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September 2013 - Sharazad

23

Sep
2013

In Futuro
News
Non categorizzato

By stefanoschiavo

Ode al prodotto precario, al primo prototipo non ancora industriale

On 23, Sep 2013 | In Futuro, News, Non categorizzato | By stefanoschiavo

Ci perdoneranno gli economisti per le considerazioni che scriviamo oggi. Sparse qua e là, senza un quadro unitario. E un po’ banali anche. Sono alcune idee su cosa è per noi un maker

L’altro giorno abbiamo visto un prototipo in un’officina e ci han detto che c’erano volute sessanta ore per farlo. Che a regime, una volta “industrializzato”, non avrebbe avuto quei problemi, che il materiale sarebbe stato quello giusto per la qualità che si voleva trovare e per il prezzo che si voleva raggiungere. Che le imperfezioni evidenti a tutti erano figlie di quelle tante ore di ripensamenti e dubbi e lavoro umano, ma poi “tutto sarebbe cambiato” con la produzione di migliaia di pezzi tutti uguali, perfetti, puliti e sostenibili.

La democraticità del design, pensavamo noi, richiede quella banalizzazione del prodotto e del processo per realizzarlo. Come le macchine fotografiche alla portata di tutti e non quei laboratori ambulanti di due secoli fa… Macchinari più o meno impegnativi e la cultura delle persone che le sanno usare, la ricerca sui meccanismi e sui movimenti di persone e materiali.

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Ma in mano a tutti l’oggetto si abbassa inevitabilmente di valore. Non solo perché è poco esclusivo, ma anche perché, come nel caso delle foto scattate ogni giorno dai nostri smartphone, trasformate e trasfigurate da Instagram e Facebook, la diffusione impoverisce la cultura, perché da appassionati visionari ed entusiasti pionieri si passa a chi si diverte a tempo perso… e non diciamo che necessariamente è male…

Ci siamo chiesti quanto valesse quel prototipo. Come determinarne il prezzo? Con le ore spese sarebbe stato davvero arduo perché sessanta ore per un oggetto di quel tipo sembrano davvero tante. Si andranno a ripartire, ci dice il controller aziendale, nel margine che faranno i suoi figli, migliaia di pezzi in rapida serie in cui mezzora di lavoro basta e avanza. Al millesimo pezzo (break-even point c’ha detto) sarebbe scomparso anche il ricordo di quelle prime squinternate ore.

E quindi il prototipo non si vende, ha aggiunto, ma a noi sembrava un peccato. Le ore spese a pensare, scoprire e inventare sono davvero solo un costo da ammortizzare? Un’inevitabile perdita di valore da coprire con un margine adeguato per il prodotto realmente distribuito? Ma in quel prodotto, quello in vetrina intendiamo, c’è dentro ancora tutto quel che è successo nella fase di ricerca? O forse lo scotto per portare a tutti la bellezza si porta dietro una perdita immensa? Anche fosse identico e perfetto il primo pezzo prototipo e si arrivasse poi solo a produrre quello in vendita in una frazione del suo tempo, sarebbero uguali i due prodotti?

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Seguire un’altra strada, di nicchia direbbero, di non industrializzazione, di preservazione dell’unicità, dell’esperienza della scoperta, richiederebbe un racconto adeguato, una fabbrica lenta, un rapporto diretto tra l’inventore e le persone che acquisteranno quell’oggetto… Ma bisogna capirsi… Nicchia non vuol dir soltanto un pubblico educato, racchiuso in un pensiero adatto a pochi capaci di comprendere il valore dei tannini di un brunello, del profumo di una resina sul metallo, del suono del motore di una Ferrari.

Nicchia vuol dire anche capire il valore di un errore, del tempo perso a trovare una soluzione a un problema che non sembrava alla portata. E’ una nicchia democratica, concessa solo adesso dagli spazi nuovi di comunicazione e distribuzione. Una nicchia non ad alto costo economico, ma ad alto impegno relazionale, una nicchia culturale in qualche modo. E non si può fondare sull’attuale modo di coprire i costi, i margini del canale di distribuzione, dell’equilibrio dei costi fissi della struttura industriale. Non ci si sta dentro in questo modo e in qualche modo non sarebbe nemmeno corretto per chi inventa chi produce e chi compra alla fine.

