un miglioramento dell’efficienza produttiva o su un prodotto che si differenzia in meglio, l’effetto wow del “giovane maker” svanirà come quello degli osannati startupper digitali, già entrati in un tritacarne mediatico il cui valore sta nel media e non nel messaggio. La stagione del digitale sembra al tramonto, quella dei Maker non dovrebbe ripercorrere gli stessi errori.

Ma c’è l’altro errore, speculare e ancor più pericoloso. Quello delle aziende consolidate. Che potrebbero pensare che la tecnologia sia un mezzo. Solo un mezzo. Un asset produttivo, una feature di prodotto. Come il cervello dei dipendenti.
L’errore è insidioso perché si radica in una cultura imprenditoriale fondata sull’impiego dei fattori produttivi in un piano industriale sequenziale e lineare. Ma questa percezione non considera ciò che negli ultimi anni è stata la tecnologia, essenzialmente quella legata alla comunicazione digitale.

Le piattaforme collaborative, i blog e i social network, il mobile e le app non sono stati solo prodotti o mezzi di produzione. Sono stati piuttosto la base di un cambiamento culturale che ha fatto della disintermediazione il fattore di ripensamento di interi settori economici, dai media ai trasporti, dal turismo alla politica. Un fattore abilitante di un nuovo modo di fare innovazione, in cui lo scambio e la condivisione hanno affiancato la conoscenza verticale e la difesa del know-how. Non per niente gli spazi di coworking (fantastici quelli di Talent Garden), i campus digitali (come i nostri amici di H-Farm), gli hackathon e gli startup weekend sono diventati icone di una nuova economia dove la relazione e il know-who hanno avuto un ruolo fondamentale.

L’errore di leggere con sufficienza e superficialità la rivoluzione dei Makers come una semplice innovazione di processo rischia di produrre un’incomprensione profonda di un fenomeno che potrà cambiare gli assetti economici nel manifatturiero. Le fabbriche e i processi di ricerca e sviluppo saranno profondamente modificati dallo spirito Makers, ma prima bisognerà che la prospettiva da cui l’azienda guarda il fenomeno muti. Thomas Kuhn raccontava come avvenivano le rivoluzioni scientifiche e spiegava come l’innovazione fosse sotto gli occhi di tutti ben prima che la comunità la accettasse. Eratostene d’altronde misurò il raggio della Terra molti secoli prima che non la si considerasse più piatta.

Le nuove tecnologie devono entrare nel design e nell’industrializzazione dei prodotti, devono modificare l’After Sales e il rapporto con il cliente (privato o industriale che sia), devono ripensare la relazione e il modello di business e non solo il processo di produzione. E serve che il cambiamento sia progressivamente adottato e non relegato a spazi d’eccezione come i volenterosi Fab Lab.

Pensiamo che due prospettive potenzialmente sbagliate si stiano ora confrontando e compito nostro sia farle avvicinare mettendo del sano business nel mondo Makers (come facciamo con Lino’s Type) e mettendo occhiali nuovi ad aziende, banche, istituzioni che devono leggere diversamente ciò che sta avvenendo. Per ora pochi virtuosi si stanno muovendo (Banca Ifis tra i primi), ma presto dovranno entrare nel merito e non solo esplorare la superficie mediatica anche molti altri. È l’unico modo per attivare una nuova stagione per il manifatturiero e l’intera economia italiana.

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22

Lug
2015

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Retail

By stefanoschiavo

Apre Makerland, il primo retail store in Europa dedicato al mondo dei Makers, frutto della collaborazione tra Auchan, Talent Garden, Opendot e Sharazad

On 22, Lug 2015 | In cool, events, Futuro, News, Non categorizzato, projects, Retail | By stefanoschiavo

Appuntamento a martedì 28 luglio, quando al Centro Commerciale Auchan Monza alle 11 e 30 sarà inaugurato Makerland. Si tratta del primo retail store dedicato al nuovo artigianato e alle sue tecnologie.

Come scrivono i fantastici partner di Opendot, si tratta di un “punto d’incontro per i makers e per quanti vorranno avvicinarsi a questo mondo”. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Auchan, Gallerie Commerciali Italia, Opendot, Talent Garden e naturalmente noi di Sharazad.

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La grande distribuzione fa un passo eccezionale aprendosi alla cultura dell’artigianato digitale, tra creatività e innovazione. Nello store Makerland si potranno realizzare prodotti nuovi in modo semplice con la nuova tecnologia di produzione digitale davvero alla portata di tutti.

