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giugno 2018 - Sharazad

18

Giu
2018

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By stefanoschiavo

Contro gli algoritmi nell’organizzazione. Cos’hanno da insegnare gli architetti ai manager?

On 18, Giu 2018 | In Design Thinking, events, Management, News, Organizzazione | By stefanoschiavo

Chi si occupa di management dovrebbe imparare qualcosa dagli architetti. Non parlo di design e creatività. Su quel piano c’è un percorso avviato che passa attraverso l’approccio del Design Thinking nel management delle aziende. Lean Startup e Agile management sono infarcite di cultura e strumenti design-driven. Mi riferisco piuttosto a quello che è avvenuto nel mondo degli urbanisti e che è ben descritto da Richard Sennett nel suo Costruire e abitare: Etica per la città.

Costruire e abitare

Si tratta di un interessante percorso che ha spostato progressivamente il focus dalla città alla comunità (dalla ville alla cité), dalle costruzioni alle relazioni, dai materiali alle esperienze. Un’appassionante dialettica tra chi pospone la funzione dell’edificio alla sua forma e chi invece apre la strada a una costruzione che si plasma sull’azione di chi vive gli spazi.

In […] Architecture without Architects. […] Rudofsky offre un’esauriente documentazione del modo in cui i materiali, le forme e la collocazione dell’ambiente edificato abbiano origine nelle pratiche della vita quotidiana. Lontano dalla sua piazza principale, Siena incarna perfettamente il punto di vista di Rudofsky.

Nel corso dei secoli e in modo imprevedibile si sono accumulate finestre, porte e decorazioni su edifici sostanzialmente simili e tale progressiva collezione continua tutt’oggi. Una passeggiata su per un vicolo senese – le vetrine di cristallo di un negozio che fronteggiano eleganti porte lignee medievali o l’insegna di un McDonald’s o l’ingresso di un convento – vi comunica la sensazione che in quel luogo si sta svolgendo un processo che lo permea di un carattere particolare e complesso.

Inoltre, queste variazioni sono state rese possibili grazie alla gente che vi abita, che, con il tempo, ha creato e adattato i vari edifici; le lucide vetrine del McDonald’s devono adattare la loro insegna a quella di una associazione locale confinante e il tutto appare armonioso.

In questo senso la tecnologia e la forma non determinano direttamente la funzione dell’edificio che invece si plasma sulla vita di persone che condividono condizioni di confine instabile. L’architettura si nasconde, come ben descritto da Rafael Moneo in questo testo che si incontra alla Biennale di Architettura di Venezia.

 

Freespace

La percezione di un free space appare nel momento in cui la condizione dell’edificio come artefatto si perde e lo spazio è sentito come un’espressione sensoriale di libertà, permettendoci di scordare il mondo costruito e la disciplina stessa dell’architettura. Paradossalmente, la miglior architettura è quella che ci consente di dimenticare il nostro ambiente costruito.

L’architettura non è più lo spettacolo, ma è soffusa nel free space. Perciò, il free space non dovrebbe essere confuso con l’idea di creare spazi intesi a manifestare la libertà creativa dell’architetto, dove la sua fantasia possa muoversi senza barriere. La libertà per un architetto spesso risulta nell’assenza di libertà per gli utenti, imprigionati nella sua architettura.

Il free space compare quando l’architettura si fa da parte, non nella sua presenza fisica. Ci sono momenti in cui siamo capaci di apprezzare un senso di pienezza e libertà personale, senza le restrizioni dell’architettura.

È un’esperienza purissima in cui l’edificio costruito diventa una seconda natura che ci attiva senza imporsi su di noi. Non dobbiamo confondere il concetto di free space con l’apertura degli spazi pubblici, dove le nostre vite si svolgono in relazione agli altri. Gli spazi pubblici implicano di accettare i vincoli della vita insieme. Ma gli spazi pubblici non permettono di generare il senso di libertà che caratterizza gli spazi liberi.

La lezione per il manager

Il management è affascinato sempre più da algoritmi che magicamente dovrebbero governare processi complessi. Le persone coinvolte in essi dovrebbero abbandonarsi a modelli universali capaci di regolare le relazioni umane. È un sogno coltivato da tanti architetti. Nasce da un nobile impulso a regolare e dare accesso ai risultati del progresso scientifico. Ma a volte è un sogno che genera mostri.