La struttura dei costi di un maker/artigiano come lo stiamo intendendo non è granché sostenibile in una supply chain organizzata per economie di scala. Anche solo per la mancanza di costi fissi individuali. L’unica strada sembra quella di andare su di prezzo per coprire l’azione di tutti gli intermediari e poi fare una promozione / comunicazione non gestibile dal singolo… e da qui nascono Formabilio, Fab.com, Zanoby e così via.

Altra strada è rifondare il modello logistico e il canale di vendita, ma non è di breve termine… Ci piace l’idea di disintermediazione anche della fase produttiva e non solo di vendita… il contatto diretto (peer-to-peer) designer consumatore con semilavorati di grande produzione in scala e idea/finitura direttamente venduta dal designer/maker al consumatore che si finisce il prodotto in casa… atomi come bit si diceva… Le idee di Stefano Maffei in questa direzione ci piacciono sempre… Il web sembra aiutare.

Vediamo ogni giorno straordinarie persone che cercano e trovano un modo nuovo di fare le cose. Bisogna farle uscire dal loro anonimato e questa è l’essenza del lavoro di un Maker, come noi lo pensiamo ed intendiamo, non di certo l’utilizzo di un chip o di una saldatrice, che sono la tecnica, ma non la cornice.

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19

Sep
2013

In events
Futuro
News
the fab

By stefanoschiavo

Il design tra il rimpianto dei distretti e la nuova distribuzione

On 19, Sep 2013 | In events, Futuro, News, the fab | By stefanoschiavo

C’è un’area del saper fare italiano che per ragioni personali e professionali ci sta molto a cuore. Parliamo del design e di tutti gli annessi e connessi. Abbiamo lavorato e ancora collaboriamo con una realtà come Lago, ci troviamo ogni giorno a fianco di designer nuovi o affermati, di imprenditori, di falegnami e tecnici, di esperti di interior e manager e cogliamo costantemente il patrimonio di conoscenze, di esperienza e di entusiasmo che questo settore ancora esprime in Italia.

Eppure qualcosa negli ultimi anni si è rotto… Da traino di un’economia orientata all’export e capace di cogliere opportunità in ogni parte del pianeta è come se si fosse perso un legame. Chiusi a guardarsi l’ombelico tra proteste fiscali e mancata inclusione dei giovani, in difficoltà nella comprensione di quel che avveniva nel mondo, ora l’arredo-design sembra non trovare strade nuove per ripartire, se non assistendo attonito alla calata di Ikea…

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Dal nostro punto di vista, che sposa come sempre un’attenzione alla produzione di qualità ad un’inguaribile curiosità per i nuovi modi di esprimersi nel mercato, dal questo nostro punto di osservazione ci sembra che quel legame perso sia figlio di una cesura generazionale e culturale tra chi ha inventato e fondato il Made in Italy dei distretti e chi oggi si trova a emigrare per dar sfogo a quella voglia di cambiare le cose che qui non sembra trovar ascolto.

Un aspetto di questa complessa situazione che più di altri ci piace esplorare è quello della distribuzione:

– del nuovo modo di fare retail (ci è piaciuto recentemente questo bel video di Monocle anche se i prodotti presentati necessiterebbero di qualche intervento… ma in ogni caso di grande valore per la nostra startup tipografica Lino’s Type)

– del nuovo modo di vendere che passa anche attraverso un uso più evoluto del web, non più vetrina, ma luogo di eccellenza per l’attivazione di relazioni continuative

– di nuovi e fondamentali spazi reali in cui cementare i contatti virtuali, in cui toccare gli oggetti, parlare alle persone, esprimere la convivialità

Recentemente abbiamo visto nascere l’esperienza berlinese di Fab.com, quella californiana di Zanoby con il nostro amico Roberto e poi MakeTank, recentemente ospiti a The Fab, Buru BuruFormabilio e tanti altri. Confrontandoci con alcuni di loro abbiamo capito che il gap di cui parlavamo prima è ancora più profondo di quello che immaginavamo. La comprensione delle esigenze di questo tipo di distribuzione non è alla portata delle nostre aziende manifatturiere, bollite come la famosa rana nella pentola del fare quotidiano, incapaci di affrontare adeguamenti creativi, organizzativi e culturali.