Ci saranno stampanti 3D e macchinari lasercut. Sarà possibile acquistare kit, schede elettroniche, oggetti da personalizzare. Sarà disponibile un servizio di consulenza e un laboratorio per avvicinarsi all’artigianato digitale. Come sappiamo, il movimento dei Makers ha diffuso una nuova cultura legata al fai da te che trova oggi anche nella grande distribuzione un canale di diffusione importante. Sarà anche una vetrina per la vendita dei progetti realizzati dai maker di tutto il mondo.

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Siamo davvero felici di collaborare con Auchan, Gallerie Commerciali Italia, i ragazzi di Talent Garden e Opendot. Nota di merito poi per la progettazione degli arredi per  dotdotdot! 🙂

All’inaugurazione di Makerland ci sarò anche un bel confronto sui maker che incontrano il retail. Ci saranno esperti che analizzeranno come artigiani tradizionali e artigiani 2.0 possano collaborare “per reinventare il mondo del commercio di settore”.

Per partecipare all’inaugurazione del 28 luglio basta scrivere a press.stampa@auchan.it oppure iscriversi a questo link. Ci vediamo a Monza! 🙂

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06

Mar
2015

In events
News

By stefanoschiavo

Le slide del convegno a Modena sulla rigenerazione urbana

On 06, Mar 2015 | In events, News | By stefanoschiavo

Grazie a Fabrizio Montanari che ha invitato Sharazad a parlare dell’esperienza Lino’s Type nel contesto del convegno sulla Rigenerazione Urbana svoltosi in una bellissima Modena. Presto una pubblicazione racconterà i vari interventi.

Altissima davvero la qualità dei partecipanti che hanno descritto i progetti di riqualificazione di spazi urbani in un confronto acceso che ha toccato molti aspetti per noi strategici. Dal rapporto tra pubblico e privato ai contenuti bottom up anziché top down, dal rapporto tra spirito del luogo e natura degli spazi a una visione chiara sul tema manifattura.

Sharazad ha parlato di quanto accaduto in questi ultimi anni a Verona, dell’avventura di Lino’s Type e del coworking The Fab, delle diverse dinamiche nate da questa esperienza, dagli eventi ai diversi progetti in collaborazione con designer, artisti e aziende.

Ne abbiamo anche tratto una morale che abbiamo messo in fondo alle slide… 🙂

 

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02

Ott
2014

In cool
events
Futuro

By stefanoschiavo

Lino’s Type e Roland alla Maker Faire di Roma

On 02, Ott 2014 | In cool, events, Futuro | By stefanoschiavo

Inizia la Maker Faire di Roma e tutto è pronto per gestire l’Infopoint dell’area Artigiani Innovativi. La Heidelberg è per strada e le macchine di Roland già pronte. Le Stampomatica concluderanno uno stand che crea un legame reale tra nuove tecnologie digitali e storici macchinari letterpress. Il connubio creerà qualcosa di unico che vi invitiamo a scoprire venendoci a trovare al Parco della Musica nei prossimi giorni!

Comunicato stampa LinosType Maker Faire

Comunicato stampa LinosType Maker Faire

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30

Set
2014

In cool
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Futuro
News

By stefanoschiavo

Alla Maker Faire di Roma con Lino’s Type, Roland e Tecnificio

On 30, Set 2014 | In cool, events, Futuro, News | By stefanoschiavo

L’impresa non si presenta facile, ma quando Stefano chiama, noi ci siamo! 🙂

Quando ci è stato chiesto di gestire un infopoint nella sezione Artigiani Innovativi della straordinaria Maker Faire di Roma (tra il 3 e il 5 ottobre), abbiamo pensato che in effetti non poteva esserci situazione migliore per mostrare la connessione tra nuove tecnologie di manifattura digitale e tradizione artigiana.

mkaer_faire_posterLino’s Type, la nostra tipografia letterpress veronese, ha esplorato negli ultimi anni la capacità di vecchie tecniche e lavorazioni di interpretare linguaggi nuovi dal punto di vista grafico e di connettersi allo stesso tempo con lo sviluppo delle nuove tecnologie digitali.

È stato facile allora pensare di portare a Roma la macchina simbolo del nostro laboratorio, un’Heidelberg non proprio leggerissima, e di coinvolgere partner come Roland e Tecnificio nella realizzazione di uno spazio editoriale al centro della Fiera.

