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July 2013 - Sharazad

26

Jul
2013

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By stefanoschiavo

Una cultura più artigiana per la Ricerca. La lezione di Trieste.

On 26, Jul 2013 | In events, Futuro, News, report | By stefanoschiavo

Pensavamo di aver visto molto con gli esperti di Digital, ma non eravamo pronti, devo ammetterlo, alla psicologia del ricercatore. Lo stupore nel leggere la dinamica della Fab Session all’Area Science Park di Trieste non è stato poco.

Dell’evento si parla qua, con tanto di video e foto di Riccardo Luna. In questo post invece ci piace fare qualche considerazione su quanto avvenuto nel corso dei due workshop su Lean Startup, apprezzati anche dallo stesso Ash Maurya in un tweet che ci ha fatto molto piacere.

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Il gioco è ormai quello iconico, gli snowflakes, i fiocchi di neve di carta in cui sono impegnate alcune squadre. I partecipanti devono portare rapidamente sul mercato qualcosa di vendibile e il mercato ha le sue regole tutte da indagare. Diciamo che vince chi sa fare ricerca e sviluppo in maniera più intelligente. Pensavamo di arrivare ad un pubblico, nel pieno di un parco scientifico, particolarmente adatto a questo compito.

Se nel corso degli incontri con gli esperti digitali abbiamo riscontrato una forte tendenza alla divergenza, all’uscita dagli schemi, ma magari un po’ di difficoltà nel chiudere, nel portare la creatività nella pratica, qui ci aspettavamo magari un po’ di mancanza di pensiero laterale, ma una grande capacità di indagare le priorità e il gusto del mercato.

Niente di più lontano da quanto avvenuto.

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Anzi, il rifiuto del confronto con i clienti, la tendenza a una ricerca slegata dai desideri del mercato, si è fatta luce da subito e si è spinta fino a dichiarazioni di alterità esplicite. Estremizziamo un po’ perché alcuni spunti più market-driven non sono mancati (specie nel secondo gruppo), ma non esitiamo a dire che l’innamoramento per la propria ricerca senza volontà di riscontri nel mercato ha caratterizzato l’intero workshop.

Un punto in particolare ci ha colpiti… nella consegna del materiale iniziale per far delle prove pratiche di realizzazione del fiocco di neve, la tendenza è stata quella di accantonare il foglio di carta e la forbice e di dedicarsi ad una discussione astratta su quanto fare… Tant’è che solo tardissimo si sono visti fiocchi di neve al tavolo del mercato. Anzi mai avevamo atteso tanto (quasi la fine dell’intero tempo disponibile) per vedere manufatti venduti.

Ok è solo un’esperienza che forse sarebbe ingiusto generalizzare, ma la tentazione di richiamare un vecchio articolo del New York Times è forte. In un confronto tra economia statunitense e canadese, vi si diceva che la delocalizzazione delle attività produttive per mantenere la creatività e la ricerca nei ricchi Paesi occidentali non funziona. E non funziona proprio perché la ricerca, quando sia finalizzata alla vendita sul mercato, non può prescindere dalla cultura materiale, dalla dimensione produttiva manifatturiera, dallo spirito artigiano che rugge dentro le nostre fabbriche…

L’Area Science Park sta sviluppando bellissime startup concrete e di successo. Riccardo Luna ce ne ha raccontate un po’ martedì scorso. Le abbiamo apprezzate. A Trieste, nei campus del parco scientifico, ci sono tutti gli elementi, la filosofia e l’entusiasmo per trainare questa rivoluzione manifatturiera. Tutto il mondo della ricerca, compresi gli uffici di ricerca e sviluppo delle piccole imprese che costellano il territorio italiano, dovrebbe avvicinarsi a una cultura che possa coniugare futuro artigiano e lean startup.

Nessuna innovazione senza produzione, senza contatto con i materiali e le lavorazioni. Attraverso il recupero di questa dimensione si può veramente svolgere un’attività di ricerca che sia anche ponte per un’economia ancora di successo.

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08

Jul
2013

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By stefanoschiavo

Che idee sono uscite dalla Fab Session digitale-artigiana?

