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October 2015 - Sharazad

30

Oct
2015

In Futuro
News

By stefanoschiavo

Quella strana tipicità tutta italiana…

On 30, Oct 2015 | In Futuro, News | By stefanoschiavo

Poi ci si chiede cosa sarà questa tipicità manifatturiera italiana… Lavorano l’acciaio, sono in quindici, con il loro capannone in una classica area di pianificazione urbanistica, cioè in mezzo a un bosco vicino a una bella zona residenziale.

E lavorano bene. Grandi clienti che li chiamano per prodotti personalizzati, quelli difficili, dove competenza e innovatività vanno in simbiosi. Quando serve, e recentemente capita spesso, cercano qualche altro ragazzo da far lavorare, ma lì attorno studiano tutti social media marketing e non è facile… 🙂

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Le cose vanno bene, ma non sono soddisfatti. Seguire le specifiche delle grandi aziende funziona, ma quando sai lavorare bene, meglio degli altri, ti vien voglia di creare, inventare… Ecco allora che cominciano a sfornare macchine professionali per farsi la birra in casa, estrattori per erbe officinali per agriturismi e così via. Perché vendere a chi utilizzerà le tue macchine ti permette di scriverle le specifiche, di parlare coi tuoi clienti, di metterci fantasia e creatività.

Chiamano anche il Fab Lab appena aperto lì vicino per esplorare qualche nuova tecnologia. Dopo aver visto la Maker Faire ci si rende conto che i Maker stanno anche nelle piccole aziende manifatturiere che di Fab Lab ne dovrebbero aprire uno ciascuna. A volte solo cambiando il nome al reparto prototipi, perché poi tutto il resto c’è già!

Che poi torna bene anche ai tuoi clienti grandi, quelli delle specifiche, che cercano te perché non sei un mero esecutore, ci metti del tuo e aiuti il tuo cliente a far bene le cose.

Ecco c’è questa cosa nei nostri artigiani, nelle nostre piccole aziende, questa cosa che non sapremmo definire, ma che ha a che fare con il design, l’arte e schemi mentali strani che ti vengono solo quando passi tutto il giorno in officina… Sono le cose evidenziate da Italiani di Frontiera e Futuro Artigiano. Perché l’innovazione nasce dal fare, lo sappiamo, ma è bello riscoprirlo ogni giorno nelle imprese che incontriamo.

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16

Oct
2015

In events
Futuro
News

By stefanoschiavo

La Maker Faire e l’incontro di due idee sbagliate

On 16, Oct 2015 | In events, Futuro, News | By stefanoschiavo

Ci sono due punti di vista che si incontrano alla Maker Faire Rome. E sono entrambi sbagliati.

Uno appartiene ai giovani e promettenti Makers, l’altro alle imprese che li stanno scoprendo, un po’ divertite, spesso sobriamente scettiche. Tutte e due le visioni si riferiscono allo stesso oggetto (dei desideri): la tecnologia.

Si riscontra spesso nel mondo di chi sta esplorando le potenzialità innovative del digital manufacturing, delle iconiche stampanti 3D, un’idea di tecnologia come fine e non come mezzo. L’innovazione per l’innovazione sembra attivare un ecosistema autoreferenziale in cui la presenza della stampante risulta più importante dell’oggetto stampato. Un vecchio imprenditore potrebbe chiedere dove sia il vantaggio economico di questa soluzione, qualcun altro potrebbe addirittura chiedere chi sia il cliente, che problema urgente gli risolviamo, per cosa sarà disposto a pagare. E se la risposta è nell’utilizzo di una stampante 3D, nella sua stessa presenza come simbolo di innovazione e imbellettamento di chi la ospita, la risposta è sbagliata. Se non si fa emergere un mercato dietro l’output della stampa, un mercato fondato su un miglioramento dell’efficienza produttiva o su un prodotto che si differenzia in meglio, l’effetto wow del “giovane maker” svanirà come quello degli osannati startupper digitali, già entrati in un tritacarne mediatico il cui valore sta nel media e non nel messaggio. La stagione del digitale sembra al tramonto, quella dei Maker non dovrebbe ripercorrere gli stessi errori.

Ma c’è l’altro errore, speculare e ancor più pericoloso. Quello delle aziende consolidate. Che potrebbero pensare che la tecnologia sia un mezzo. Solo un mezzo. Un asset produttivo, una feature di prodotto. Come il cervello dei dipendenti.
L’errore è insidioso perché si radica in una cultura imprenditoriale fondata sull’impiego dei fattori produttivi in un piano industriale sequenziale e lineare. Ma questa percezione non considera ciò che negli ultimi anni è stata la tecnologia, essenzialmente quella legata alla comunicazione digitale.

Le piattaforme collaborative, i blog e i social network, il mobile e le app non sono stati solo prodotti o mezzi di produzione. Sono stati piuttosto la base di un cambiamento culturale che ha fatto della disintermediazione il fattore di ripensamento di interi settori economici, dai media ai trasporti, dal turismo alla politica. Un fattore abilitante di un nuovo modo di fare innovazione, in cui lo scambio e la condivisione hanno affiancato la conoscenza verticale e la difesa del know-how. Non per niente gli spazi di coworking (fantastici quelli di Talent Garden), i campus digitali (come i nostri amici di H-Farm), gli hackathon e gli startup weekend sono diventati icone di una nuova economia dove la relazione e il know-who hanno avuto un ruolo fondamentale.

L’errore di leggere con sufficienza e superficialità la rivoluzione dei Makers come una semplice innovazione di processo rischia di produrre un’incomprensione profonda di un fenomeno che potrà cambiare gli assetti economici nel manifatturiero. Le fabbriche e i processi di ricerca e sviluppo saranno profondamente modificati dallo spirito Makers, ma prima bisognerà che la prospettiva da cui l’azienda guarda il fenomeno muti. Thomas Kuhn raccontava come avvenivano le rivoluzioni scientifiche e spiegava come l’innovazione fosse sotto gli occhi di tutti ben prima che la comunità la accettasse. Eratostene d’altronde misurò il raggio della Terra molti secoli prima che non la si considerasse più piatta.

Le nuove tecnologie devono entrare nel design e nell’industrializzazione dei prodotti, devono modificare l’After Sales e il rapporto con il cliente (privato o industriale che sia), devono ripensare la relazione e il modello di business e non solo il processo di produzione. E serve che il cambiamento sia progressivamente adottato e non relegato a spazi d’eccezione come i volenterosi Fab Lab.

Pensiamo che due prospettive potenzialmente sbagliate si stiano ora confrontando e compito nostro sia farle avvicinare mettendo del sano business nel mondo Makers (come facciamo con Lino’s Type) e mettendo occhiali nuovi ad aziende, banche, istituzioni che devono leggere diversamente ciò che sta avvenendo. Per ora pochi virtuosi si stanno muovendo (Banca Ifis tra i primi), ma presto dovranno entrare nel merito e non solo esplorare la superficie mediatica anche molti altri. È l’unico modo per attivare una nuova stagione per il manifatturiero e l’intera economia italiana.

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