Lì il nostro Lino, l’artigiano che ci ha iniziato all’arte nera e che ci ha guidato nel recupero della tradizione letterpress, insieme a Elisa, Nicola, Marco, Barbara, Silvio e tanti altri amici che passeranno per lo stand, produrranno materiale informativo sulla Fiera e permetteranno ai visitatori di personalizzare con l’uso di alcune Stampomatica, biglietti e poster prodotti con un mix di tecnologie di stampa digitale e di stampa tradizionale.

Un esperimento tutto da seguire che partirà dal trasporto della poderosa macchina dalle coste dell’Adige a quelle del Tevere, ma poi continuerà con invenzioni e idee lungo tutti i giorni della Fiera.

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14

Apr
2014

In cool
events
News
report

By stefanoschiavo

Cinque idee dal Fuorisalone di Milano tra Artigianato e Cibo

On 14, Apr 2014 | In cool, events, News, report | By stefanoschiavo

Grande spolvero per gli artigiani italiani al Fuorisalone milanese. Chi si è mosso tra Lambrate, Tortona, Brera e le altre zone del Design ha sicuramente visto come il taglio artigiano sia stato forte quanto quello gastronomico.

Per quest’ultimo c’era un incombente Expo a tema Cibo a tirare gli sforzi dei brand. Si vedevano aziende di interni con in serbo improbabili progetti cross tra design e food…

Invece il tema del ritorno alla manifattura era figlio di un’urgenza meno “vincolata”. Il cambio di sensibilità è manifesto e costituisce forse un cambio di paradigma economico. Un rientro dai capannoni romeni si mischia ai sottoscala zeppi di stampanti 3D. Resta, come dice Stefano, il problema della scalabilità, dell’uscita dalla fase sperimentale, dell’adeguamento della scuola e della formazione in generale, del confronto con la comunicazione digitale e delle politiche di internazionalizzazione.

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Ciò detto e ricordando il successo di un’edizione del Festival Città Impresa che ha affrontato proprio questi temi con Nicola, Stefano, Marco e tanti altri amici, proviamo a fare la nostra selezione di idee che ci hanno appassionato nelle giornate trascorse in una davvero magnifica Milano.

Sicuramente impressa nella memoria resta la terrazza di Onwards dove ogni giorno si sono sviluppati i confronti tra designer, produttori, giornalisti e intellettuali che partivano da esperienze concrete per parlare degli sviluppi del mondo del design. Ricordiamo Filippo Berto, Diego Paccagnella, Fabio Ciciani immersi nel verde di un roof che non aveva niente da invidiare a Manhattan!

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La seconda citazione è per due esposizioni di collezioni davvero belle. Nello spazio Nonostantemarras Segno Italiano ha mostrato i suoi prodotti in “un volo a planare” davvero emozionante. Ad ASAP invece era Internoitaliano a esporre soluzioni di una qualità straordinaria. In entrambi i casi la precedenza è andata ai prodotti e la maestria artigiana è stata capace di farli parlar da soli. Non sempre è così, ma la cultura dell’autentico porta proprio a questo tipo di risultati che dovrebbero essere la costante di un design ben fatto.

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Infine L’eco bookshop Valcucine ha dato il meglio di sé con una fucina creativa ospitata nel piano inferiore dove l’energia produttiva dell’azienda nordestina ha incrociato un flusso di idee e braccia.

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Tanto altro è avvenuto in queste giornate milanesi. Impossibile dimenticare la mostra Mondopasta a Subalterno1 dove Tecnificio è riuscito a coinvolgere una serie di designer nell’hackeraggio del mondo della pasta. Stampanti 3D e Lasercut, grilli e tatuaggi per ripensare uno dei nostri prodotti più tabù…

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Infine complimenti a Sara e Youcangroup che ha organizzato con Alce Nera uno speed hacking innovativo nel format e nelle idee sul mondo del food…

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Queste due ultime segnalazioni toccavano il tema Food e sono davvero la base per pensare all’Expo in maniera innovativa e dirompente. Sarebbe bello vedere queste iniziative incrociarsi perché quell’idea di diventare scalabili e sostenibili è fatta anche di strade da percorrere insieme dove le energie possono permettersi di puntare a diversi e più estesi pubblici… Le condizioni ci sono tutte. Mettiamoci all’opera.

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28

Feb
2014

In events
Non categorizzato

By stefanoschiavo

Social Media Week! Il video!