On 08, Jul 2013 | In Futuro, Laboratori, News, report | By stefanoschiavo

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Questa è la traccia su cui hanno lavorato i tre gruppi di cui abbiamo raccontato qui le vicende. Essa dava una possibile visione sull’attuale difficoltà del mondo artigiano italiano a interagire con istituzioni, imprese, partner e clienti internazionali.

La metodologia proposta era quella dell’esperimento su cui testare le idee che nascevano sui vari temi. L’approccio a rapidi cicli di test e verifica ci sembra il più adatto nel contesto di incertezza e variabilità dell’attuale mercato.

I gruppi hanno lavorato ognuno interpretando la sfida in maniera originale.

Uno ha seguito il metodo delineando una serie di temi e cercando le ipotesi e le proposte più a rischio per poter quindi individuare esperimenti immediati di verifica.

Un secondo ha girato il foglio ed è partito da una mappa mentale. Ci è piaciuto il rifiuto dello schema come base per pensare in maniera più creativa. Il gesto stesso secondo noi rappresentava un consiglio metodologico interessante per aziende spesso troppo supine di fronte al pensiero dominante del settore di appartenenza. Vediamo realmente molte imprese bloccate da una sorta di fedeltà al modello condiviso di un distretto o di una rete di partner.

Il terzo ha discusso a lungo senza nemmeno seguire le tracce del modello e portando un pensiero originale più centrato sulle relazioni e sui valori artigiani che su un discorso istituzionale e vincolato all’attuale contesto produttivo.

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Possiamo individuare cinque principali aree di intervento che ogni gruppo ha indicato e proviamo di seguito a far emergere i contenuti principali.

1) Formazione e trasmissione del know-how

La formazione nel mondo artigiano ha bisogno di nuovi modelli didattici per la trasmissione della capacità manifatturiera. La delega del ruolo di scuola ad enti esterni alle realtà produttive va contro ogni logica. Il “saper fare” si trasmette nel fare stesso. Nelle aziende e tra gli artigiani deve tornare centrale un ruolo formativo che fa da ruota di trasmissione generazionale e di allargamento dei soggetti detentori delle conoscenze pratiche  C’è una massa critica anche in questo campo e la riduzione degli artigiani a pochi maestri non è che l’anticamera della scomparsa definitiva di queste competenze.

Bisogna finanziare iniziative nei luoghi di lavoro e non enti di formazione esterni che non sono efficaci e, salvo rare eccezioni, sviliscono l’attività e la cultura manifatturiera. C’è un bell’esempio recentemente segnalato da Paolo Gubitta in questo senso. La strada è aperta e le condizioni per sperimentare forme nuove di coinvolgimento sono già alla portata. Una commistione tra iniziative didattiche già in atto e lo spirito di quelle complementari, come l’Oniricalab di Amplificatore Culturale, può essere un primo banco di prova.

All’interno di questa area però non si può dimenticare un fattore fondamentale: l’attrattività di questo tipo di percorso professionale. Il mondo digitale è fondamentale per rendere “cool” la professione artigiana oggi considerata una seconda scelta rispetto alla carriera d’ufficio. Uno dei gruppi in particolare ha sottolineato questo aspetto cruciale. Se non c’è un cambio di percezione da parte dei giovani nei confronti dell’attività manuale, ogni altro sforzo sarà vano. L’esperienza di Oniricalab anche in questo caso risulta d’impatto ed esempio.

E’ l’orientamento scolastico stesso che dovrebbe cambiare prospettiva. Non si può continuare ad indicare la formazione professionale come seconda scelta per chi non sembra avere prospettive scolastiche diverse. Ma per far questo, ripetiamo, deve cambiare insieme anche il tipo di formazione proposta.

2) Marketing e comunicazione

Il mondo digitale ha spesso commesso l’errore di voler spingere le aziende e gli artigiani a seguire la moda web del momento. Blog o app, video o social network prescindendo dall’identità specifica e ponendo lo strumento prima della strategia. Dai gruppi di lavoro è emersa la convinzione della necessità di mantenere il focus sulla cultura manuale e non “far scrivere blog agli artigiani”. Piuttosto usare gli esperti di web e comunicazione per farne emergere e percepire il valore. Questo attraverso un superamento della “vendita del sito” per proporre piuttosto piattaforme più estese e trasversali che comunichino al mondo le specificità della produzione artigiana. Dare una veste che possa essere compresa dalle aree di mercato attualmente impossibilitate a conoscere questa ricchezza è il principale punto di azione del mondo digitale verso quello artigianale. Un’interfaccia alta nel mondo business che faccia dialogare chi non possiede codici omogenei di dialogo.