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Pensiamo che sarebbe bello portare un po’ di questi esempi all’interno degli spazi di confronto degli operatori del settore, creando un momento di crescita e tracciando la strada per un adeguamento delle nostre aziende ai nuovi standard richiesti dal mercato. Non è questione di consulenze o agenzie di commercio, di management o nuova imprenditorialità. Pensiamo basti cominciare mettendo in contatto chi sa fare, chi ha idee e chi può diffonderle.

A volte è solo una questione di prospettiva con cui si guardano le cose. L’obiettivo è anche capire di cosa ha bisogno chi può portarti a vendere in nuovi modi e in culture lontane. L’occasione è forse più vicina del previsto, ma ve ne parleremo a tempo debito… Intanto continuiamo ad affrontare questo tema che sempre più ci interessa approfondire.

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13

Sep
2013

In events
Futuro
News
report
the fab

By stefanoschiavo

MakeTank, il marketplace cucito su misura per i nuovi makers si presenta a Verona

On 13, Sep 2013 | In events, Futuro, News, report, the fab | By stefanoschiavo

Un tavolo pensato per degustare dei buoni vini; lampade di cartone; gioielli creati da una stampante 3D; un portachiavi per chi, al posto delle chiavi di casa, usa un chip RFID. L’autore di quest’ultimo, peraltro, si fa ritrarre in posizione yogica: spiritualità ed inventiva, potremmo dire.

Sono, questi, alcuni esempi di creazioni dei nuovi artigiani, che chiameremo “makers” con gratitudine verso l’essenzialità dell’inglese. Tutti questi oggetti – e molti altri – sono acquistabili su MakeTank, un marketplace online cucito su misura per i nuovi makers.

I fondatori, sono stati ospiti di quella fucina creativa che è, in tutti i sensi, The Fab, e ci hanno raccontato con dovizia di particolari il loro modello di business.

Tutto nasce da un’idea: favorire la diffusione del lavoro degli artigiani digitali mettendoli in condizione di vendere e produrre senza dover affrontare investimenti potenzialmente insormontabili. MakeTank di fatto non vende niente, ma mette in contatto artigiani e clienti finali offrendo ad entrambi la piattaforma per concludere l’affare.

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E dunque, qual è la ricetta per il successo? I ragazzi ce l’hanno spiegata così:
– si scelgono attentamente i makers per offrire una vetrina di prodotti di qualità
– si creano un marchio e un logo che, col tempo, trasmettano fiducia
– si attirano, in questo modo, clienti potenziali che cercano qualcosa di speciale, unico – o, comunque, raro – per il quale sono disposti a spendere un po’ di più
– si offre, ai venditori, un servizio gratuito di consulenza e assistenza, condividendo esperienza e competenza sul prezzo, sulle spedizioni, sul rapporto da instaurare con il cliente finale
– infine, si garantisce a quest’ultimo una vetrina online semplice da utilizzare, bella da vedere, ricca di informazioni, umana e personale.

Tutto questo è MakeTank. La presentazione di Laura, come è immaginabile, ha suscitato una sessione di domande e risposte appassionata ed appassionante, grazie al pubblico coinvolto a più livelli. C’era chi, con un occhio al marketing, si informava sul profilo del vendor e sul perché, tra tanti siti che offrono servizi analoghi, qualcuno dovesse proprio rivolgersi a loro; c’era chi, invece, sondava le opportunità per la propria impresa, o negozio; c’era infine chi si interrogava su questa certamente inconsueta strategia di approccio al mercato che spesso sembra così aliena alle metodologie tipiche del mercato di massa.