On 28, Feb 2014 | In events, Non categorizzato | By stefanoschiavo

Il video dell’intervento di Stefano alla Social Media Week di Milano.

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21

Feb
2014

In events
News
Non categorizzato
report

By stefanoschiavo

La Social Media Week alle prese con il processo di sviluppo organizzativo: Sharazad insieme ad Adecco parla ai manager HR

On 21, Feb 2014 | In events, News, Non categorizzato, report | By stefanoschiavo

E’ ben organizzata e ricca di eventi la Social Media Week meneghina. Tra un intervento di Marco Massarotto, un approfondimento su Instagram e sulle Social Street, un’incursione di Domitilla e qualche esperimento con i wearables, è capitato che anche Sharazad fosse presente.

Grazie ad Adecco che ha creato un evento davvero intenso e partecipato in cui brand come Amadori e Reale Mutua hanno potuto raccontare le loro esperienze di social enterprise ad una platea di HR manager che non ha mancato di porre una fitta serie di domande.

roberto bonzio

Sul palco Jennifer ha raccontato la sua esperienza e Roberto ha fatto un intervento appassionato. Poi è toccato a Stefano proporre un approccio allo sviluppo della Social Enterprise in azienda attraverso la commistione di principi Lean e di Design Thinking e una grande attenzione alle dinamiche culturali e relazionali tra i dipendenti. Due equivoci da sfatare e alcune proposte per un’introduzione di queste tematiche attraverso una didattica evoluta e un percorso partecipato.

E’ andata molto bene e i complimenti vanno a tutta Adecco, in particolare a Nina e a Silvia, capace di condurre la sessione con ritmo e competenza.

Le domande hanno toccato anche gli aspetti del rapporto tra vita privata e vita professionale ai tempi del web… Questioni importanti che hanno sfiorato problematiche filosofiche… Fuori intanto due vigili, che non avrebbero sfigurato sul palco, si lamentavano della censura sui loro profili facebook da parte dei loro superiori. A dire che i temi trattati non erano per una volta lontani da quelli toccati quotidianamente da tutti noi…

Anche Wired ha voluto raccontare la giornata, facendolo in modo preciso qua!

vigili

 

Qua sotto riportiamo il testo introduttivo della sessione didattica che Sharazad ha sviluppato sulla Social Enterprise.

La Social Enterprise emerge in un contesto nuovo. Si confronta con un mercato caratterizzato da consumatori e imprese che adottano “comportamenti” diversi dal passato. L’inizio del percorso di costruzione della Social Enterprise passa attraverso una consapevolezza di queste evoluzioni. Il focus diventa il consumatore, sempre più mutevole ed in cerca di nuove esperienze nell’acquisto quotidiano. Le aziende e i partner si adattano alle nuove condizioni. Nuovi business nascono ogni giorno per cogliere queste nicchie di valore. Le organizzazioni aziendali devono rispondere alle evoluzioni dei mercati ripensando il proprio modello di business, ma anche le proprie dinamiche interne.

La Social Enterprise risponde alla richiesta di flessibilità e reattività che può essere affrontata attraverso modelli organizzativi adatti al nuovo contesto: design thinking, lean production e social organization si integrano in un approccio che l’azienda poi sviluppa secondo il proprio stile organizzativo. L’Enterprise 2.0 comprende gli strumenti di partecipazione interna più innovativi per creare l’engagement dei collaboratori, in connessione con le aree del Controllo di Gestione e della Qualità.

Questi approcci permettono un cambiamento nelle aziende fatto di emersione dei talenti, miglioramento del processo di decision making, riduzione del tempo speso in riunioni a non valore aggiunto, attivazione della serendipity, sedimentazione del know-how aziendale. La Social Enterprise vive del contributo delle persone. Della loro collaborazione, di un loro atteggiamento proattivo e aperto. Le reti di relazioni in azienda costituiscono l’essenza dell’organizzazione e ne condizionano fortemente l’andamento, sia all’interno che all’esterno. Coinvolgere i collaboratori valorizzando il fattore umano permette di attivare nuove energie che facilitano le relazioni e le rendono più armoniche. Servono visioni e strumenti per creare il contesto necessario alla costruzione di un ambiente collaborativo. Le parole chiave sono motivazione, feedback, consapevolezza e ascolto.