D’altro canto questo può valere per una fascia generazionale di cinquantenni sessantenni difficilmente integrabili con la nuova cultura digitale, se non in termini di affiancamento. Una volta attivato il meccanismo descritto nel primo punto e create le premesse per un passaggio delle competenze a generazioni più giovani, il ruolo nella comunicazione dell’artigiano stesso può riprendere centralità. Un esempio significativo è Lino’s Type, la tipografia letterpress dove il passaggio di consegne e l’affiancamento tra artigiano di prima generazione e nuovi attori immersi nel mondo digitale consente una maggior consapevolezza su originali modalità di comunicazione.

Approcci che integrano web con workshop, open day, collaborazione con artisti e designer in un’ottica difficilmente attivabile con i vecchi interlocutori. La prospettiva è un cambiamento del ruolo delle agenzie e dei professionisti della comunicazione. Le distinzioni dei ruoli saranno più sfumate e la generazione di contenuti ripartirà dal luogo di produzione del valore distintivo.

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3) Gli intermediari commerciali e la redistribuzione del valore

L’aspetto commerciale però è forse quello che più ha acceso la discussione. Prima di comunicare, formare, coordinare, si deve dimostrare di poter vendere. Uno dei punti più importanti dell’evoluzione digitale degli ultimi anni è stata la disintermediazione. Vale per i giornalisti, i negozi di libri, le guide turistiche e così via. Anche la rete distributiva può essere ripensata con prospettive nuove che partano dalle possibilità date dal web. L’evoluzione del ruolo degli intermediari va da esperti di transazioni economiche (sconti, provvigioni, presidio distribuzione, …) a ripetitori del valore attraverso luoghi (anche virtuali) di connessione tra distribuzione e produzione, piattaforme B2B per collegare artigiani e prodotti con il mercato internazionale senza banalizzare e omologare le storie.

Al centro di tutto questo sta anche una ridistribuzione del valore nella catena. Da un terzismo diffuso al riconoscimento della centralità del luogo di generazione del valore. Il web può attivare un meccanismo virtuoso che avvicina domanda e offerta riducendo i passaggi a non valore aggiunto. E’ qualcosa di simile a quanto emerso per la comunicazione nel punto due, ma più centrato sull’equità dell’aspetto economico.

4) Istituzioni e burocrazia

Inevitabile che i gruppi si concentrassero anche sui temi della semplificazione delle procedure e sul supporto nelle esigenze burocratiche. E’ evidente come il web possa rivoluzionare i meccanismi di espletamento delle necessità fiscali e di compliance normativa.

Non si tratta solo di rendere più immediate le procedure e di virtualizzare processi fisici ridondanti, ma anche di sostituirsi in quei ruoli che l’artigiano non riesce a seguire e per i quali si deve affidare a ulteriori professionisti, commercialisti, notai, avvocati, che vanno ulteriormente a erodere il margine sviluppato con il proprio lavoro.

Le idee emerse in questo senso sembrano più velleitarie nel contesto attuale, ma la proposta di strumenti di semplificazione indipendenti dal percorso istituzionale e legislativo sembra ancora una volta mostrare la diffidenza circa vere svolte nella proposta politica.

5) Identità artigiana e intersettorialità

Un ultimo punto ha toccato lo sviluppo di esperienze intersettoriali in cui il driver sia la cultura materiale e non il singolo skill tecnico. Il mondo digitale è particolarmente adatto a creare corto circuiti virtuosi che sanno mettere insieme con una chiave interpretativa nuova food, design, fashion, intrattenimento, esperienza, … Un esempio che ci è ovviamente caro è quello di The Fab a Verona, ma molti altri casi stanno nascendo e possono essere un modo per leggere in maniera più evoluta le potenzialità della manifattura.

La sensazione è che il carattere di disintermediazione del web prevalga nella visione del supporto che questo mondo può dare a quello manifatturiero. Il mondo digitale può andare oltre il marketing quindi per abbracciare un cambiamento più profondo nell’equilibrio del mercato dal punto di vista economico-transazionale, logistico-distributivo e infine nella formazione e didattica, dove il vero gap è quello dell’attrattività dei ruoli produttivi.