Nel management, allo stesso modo. sogniamo approcci “agili” costruiti su piattaforme digitali che guideranno la gestione di progetti sempre più veloci e di successo. Questa idea di “una forma che determina la funzione” rischia di andare a sbattere contro le stesse difficoltà incontrate dagli architetti.

Quale stile di management?

Aiutare a costruire ambienti di collaborazione e scomparire. Questo dovrebbe fare un buon manager. Il rischio è quello di confondere soluzioni prescrittive in cui le persone devono solo essere conformi a quanto la tecnologia induce a fare, con soluzioni collaborative, in cui la tecnologia interviene solo quando la necessità di essa si renda esplicita.

La costruzione di processi organizzativi virtuosi passa attraverso l’amplificazioni delle capacità dialogiche degli esseri umani e non attraverso la rimozione di questi elementi. Le piattaforme collaborative digitali in questo rischiano di essere travisate e di non contribuire alla crescita di un’organizzazione capace di affrontare contesti incerti. Per capire questo rischio, faccio ancora riferimento a Sennett.

[…] “la” smart city ha assunto due volti. In uno, la tecnologia avanzata prescrive il modo il cui la gente deve utilizzare gli spazi in cui abita; la ville detta le regole della cité. Nell’altro l’alta tecnologia coordina le attività più caotiche della cité, ma non le cancella.

La smart city prescrittiva crea un danno mentale; abbassa il livello dei suoi cittadini. La smart city cooperativa stimola intellettualmente i cittadini coinvolgendoli in problemi complessi e mettendoli a confronto con le differenze. Il contrasto coincide con la nostra impalcatura concettuale complessiva: la smart city prescrittiva è chiusa; la smart city cooperativa è aperta.

Conclusioni

I sistemi complessi, l’ambiguità di fondo delle attuali condizioni di business, la richiesta di reattività e resilienza sono le basi su cui costruire modelli di organizzazione innovativi.

La progettazione di strumenti digitali di coordinamento nascerà in relazione alla nostra idea di impegno e responsabilizzazione delle persone. Se vogliamo costruire un’azienda in cui la cultura delle risorse sta al centro della costruzione dei processi, dovremo percorrere una strada fatta di errori, ambiguità, tempi lunghi e cambiamenti repentini.

È una strada difficile e che richiede una prospettiva di medio periodo. Quella persa negli ultimi a causa di una retorica da Twitter in cui si confonde l’esigenza di velocità nell’esplorazione del nuovo business con la necessaria lentezza di un’organizzazione collaborativa.

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11

Giu
2018

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By stefanoschiavo

I lati oscuri della tecnologia. La lezione di Robert Allen

On 11, Giu 2018 | In events, Futuro, News, Non categorizzato, report | By stefanoschiavo

Il Festival dell’Economia di Trento è un appuntamento sempre molto ricco di spunti e di relatori di spessore. Robert Allen è uno di questi. Un economista che riesce a fornire idee e intuizioni interessanti anche per chi non si occupa strettamente di economia, ma che ne vive gli aspetti connessi, dal management all’innovazione, dalla strategia all’organizzazione delle risorse.

Vale la pena allora riassumere cosa ha detto Allen nel suo intervento a Trento. Il titolo La rivoluzione industriale tra progresso e povertà ci anticipa già che il tema sarà di grande attualità. Mette insieme le dinamiche geopolitiche con lo sviluppo della tecnologia. Il quadro che ne esce non è del tutto rassicurante, ma di certo molto affascinante.

Innanzitutto si tratta di uno storico dell’economia e la sua lettura comparata di quanto avvenuto in diversi contesti storici e sociali è un’operazione immane. Riuscire a mettere insieme i costi del lavoro, del capitale, della vita e dell’energia di nazioni diverse in momenti storici diversi è una sfida che già di per sé vale la pena di essere raccontata.

Allen ha confrontato le fantomatiche “pere e mele” calcolando i diversi fattori di costo in grammi equivalenti d’argento!

Le eterne domande sull’innovazione tecnologica

Il punto di partenza del racconto di Robert Allen è la prima rivoluzione industriale. Siamo in Gran Bretagna nel 1700 e una serie di innovazioni incrementali sono determinate dal “desiderio di guadagno” e da un vantaggioso rapporto tra costo del lavoro e costo dell’energia.