Creare l’ambiente sociale adatto è solo il primo passo, ma il punto di partenza nella proposta di valore di un’azienda è il prodotto e il servizio offerto al mercato. Per questo motivo la Social Enterprise sa ripensare questa fase fondamentale attraverso un approccio collaborativo adeguato. Lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi è un fenomeno sociale, che si estende all’intero ecosistema nel quale le aziende operano. Un migliore coinvolgimento dei diversi attori interni ed esterni all’azienda permette quindi di aumentare il profitto aziendale, riducendo nello stesso tempo i rischi connessi alle attività di innovazione. Il punto di partenza per sviluppare un nuovo prodotto o servizio vincente è la comprensione dei bisogni e dei desideri dei clienti. Bisogna attivare metodi di coinvolgimento degli utilizzatori nell’analisi dei bisogni e nella definizione dei requisiti dei nuovi prodotti. Per avere successo nello sviluppo dei nuovi prodotti è necessario un forte coinvolgimento interdisciplinare ed un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i partecipanti. Esistono strumenti collaborativi per il governo dei progetti di sviluppo dei nuovi prodotti. Sono i concetti e le opportunità di applicazione della “open innovation”.

Una volta affrontate le tematiche legate allo sviluppo della value proposition, all’organizzazione delle risorse interne, all’attivazione di engagement e collaborazione tra le risorse coinvolte, la social enterprise può affrontare il mercato con consapevolezza. La comunicazione nel web mette infatti allo scoperto criticità ed elementi deboli dei sistemi aziendali. Trasparenza ed autenticità sono la base per instaurare una conversazione aperta con il mercato. Quali cambiamenti hanno portato le aziende ed i consumatori a dialogare in modo aperto e sincero? Quali sono gli strumenti più efficaci per raggiungere il proprio segmento target attraverso i social networks? Perché il web marketing si sta sviluppando sempre più nell’ambito social? I contenuti tornano ad essere i protagonisti nella comunicazione dell’azienda e i consumatori diventano i portavoce del prodotto, creando un nuovo modo per veicolare i messaggi “pubblicitari”. La Social Enterprise cambia il modo di pensare al proprio ruolo nel mercato, alla propria mission, attraverso una visione innovativa dello sviluppo del business.

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13

Gen
2014

In cool
events
News
report

By stefanoschiavo

Illustri, undici illustratori che il mondo ci invidia

On 13, Gen 2014 | In cool, events, News, report | By stefanoschiavo

Il nostro interesse per l’illustrazione e la grafica deriva dal lavoro tipografico di Lino’s Type che ci mette quotidianamente a confronto con grafici, illustratori, designer e creativi d’ogni sorta, ma anche da un interesse personale e condiviso in tutto il team aziendale.

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E’ per questo che non potevamo perderci in alcun modo la bella mostra Illustri che è stata allestita nella Basilica Palladiana di Vicenza e si è conclusa proprio ieri. Curata molto bene sia nei criteri espositivi, sia nei servizi di supporto alla visita, dall’integrazione dell’App Layar che permetteva approfondimenti immediati su alcune opere alle visite guidate programmate fino all’ultimo giorno. E proprio in questa occasione abbiamo potuto seguire Ale, uno degli undici eroi che hanno deciso di non cedere alle lusinghe di Manhattan, accompagnarci tra i lavori suoi e degli altri illustratori, tutti rigorosamente under 40. La presentazione fatta da uno dei protagonisti aveva sia il vantaggio di vedere dal di dentro il mondo dell’illustrazione, sia di trovarsi davanti a un bravissimo narratore.

illustri2illustri7illustri4Senza dilungarci con troppe parole vi mostriamo qualche foto e facciamo ancora i complimenti agli organizzatori che hanno superato le ventimila visite e che speriamo continuino con altre proposte di questo livello che il nostro Paese merita. Anche per ricominciare a pensare a noi stessi con orgoglio e consapevolezza delle nostre capacità e del valore che riusciamo a produrre per il mondo intero.

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L’esperienza, oltre ad averci emozionato e convinto, ci ha anche stimolato a continuare nel nostro percorso che prevede tra poco la presenza di Lino’s Type alla giornata nazionale della tipografia organizzata per il 24 gennaio tra Asolo, Cornuda e Bassano del Grappa da Confartigianato.

Inoltre dopo poco Milano ci accoglierà per un evento tutto dedicato a Stampomatica, ma di questo vi parliamo a brevissimo.