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05

Jul
2013

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By stefanoschiavo

Ma il digitale offre agli artigiani solo app e stampanti? Quindici esperti digitali a Milano per unire atomi e bit.

On 05, Jul 2013 | In events, Laboratori, News | By stefanoschiavo

Lo premetto. Il tema non è semplice. Avevamo parlato nell’ultimo post del rapporto tra artigiano e designer, ma se c’è una situazione forse ancora più ambigua e delicata nei confronti dei nostri imprenditori manifatturieri è certamente quella del mondo digitale.

Usciamo da dieci anni incredibili. Una rivoluzione tecnologica, ma, lo sappiamo bene, ancor più culturale. Possibilità di scambi e conversazioni continue che hanno aperto la strada ad un ritmo di propagazione dell’innovazione e delle idee mai visto in precedenza. Con tutta una serie di correlati d’impatto: il know-who che diventa quasi più importante del know-how, la serendipity che si trasforma in una prassi manageriale, la trasparenza delle informazioni, la condivisione dei punti di vista, l’apertura verso gli altri, tutti punti che formano un paradigma nuovo della gestione aziendale.

I clienti che progettano con i produttori in continuo rapporto con fornitori e partner, la comunicazione che mostra i segreti anfratti delle retrovie aziendali, l’open innovation e il social business insomma. E in tutto questo la tecnologia, le app, il mobile, Steve Jobs e altri eroi che spopolano sui quotidiani e al cinema. Alcuni sviluppi toccano l’ambito della produzione, tra Arduino e le stampanti 3D, inizio di una rivoluzione auspicata nel design one-to-one e nell’autoproduzione non più solo di stevia sul balcone… Eppure tutto ciò sembra non aver toccato l’animo disilluso del nostro “artigiano di bottega”.

Sembra anzi che le due culture siano in parte impermeabili. Piccole aziende sommerse di fax e burocrazia circondate da giovani entusiasti in riva al Sile o in un coworking di Lambrate. E allora abbiamo provato a capire se la sintesi sia possibile, se i nostri maestri digitali possono realmente integrarsi e forse confondersi con gli artigiani in crisi. Ma non volevamo soluzioni “markettare”, il nuovo sito e il blog, un contest o un po’ di guerrilla…

Abbiamo proposto a quindici esperti più o meno tutti provenienti dall’universo digitale di mettersi a ragionare su aspetti importanti del mondo artigiano. Per predisporli al meglio li abbiamo fatti giocare in una Fab Session ospitata dagli amici di Make a Cube. Hanno fatto i loro giusti errori di tattica nel gioco oramai iconico degli snowflakes e si sono quindi immedesimati nelle condizioni di un artigiano di fronte al mercato.

Poi è stata la volta delle idee, sviluppate in forma di esperimento, in tipico stile Lean Startup. Partendo dalle intuizioni di Stefano con cui avevamo chiacchierato il giorno prima. Ne sono uscite intuizioni interessanti che toccano gli aspetto della formazione e del trasferimenti delle competenze, dell’immagine dell’artigiano come possibile sbocco lavorativo “cool”, delle possibilità di accesso al mercato e dell’evoluzione del ruolo degli intermediari commerciali e così via tra modello economico, impostazione produttiva, comunicazione e psicologia. Tutte idee che per una volta non hanno toccato l’aspetto tecnico o di comunicazione del digitale. Hanno scavato nel profondo del disagio artigiano suggerendo vie pratiche, ma culturalmente elaborate, per superarlo.

Ciò che è emerso è stato un approccio diverso alla questione. Consapevole delle criticità, ma coraggioso al punto giusto. Un’attitudine che non riscontriamo tra i nostri produttori chiusi in qualche capannone della Bassa o in una bottega in periferia. Torniamo da loro con alcune proposte, alcuni possibili partner e la voglia di ripetere l’esperienza mischiando questa volta partecipanti digitali e analogici per vedere cosa ne esce.

I risultati nel dettaglio ve li raccontiamo in quest’altro post.

Qui sotto vi lasciamo la traccia su cui i gruppi hanno lavorato e che consideriamo come uno dei possibili punti di partenza.

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