Il punto d’arrivo è l’economia odierna tra nuove tecnologie, un mercato del lavoro in evoluzione.

Prima però serve un po’ di storia. Nel pieno della citata Prima Rivoluzione Industriale, giravano le stesse domande di oggi. Andiamo incontro a una disoccupazione di massa? Quale sarà l’effetto sui salari?

Il modello classico, ovvero l’Ottimismo

La risposta di buona parte degli economisti era “Andrà tutto bene, possiamo essere ottimisti!”. È la stessa risposta del modello del 1956 di Solow sulla crescita. Il modello neoclassico che guarda con fiducia al progresso dell’economia di mercato. Allen ci dice però che l’ottimismo a lungo termine deve fare i conti con le tante persone che soffrono nel breve periodo.

Anche il concetto di breve termine è da valutare. Cosa significa? Due anni? Tre anni? In realtà ogni persona è un unicum. Un posto di lavoro perso da qualcuno potrebbe, in un modello “ottimista”, vedere il recupero dello stesso posto con altre mansioni nella generazione successiva. Non molto consolante per chi si è trovato al di fuori del mercato del lavoro oggi.

Allen in questo senso è decisamente schietto: “Io sono pessimista”.

Durante la storia tanti sono rimasti indietro e la crescita in prospettiva storica non restituisce niente alla vita di queste persone.

C’è anche un fattore di scala della lettura. Analizziamo queste dinamiche considerando un punto di vista globale? Occidentale? Europeo? In realtà siamo legati anche più di quanto possiamo percepire. Ciò attraverso il commercio, la politica, le migrazioni, … Siamo costretti alla lettura di un contesto globale anche per un aspetto etico. Questo ci spinge a considerare il contesto globale in relazione al progresso tecnologico.

500 anni di divergenza nel reddito

Si possono considerare due macroperiodi nella storia economica prima di quello attuale. Nel 1500 le disuguaglianze nel reddito non superavano il 50%. Nel 1820 questo gap era aumentato di quattro volte. Oggi siamo a venti volte. Sono stati cinquecento anni di divergenza.

In parte ciò è stato dovuto alla rivoluzione industriale. Nel 1820 i Paesi ricchi hanno accelerato, mentre gli altri hanno rallentato. Recentemente si vede un fenomeno di convergenza in paesi poveri in particolare nell’East Asia.

Da cosa nascono queste dinamiche?

Il cambiamento tecnologico, per Allen, è fondamentale, ma serve capire la sua evoluzione per comprenderne le caratteristiche.

Le tre fasi dell’economia mondiale

Ci sono tre fasi in cui si può ripartire l’evoluzione economica legata alle rivoluzioni industriali. La prima è quella della rivoluzione industriale inglese tra il 1750 e il 1830. Poi vediamo una fase di ascesa dell’economia occidentale tra il 1830 e il 1970 con l’estensione all’Europa occidentale, all’America e al Giappone. Dopo il 1970 ci troviamo di fronte al cosiddetto “presente problematico” dove i destini sono sempre più incrociati.

1. La Rivoluzione Industriale inglese: 1750-1830

La fase che vede la Gran Bretagna trainante nell’evoluzione economica e industriale ci pone di fronte all’interrogativo sul “Perché proprio lì?”.

I fattori sono numerosi, ma ci concentriamo sugli incentivi di natura economica. La Gran Bretagna era caratterizzata da stipendi e salari alti e da un prezzo dell’energia relativamente basso. La conseguenza era la convenienza nell’investimento in tecnologia, In altre parole era redditizio utilizzare e inventare nuova tecnologia.

 

 

Robert Allen ha letto l’andamento di stipendi e potere d’acquisto nella storia moderna. L’utilizzo di una metrica standardizzata e di spreadsheet gli ha permesso un confronto nel tempo. Anche l’importante concetto qualità della vita si è basato su una valuta standard. Ciò ha permesso di comprendere quale fosse, nei diversi periodi storici e nei tanti ambiti geografici, la “rendita di sussistenza”. Questo valore della “qualità della vita” è stato posizionato a 1 come metro di riferimento per il salario minimo necessario a vivere.

Nella maggior parte dell’Europa lo standard di vita era equiparabile. Era il trend nato dopo la terribile Peste Nera del 1348 che aveva ridotto la popolazione europea con conseguenze economicamente rilevanti per i sopravvissuti e in particolare con un vantaggio per i lavoratori in grado di fornire servizi di difficile reperimento rispetto ai possidenti.