 

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04

Dic
2013

In events
News
report

By stefanoschiavo

Come far sposare arte e aziende? Un weekend tra MAST, CUOA e i lavori di Anna Scalfi

On 04, Dic 2013 | In events, News, report | By stefanoschiavo

Per quelli cui piace l’arte, quella contemporanea moderna antica, post moderna post human o post post human, l’arte insomma, il rapporto con le aziende è sempre stato difficile… Ci mettiamo dentro anche noi dai. Un po’ di sana diffidenza, timore di subalternità, un pizzico di invidia o un inebriante senso di superiorità… Sporcarsi le mani con l’economia, i soldi, gli affari, quando c’è il senso del vero da interpretare, sembra un po’ meschino…

Per fortuna questo atteggiamento che, detto tra noi, senza scomodare Mecenate o Giulio II, un po’ di ipocrisia se l’è sempre portata dietro, non ha impedito due bei progetti, molto diversi tra loro, ma entrambi sviluppati a Bologna.

Sabato scorso abbiamo potuto visitate il MAST, il progetto di GD, azienda di automazioni industriali, in particolare di macchinari per il trasporto materiali, che invece di fare un edificio interno dedicato ai propri dipendenti per la ristorazione, il wellness, il nido aziendale, ha sviluppato una struttura polifunzionale dotata di gallery, spazi per workshop, ristorante, caffetteria. Aperta anche ai cittadini, è basata su una Fondazione che ha spostato l’asse dalle necessità aziendali alle esigenze dello spazio in cui è inserita la società.

MAST

Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia il payoff che farebbe la felicità anche di un artigiano. Un interesse per la propria funzione sociale, per i portatori d’interesse che non si limitano ai partner di business decisamente sorprendente e stimolante. Qualche dubbio sull’inserimento del progetto architettonico con la straordinaria rampa all’ingresso nel contesto di abitazioni bolognesi che lo circonda, ma di questo si potrà discutere quando i lavori saranno completati e tutti gli spazi saranno attivati. Splendida tra l’altro l’esposizione fotografica ospitata attualmente.

L’altra bella occasione che ci è sfuggita per poco, ma di cui abbiamo seguito le evoluzioni, è stata quella del progetto di Anna Scalfi che ha creato un campo di gioco al MamBo, proprio vicino al negozio dei nostri amici di Corraini, in cui si sono confrontati i manager della Fondazione CUOA, guidati da Giuseppe Caldiera e Cristiano Seganfreddo… Anna era già stata protagonista di un bel progetto sulla mobilità territoriale in Lago qualche anno fa e si dimostra sempre capace di far interagire arte e aziende in maniera intelligente e senza perdere la propria specificità artistica. Non cosa da poco!

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26

Nov
2013

In benfatto
cool
events
News
Persone Uniche
the fab

By stefanoschiavo

Meet the Makers #5 alle porte con i protagonisti di Uncomag e Salmon Magazine

On 26, Nov 2013 | In benfatto, cool, events, News, Persone Uniche, the fab | By stefanoschiavo

A colpi di fantastiche interviste, tutto è ormai pronto per sabato. A The Fab ci sarà l’incontro con i protagonisti raccontati da Salmon Magazine e da Uncomag, la rivista online inventata da Alessio e dedicata alle persone che si sono inventate un lavoro in periodo di crisi e sono riuscite ad affermarsiE’ la quinta edizione di Meet the MakersIl programma è ricchissimo e parte alla mattina alle 10.30 per svilupparsi lungo tutta la giornata fino all’aperitivo serale.

Uncomag

I partecipanti che racconteranno le loro storie sono tanti… il Tattoo guru Giuseppe Strambini di Ink Addiction Shop, Olga Trevisan di ELTiburon, Niccolò Vallenari e Mikea Caldeira de Aguiar di Artillery Lane, l’Etichetta discografica di Camilla Salerno e Martino Corti,  Filippo Olioso di Rabatto con il nuovo progetto Handmade Furniture Design di Benfatto.org. E poi Enrico Grigoletti di Contemporary Standard, i favolosi telaisti di biciclette artigianali Dario Pegoretti, Mattia Paganotti e Gianmaria Citron (Cicli Pegoretti, Legor, Ferriveloci) e infine Stefano Riba di The Others. A pranzo c’è Week&Diet, il Tea break è con Bioloc e l’aperitivo serale con Mastro Matto.

L’obiettivo dichiarato dei nostri amici Matteo e Tommaso, tra gli organizzatori dell’iniziativa, è fornire casi concreti che facciano capire come affrontare il problema occupazionale oggiPer partecipare basta registrati qui: http://www.salmonmagazine.com/meet-the-makers-5/

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