Del resto, MakeTank opera, per istinto, passione e assieme razionale consapevolezza, in un ambito di nicchia tecnicamente inteso, che veste magnificamente la filosofia produttiva di chi predilige l’artigianato e la personalizzazione alla produzione industriale massificata. Infatti, molte sono le parole chiave risuonate nel corso dell’ora di dibattito che dovrebbero far rizzare le antenne a chi si intende di niche markets: qualità del prodotto, qualità del servizio, individualità, personalizzazione, manualità, unicità, prezzo superiore a quello del prodotto “generico”, contatto personale tra venditore e cliente, fiducia, innovazione costante, cliente finale selezionato e individuato.

Infine, una pizza a tarda sera ha stimolato ulteriori conversazioni su futuro, opportunità e sfide. Effettivamente, è innegabile che MakeTank viva un momento di grande fermento e di conseguenti decisioni da prendere per il futuro; nel contempo, cominciano a delinearsi le opportunità di un business che sta prendendo forma.

Potremmo anzi dire che opportunità e sfide viaggiano assieme: per esempio, l’opportunità di valorizzare sempre più la qualità dei prodotti – e dei produttori! – si accompagna alla sfida di evolvere e chiarire i parametri di selezione dei vendor stessi, a tutto beneficio del cliente finale. Il carattere artigianale del prodotto mostrato su MakeTank, poi, sta già evidenziando l’opportunità di farlo toccare con mano a chiunque sia interessato; contemporaneamente, la sfida è di individuare modalità sempre più creative per avvicinare il prodotto al cliente senza snaturare il modello di business, anzi, rafforzandolo.

Speriamo, dunque, sia valsa la pena di ritardare il lungo viaggio verso Firenze di qualche ora! Da parte mia, va a loro solo un grazie per aver alimentato una chiacchierata così entusiasmante.
Nel frattempo, i ragazzi di MakeTank si stanno dando da fare: potrete trovarli là dove sentirete parlare di “makers”.

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04

Sep
2013

In Futuro
News
report

By stefanoschiavo

La California, gli italiani, il declino e un difetto nel racconto

On 04, Sep 2013 | In Futuro, News, report | By stefanoschiavo

Qualche settimana negli States insegna molte cose. Vediamo qui da noi tanti racconti pieni di ammirazione per la velocità con cui là si sviluppa l’innovazione, per la facilità con cui una buona idea trova accesso a capitali e relazioni, per una competitività sana che premia il merito e il coraggio… C’è chi auspica un futuro californiano per il nostro Paese, afflitto ahimè da tanti mali che ogni giorno ci vengono senza pietà presentati in notiziari, giornali e nei social network. Anche e specialmente nei social network. Astiosi o disincantati, sarcastici o collerici, i racconti dei nostri amici su Facebook e Twitter paiono più estreme unzioni (se non constatazioni di decesso) che non analisi critiche del nostro stato di salute.

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Ma venti giorni in California, Oregon, Washington che hanno seguito più periodi a New York, un coast-to-coast nel cuore più profondo degli Stati Uniti, qualche presenza a Chicago, Boston, e il confronto con tanti amici che là stanno lavorando o stanno per farlo, o con chi lì è nato e qui si è spostato, forse ci hanno portato a vedere alcune altri aspetti che non confortano la nostra diffusa voglia di autocommiserazione e quel desiderio inconfessabile di declino…

 

Non parliamo di sostenibilità della crescita, di equità sociale o di trionfo dell’economia sulle relazioni umane, di mancanza di stato sociale o di pervicace azione di controllo manu armata sul resto del mondo. Non ne parliamo perché in fondo in fondo a questi temi non crediamo. Fanno parte di una retorica che non trova troppo riscontro nella realtà che conosciamo. Se la nostra spesa pubblica non è sostenibile, dobbiamo andare incontro a dei cambiamenti, e lo spauracchio di una società americana disintegrata e con un coefficiente di Gini sproporzionato sembra solo l’ennesimo appello retorico a una diversità europea che nasconde privilegi e caste non più sopportabili.

Altro ci sembra quello che non va nel racconto apologetico su una California ridente di spiagge e startup. E non lo cerchiamo in qualche presunto difetto di quella realtà, ma in qualcosa che non va nel racconto che facciamo su di noi. Non è l’America ad esser venerata, ma è il nostro Paese che troppo spesso viene letto male. Qualche giorno fa ho seguito uno sfogo acido e divertente, sì dai diciamolo che due o tre passaggi mostravano una sana verve, in un post che il nostro amico Alberto ha condiviso su Facebook, una sorta di minipamphlet contro l’italiano medio che sale su un aereo.