Poi, progressivamente, da questa condizione si è passati a un appiattimento o decrescita degli stipendi (fino al livello di sussistenza 1) in varie parti del mondo.

Strane asimmetrie

Le analisi fanno però notare che esistevano delle asimmetrie. In alcune zone geografiche si sono determinati, per certe professioni, stipendi elevati e un fattore decisivo è stata la politica coloniale. Questa dinamica precede la rivoluzione industriale e in qualche modo la determina.

Allen considera la relazione tra questa dinamica del costo del lavoro e quella del capitale e dei possibili investimenti.

La considerazione ovvia è che se gli stipendi si presentano molto alti, diventa incentivante investire su macchinari e tecnologia.

L’altro fattore fondamentale a questo punto è, come possiamo immaginare, quello dell’energia. Basso costo dell’energia e salari elevati garantiscono il fiorire di scambi commerciali con l’estero. L’acquisizione di colonie oltremare garantisce mercati di sbocco e i volumi generati in questo modo portano allo sviluppo delle fabbriche.

In Gran Bretagna questo processo è molto marcato. Già nel 1800 solo un terzo della forza lavoro è impiegata in agricoltura!

Quello che si vede per l’Italia in quel periodo è il tipico quadro preindustriale. La Gran Bretagna ha invece salari che crescono con la popolazione. Siamo nella condizione dello sviluppo industriale.

Quello che avviene in questo periodo in Gran Bretagna è il primo step di globalizzazione dopo Colombo e Vasco de Gama. Già al tempo l’Asia costituiva un hub produttivo (pensiamo alla porcellana). Per competere con gli asiatici in Europa serve ridurre il costo del lavoro e questo spinge verso l’utilizzo di macchine e tecnologia. Vediamo in nuce le stesse dinamiche cui assistiamo, in condizioni diverse, oggi.

Un esempio concreto aiuta a capire il ragionamento. In passato per tessere si usavano fuso e arcolaio da cui partiva il filo che era intrecciato nel fuso. Tutto avveniva in casa.

Poi ci troviamo di fronte a una serie progressiva di invenzioni. Dalla Giannetta, che presenta ancora una ruota, ma questa volta con un pettine per allineare i fili, a sempre nuove tecnologie che hanno sostenuto la crescita economica.

Chi ha vinto e chi ha perso

Fino al 1830 la produttività aumenta, ma non così fanno i salari (essenzialmente si arricchiscono i datori di lavoro). Dopo il 1830 aumentano i salari reali, ma si evidenziano differenze tra diversi tipi di lavoratori.

Nel 1780 il filatoio meccanico fa crescere la domanda di tessuti in cotone e quindi la richiesta di tessitori. La scarsità di questi lavoratori determina un aumento dei loro salari. Questo inevitabilmente spinge verso l’innovazione del telaio meccanico che farà poi crollare il salario  dei tessitori.

Nel periodo 1830-40 hanno la meglio i muratori, mentre soffrono i tessitori e gli agricoltori non vedono sostanziali differenze. Una delle conseguenze di questo processo è la nascita di movimenti che attaccano violentemente le macchine.

Non solo i luddisti inglesi, visto che anche in Francia venivano spesso distrutte le macchine. Qualcuno si spinge a dire che questa sia proprio la causa principale della lentezza dello sviluppo industriale francese.

2. L’ascesa dell’Occidente: 1830-1970

In questa seconda fase l’industria sostituisce l’artigianato. Questo modello era caratterizzato da una dimensione domestica nei casolari dove aziende familiari avevano funzionato benissimo in passato. I macchinari, nati nelle modalità viste nella fase precedente, distruggono la situazione presente.

In altre parole “la ricchezza ha consentito invenzioni che hanno distrutto la ricchezza precedente“.

Lo steso fenomeno è riscontrabile anche negli Stati Uniti dove si vede chiaramene il rapporto tra aumento degli stipendi e produttività (PIL/dipendenti).

Lo sviluppo dell’Occidente è così riconducibile allo sviluppo di nuova tecnologia in grado di garantire economie nel costo del lavoro.

Il grafico mette in relazione produzione/dipendenti con capitale/dipendenti. C’è un parallelismo tra i due andamenti, mostrando come tutta l’innovazione si concentri sull’area in alto a destra.

La Trappola della povertà

I pallini in alto a destra concentrano tutti i cambiamenti perché i Paesi ricchi creano nuova tecnologia. Si conferma quanto già avvenuto nella Prima Rivoluzione industriale in Gran Bretagna. In questa lettura il cambiamento tecnologico avviene nei Paesi ricchi e determina nuovi cicli di innovazione.

La Germania si caratterizza per l’utilizzo di maggior capitale per persona e non per alti salari. È un modello favorito dalle caratteristiche peculiari del settore bancario.

Oggi cominciano a essere evidenti le opportunità per lo sviluppo di economie più povere che inseguono la stessa direzione di crescita.

Ma la maggior parte dei Paesi poveri non evolve. Continuano a usare tecnologie obsolete. Basta pensare al settore tessile in Paesi come il Marocco.

A Marrakesh sono ancora diffusi i tornitori per il legno (anche con l’utilizzo dei piedi!). Sono immagini che ricordano alcune rappresentazioni del lavoro in Europa nel Medioevo.

Nel XVIII secolo si potevano incontrare ricchi che tornivano per hobby.

Il tornio moderno si è sviluppato in Occidente. Perché non in Marocco? Qualcuno lo chiama “Black & Decker alla berbera”. La spiegazione è a questo punto semplice. Il costo del lavoro basso non rende lo sviluppo di nuova tecnologia conveniente.

È la Trappola della povertà.

Perché in Occidente la dinamica è diversa? È un feedback che si autoalimenta.

Il miglioramento dell’istruzione in Occidente ha determinato la possibilità di giungere a invenzioni adatte a competenze maggiori che creano un nuovo contesto di salari in cui è conveniente spingere ancora maggior innovazione.

L’Università e la Ricerca permettono di traghettare il lavoro verso “high tech job” che sono un impulso verso una maggior Ricerca. La globalizzazione sempre più diffusa ha intensificato questa dinamica e ha avuto un effetto di deindustrializzazione della periferia.

L’appiattimento delle differenze nel prezzo del grano è determinato dalla globalizzazione che è partita nel XIX secolo. Già nella prima fase, il fenomeno della deindustrializzazione delle periferie ha determinato che i Paesi poveri hanno importato i prodotti dalla Gran Bretagna!

Questo processo ha creato i Paesi sottosviluppati senza industria e con il solo settore agricolo.

3. Il presente problematico: 1970-oggi

Se analizziamo i dati vediamo che lo stipendio non è molto aumentato in USA rispetto alla produttività (PIL per lavoratore).

Si evince una crescente disuguagljanza che cresce con la Rivoluzione industriale, poi cala fino al 1970 e poi cresce ancora fino a oggi.

È la stessa dinamica del Lancashire nella prima Rivoluzione industriale.

È interessante vedere le differenze tra operai non specializzati e manager e supervisori.

Non significativa fino al 1970 e fortemente divergente successivamente.

Allen sottolinea la correlazione di questa dinamica con l’emergere dell’elettorato trumpiano.

Container contro robot?

Quanto di tutto questo è legato alla globalizzazione? Oggi siamo di fronte a una sorta di sfida  tra container cinesi e robot occidentali. Quando il prezzo della manodopera aumenta in un Paese produttore, il Paese declina, a meno che non sviluppi invenzioni tecnologiche per competere.

L’Asia sta attualmente deindustrializzando l’Occidente. Il risultato è che l’Occidente deve rinunciare alla manifattura? E ai manager e agli ingegneri cosa succederà? Potranno competere con gli indiani?

Cosa fa avanzare la tecnologia? Che ruolo hanno gli incentivi alla Ricerca e alla Scienza?

Dobbiamo riqualificare chi ha perso il lavoro? I dati mostrano che non funziona molto. E i sindacati cosa possono fare?

E poi tutto il tema del populismo? Che prospettive avranno i dazi e lo stop alle immigrazioni? E il reddito cittadinanza? Oppure dovremo ricorrere a una Patrimoniale alla Piketty?

Sono le domande del presente problematico. Non è detto che andrà come in passato, ma conoscere le regole del gioco che abbiamo vissuto finora può aiutare a non dare per scontato che tutto andrà bene comunque.

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