Ne faceva uscire le pessime abitudini, dal classico familismo amorale che passa sopra ogni regola di convivenza civile pur di far prevalere l’interesse particolare, alla furbizia del volpone che prova sempre a fregare l’autorità, schiavo del loop pago-comando-pretendo, pronti a concedere tutto ai figli, al di là di ogni dovere, dove i diritti sono spesso calpestati dalla corruzione… Italiani bisognosi di una guida, di un duce cui attaccarsi per tornare cheti cheti all’ovile…

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Ho pensato che giusto è far emergere i nostri difetti per spronare a migliorarci, a conquistare nuovi gradi di civiltà… in fondo non siamo proprio allo stato di natura e qualche progresso saremo pur in grado di farlo anche noi. Poi però mi è venuto in mente Sebastiano e la sua idea che il racconto determina i fatti e non viceversa. Non so se Sebastiano pensava esattamente questo quando mi parlava di riprendere in mano il racconto sull’Italia, troppo spesso composto da chi ne ama la perdizione per i più diversi motivi e interessi. Sicuramente c’è qualcosa che ci insegna la semiotica, un po’ come mi ha raccontato Marco qualche giorno fa. Pensiamo nel modo che ci permettono le nostre parole. Il pensiero è funzione del linguaggio.

Non è questione di negare la mafia, di nascondere i difetti, di camuffarsi, ma di leggere le nostre attitudini anche, e diciamo anche, in altro modo.

Un racconto dialettico in cui una certa sfrontatezza verso le regole può essere letta come autonomia di giudizio, intelligenza e spirito critico. Un’irriverenza verso la burocrazia commerciale e statale che è figlia di una consapevolezza del valore del lavoro. Solo chi rispetta il lavoro pretende un servizio adeguato a quanto speso, perché conosce il valore dei soldi guadagnati con lo sforzo umile della propria attività. Allo stesso modo la cura dei vicini, parenti, amici e conoscenti, con quella tipica attitudine al volontariato e al risparmio, denota un amore per le relazioni individuali e concrete, tanto lontane da un astratto principio d’ordine che non permette sempre di costruire una società. La relazione umana è principio di un’etica sociale che spesso manca nelle relazioni commerciali di una corporation. Questo spirito porta a una tradizione di anarchia individuale che non rispetta il potere e ne consente un ribaltamento come avvenuto in pagine importanti della nostra storia. Totò e Amici miei, Dario Fo e Fortebraccio, Vincino e Guareschi.

E nel concreto non ci è voluto molto a vedere che le fattorie biologiche osannate sui blog e in grandi catene di retail nelle metropoli della west-coast non sono nemmeno vicine allo standard cui un cittadino medio di una cittadina del nordest italiano è abituato. Uno standard che si ricollega più alla Germania e alla Scandinavia che a un Paese in cui montagne di prodotti vengono sprecati e consumati quotidianamente in un’ipertrofica corsa all’accumulo senza senso. Cultura. Ecco cosa ci distingue. Che sia quella che ci permette di riciclare il 60% dei rifiuti o di produrre la biodiversità di Eataly e Slowfood nell’agroalimentare o ancora di pensare e realizzare prodotti straordinari di design e stile in piccoli centri di provincia apparentemente così lontani da dove pulsa l’innovazione, ma così pieni di consapevolezza artigiana che intride appunto di cultura l’azione concreta del lavoro umano.

Bisogna raccontare questi aspetti e molti altri. Raccogliere le storie e le persone che possono fare la differenza. Quelle che a noi capita di incontrare quotidianamente. Produttori, creativi, consulenti e venditori. Autentici campioni di competenza e umanità. C’è un mondo che li aspetta perché ha una disperata necessità di questi contenuti, di queste attitudini e di questo spirito che non si trova altrove e che rischia di perdersi in un cupio dissolvi collettivo e insensato.

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